tra i giovani cubani che sognano di diventare campioni di pugilato

Il fotografo francese Safouane Ben Slama è andato alla ricerca dei ring cubani in cui i giovanissimi si scontrano per onorare la tradizione. L’abbiamo intervistato.

di Micha Barban Dangerfield
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30 novembre 2016, 4:25pm

Il giovane fotografo-girovago Safouane Ben Slama non è tra quelli che si accontentano delle immagini che vedono. Safouane ha bisogno di partire per catturarle di persona, e dare forma alla sua idea della realtà. Il suo lavoro di fotografo lo ha portato a girare il mondo — mondo che diventa in ogni nuovo progetto il suo laboratorio, attraverso il quale studia i rituali, il ritmo e l'immaginario di diversi gruppi e comunità concentrandosi sul senso di appartenenza presente in ognuna. Di recente, Safouane è stato a Cuba con l'obiettivo di fotografare i pugili dilettanti del Paese. Con i pugni stretti e l'espressione concentrata, i giovani dei suoi scatti si mettono alla prova sul ring e sognano di competere ad alti livelli. Abbiamo incontrato Safouane per farci raccontare come è andata.

Allora, innanzitutto raccontaci delle tue prime esperienze con la fotografia.
Mi piace pensare che il mio rapporto con la fotografia abbia due inizi: il primo è l'emulazione. Mio padre ha sempre scattato tantissime foto, e in casa avevamo un sacco di macchine fotografiche che ho iniziato a maneggiare molto presto. Le immagini che inserisco in questa categoria sono molto personali; all'epoca mi limitavo a imitare ciò che vedevo sui poster dei miei manga preferiti, ricostruendo proprio le pose. Il secondo inizio è arrivato più tardi, per via dei miei studi all'università. Ho pensato che i ragionamenti e la ricerca che stavo portando avanti avrebbero avuto molta più forza se li avessi presentati attraverso le mie creazioni. Il linguaggio accademico poteva essere limitante, mentre io volevo qualcosa di molto più diretto, che andasse dritto ai sensi.

Quali erano le tue fonti di ispirazione?
Ho iniziato a interessarmi all'arte fotografica relativamente tardi—per dirti, mi sono messo a studiare la fotografia di Wolfgang Tillmans soltanto durante il mio viaggio in Palestina nel 2013. Quella stessa estate ad Arles avevo visto una mostra, e ne ero rimasto particolarmente impressionato. Diciamo che quando ho cominciato le mie influenze erano altre, e venivano dal cinema e dal disegno—su tutti il cinema italiano e giapponese. Mi sono consumato gli occhi su Kurosawa e Pasolini, per dirti. E poi i disegni e gli studi preparatori di Alberto Giacometti, che ho scoperto grazie a Jean Genet. Mi piace il suo tratto, da cui emerge una silhouette estremamente precisa…

All'università hai studiato filosofia, pensi che questo abbia influenzato in qualche modo il tuo approccio alla fotografia?
La filosofia mi ha insegnato a pensare, a incanalare un po' l'eccesso di energia ed emozioni che mettevo nelle cose. Ai miei studi devo anche l'aver sviluppato una metodologia nell'analisi delle immagini e dei testi—per esempio, mi piace un sacco decifrare le fonti di ispirazione di un certo artista. Nelle mie foto cerco di riproporre un approccio a volte anche puramente estetico, così che l'immagine possa essere apprezzata di per sé, separatamente dal contesto. Ma poi mi interessa anche dare qualcosa di più—come se la foto fosse un singolo paragrafo in un contesto più completo che sta a me costruire—e giocare coi ricordi di chi guarda. Credo che quest'ultimo aspetto sia dovuto al mio studio della reminiscenza.

Nei tuoi lavori ti sei sempre interessato al mondo arabo, all'immagine che se ne ha. Parlami di quando sei stato in Palestina.
Avevo molto a cuore quel viaggio, e ho molto a cuore quella regione in generale, per varie ragioni. In quel periodo mi ero dedicato alla rappresentazione dei nordafricani e mediorientali nelle arti e la cultura, e poi ho anche avuto l'occasione di fare uno stage di cooperazione. Sono partito con l'idea di raccogliere un po' di immagini della vita quotidiana in Palestina, oltre il conflitto: volevo mostrare il lato soggettivo di chi vive questa realtà senza per questo eludere l'aspetto della violenza. Mi piacerebbe tornarci, anche perché la prima volta l'ho fatto con poco, 500 euro in tasca e otto rullini.

Dopo sei passato a Cuba, per fotografare i giovani pugili. Come è andata?
Sono un appassionato di boxe e i pugili cubani mi hanno sempre affascinato: hanno un'ottima reputazione a livello amatoriale, hanno vinto diversi campionati del mondo e titoli olimpici. Eppure sono per lo più assenti dalle competizioni tra professionisti. Mi ha sempre incuriosito questa specie di leggenda secondo cui i pugili cubani, volendo, avrebbero potuto battere senza fatica le leggende americane. Penso a Teofilo Stevenson, che ha sempre rifiutato i soldi di Don King per battersi con Ali…

Tu cosa dici, che i cubani avrebbero vinto contro gli americani?
Sono molto legato a Muhammad Ali, ma la sola idea di questa possibilità mi solletica non poco.

Cosa rappresenta la boxe a Cuba, per chi la pratica?
La palestra in cui ho passato la maggior parte del mio periodo a Cuba era del due volte campione olimpico Hector Vincent. Hector mi ha accolto a braccia aperte. La boxe ha una grande tradizione a Cuba, e ha le sue radici nel periodo pre-Castro. Lo sapevo ma l'ho anche percepito molto. I giovanissimi erano fieri di essere allenati da un campione. In più c'è l'orgoglio dell'appartenenza a Cuba.

Sì, i ragazzi hanno sempre un'aria molto fiera sul ring…
Ho visto dei pugili senza guanti fare cose incredibili; avevano un'enorme resistenza fisica, una grazia e un'eleganza da lasciare a bocca aperta. Quando scegli uno sport del genere diventa tutta una questione molto personale, perché in parte vuoi dimostrare qualcosa. E senza che glielo chiedessi, davanti all'obiettivo tutti assumevano tutti una posa vittoriosa o combattiva. Mi è andata bene perché era proprio quello che cercavo. Ad ogni modo il mio obiettivo non era un reportage sullo stato della boxe a Cuba: ho usato la boxe per trasmettere delle sensazioni, delle emozioni e una visione delle cose che superasse lo sport in sé.

Le tue foto sono sempre vive, piene di movimento. È una cosa che cerchi esplicitamente quando fotografi?
La maggior parte dei miei ritratti non nasce da appuntamenti programmati in studio; mi piace fotografare le persone nel loro ambiente, mi piace adattarmi. Di solito lo scatto è preceduto da uno scambio di parole, attraverso il quale cerco anche di capire il mio interlocutore, coglierne la personalità. In più, l'immagine deve sempre corrispondere a un istante di una sequenza animata, un po' come la cattura di uno schermo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Voglio proseguire con la serie della boxe a Cuba, stavolta a Santiago, che è un po' il centro di questa tradizione. In più sto lavorando a un progetto più a lungo termine sulle periferie parigine. E poi perché no, un viaggio tra Marocco, Algeria e Tunisia o una residenza artistica di qualche mese in Italia, nella periferia di Roma o a Napoli. Ho anche aperto un account Instagram in cui raccolgo vecchie fotografie amatoriali dall'Africa—e accetto anche immagini di terzi!

Wow, sembra un bel progetto! Come è nato?
Ho iniziato con immagini personali, dall'archivio di famiglia, ma l'intento è quello di creare dei ponti tra culture. Mi piace l'idea di condividere queste immagini perché ci raccontano una storia, e perché hanno un forte potere d'identificazione. Ricevo sempre più immagini e spero di dar vita a un bell'archivio.

Crediti


Foto Safouane Ben Slama
Testo Micha Barban-Dangerfield

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