anne imhof ci vuole hardcore

La Germania vince alla Biennale di Venezia puntando tutto sui giovani. Forse un modello da seguire?

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15 maggio 2017, 12:10pm

La 57sima Biennale di Venezia ha inaugurato lo scorso weekend e sarà in corso fino al prossimo novembre 2017. Noi di i-D siamo stati alla cerimonia di inaugurazione e abbiamo visitato il padiglione dell'artista tedesca Anne Imhof che ha vinto il Leone d'Oro riformulando il Faust di Goethe. Ecco qualche considerazione su una delle performance più controverse di questa edizione.

Appropriazione
Non era ancora iniziata la Biennale di Venezia che già tra gli addetti ai lavori dell'arte si parlava di Anne Imhof e del progetto a cui stava lavorando da un anno. La folla davanti al padiglione tedesco in cima alla collina dei giardini non smentisce tanta aspettativa nel giorno della sua inaugurazione. Due recinzioni industriali che potrebbero somigliare a quelle che circondano gli stadi o le discoteche di periferia segnano il perimetro di questa architettura d'epoca fascista rendendola ancora più severa e robusta. Affisso sulle grate, un cartello che dice:

ATTENZIONE. Questa aerea è difesa da cani da guardia addestrati. Non avvicinarsi. Non entrare.

Fuori infatti, due Dobermann sorvegliano la 'casa' (e qui il riferimento al Dottor Faust che viene inseguito da un cane nero è letterale). La stessa razza è quella che gli americani durante la guerra chiamavano devil dog per via delle orecchie a punta che ricordano le corna del demonio. Anche se i cani in questo caso non presentano alcuna amputazione-le orecchie son basse e la coda arricciata-sentirli abbaiare detta già un certo tipo di atmosfera. Dall'alto dei tetti, giovani belli come aquile sorvegliano il loro territorio occupando il padiglione, l'istituzione, lo stato. Prendere vandalicamente possesso di uno spazio è un gesto che ritorna in gran parte del lavoro di Anne Imhof.

Irriverenza
Durante la cerimonia inaugurale, i rappresentati di stato hanno per primi e in maniera privata visitato il padiglione insieme all'artista. Tutte le porte sono state sostituite da grigie saracinesche che vengono brutalmente alzate e abbassate per accedervi. Vedere delle cariche pubbliche in abiti classici entrare in qualcosa che assomiglia più a uno squat che a un palazzo istituzionale ha reso la cosa interessante e destabilizzante al tempo stesso. Anche la security non è convenzionale: gli ingressi sono regolati da giovani ragazze ventenni con bomber, berretto e scarpe sportive che con attitudine rude e mascolina tengono testa alla folla intrepida. Dettaglio non del tutto da sottovalutare visto che Anne Imhof ha un passato da buttafuori della discoteca Robert Johnson di Francoforte. Fumano, masticano e ci urlano contro se la massa si avvicina troppo. Qualche giornalista italiana decide addirittura di mollare di fronte a tanta irriverenza. Lo scontro generazionale si fa intenso (d'altronde siamo uno dei paesi più adultocentrici). Le ragazze le ha volute Anne, che di certo non hanno dovuto recitare la parte di stagiste educate e alienate già al primo giorno di lavoro. Tutto questo è un inno alla gioventù, nel senso più brutale e gloriosamente libero del termine.

Ode al Corpo
L'interno è ampio, austero e pieno di luce. Ogni movimento diventa eco. Nessun intervento è stato fatto per addolcire o occultare parti di architettura. Una pedana di vetro ci innalza dal pavimento e divide lo spazio senza alterarne le rigide forme razionaliste. I performer si aggirano liberamente. Charles Poulet, un uomo o forse una donna, vaga con loro tenendo fra le mani un iPad dal quale regola i suoni per connettersi ai performer; li segue e adatta ai loro movimenti una serie di tracce lente, classiche, drammatiche o scattanti, tese e noisey. Billy Bultheel, uno dei performer, è anche compositore di tutto il sound del FAUST. Le tre romantiche e melanconiche canzoni che ascoltiamo sono state scritte da lui insieme a Eliza Douglas, Franziska Aigner e Anne Imhof. ['Queen Song', 'Owen Song' e 'Medusa Song', l'ultima si può ascoltare nel video che segue]. Ogni suono è composto appositamente per ogni tipo di voce, così come ogni ritmo si fonde sinergicamente a ogni gesto. Alcuni sono da soli altri in coppia. Non ci sono coreografie e regole prestabilite, solo un flusso di azioni che vengono a crearsi in base alla circostanza. Nessun sorriso, nessuna lacrima. Il volto ha un ruolo del tutto secondario, come negli animali che si esprimono più col corpo che col viso.

Edonismo e Feticismo
Gli abiti assumono un ruolo rilevante pur senza astrazione. È un feticismo legato a un'estetica reale e alle sottoculture di Berlino, che a sua volta arrivano dalla scena hardcore di Londra e Manchester di fine anni Novanta. C'è anche una forte attenzione per le marche e il modo in cui le si indossa (Anne portava un berretto di Balenciaga e le tute dei performers erano vissute e sporche di polvere). Una forma di spettacolarizzazione del capitalismo più legata ai feticismi sessuali che all'affermazione di status sociale. Un'energia erotica e fortemente omosessuale si fa sentire: pratiche come bondage, sniffing, licking, trampling, outercourse vengono sublimate dai performers con gesti lievi e mai grevi.

Viva Anne Viva!
Il resto della Biennale è completamente diverso da quello che sta succedendo nel Padiglione tedesco; la dicotomia è netta e nessuno ha provato a creare parallelismi. La direttrice generale di 'Viva Arte Viva', Christine Macel, propone teoricamente una Biennale progettata 'con gli artisti, dagli artisti e per gli artisti' senza una tematica precisa. Ma questo approccio miscellaneo e così tanto inclusivo se da una parte ha esteso il raggio di ricerca dall'altro ha drasticamente appiattito lo spessore. L'ambizione di voler parlare a tutti dando per scontato che l'arte sia una lingua popolarmente riconosciuta sottolinea quanto utopico, astratto e privilegiato sia il suo punto di vista. L'idea dell'arte, o di curatela, come un processo che dalla 'teoria' passa alla 'forma' e poi diventa 'esperienza' non è forse una distopia prettamente accademica? E l'idea che la Biennale sia il luogo per promuovere così tanti progetti artigianali e laboratoriali non è di gusto filo borghese? Questa osservazione può suonare cinica, così come lo è gran parte del pubblico dell'arte che nei giorni di inaugurazione ha paragonato questa edizione di Arsenale e Padiglione Centrale all'Expo del tessile. La collettività non ha bisogno di opzioni illimitate ma di relazioni concrete, nuclei non ricreati a tavolino. La proposta di Anne Imhof è quella non a caso più intimista rispetto a tutte le altre perché si basa sulla possibilità di connettersi, non con gli altri ma con sé stessi come esigenza primaria. Quello di Anne Imhof è l'unico progetto che sembra guardare davvero al futuro attraverso i giovani. Nel suo Faust non c'è nessun programma educativo, solo sé stessi, la propria storia, le proprie passioni e debolezze.

Sabato 13 maggio alle 11:15 Anne Imhof è stata premiata con il Leone D'oro della Biennale di Venezia 2017.

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Foto Nadine Fraczkowski
Su gentile concessione del German Pavilion Press Office