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per il maestro della fotografia antoine d'agata la bellezza può ingannare

"Mi capita di scartare alcune foto che trovo troppo belle, perché non hanno la forza della verità."—Antoine D'Agata

di Gloria Maria Cappelletti
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29 maggio 2017, 12:41pm

Esistono molte interviste fatte ad Antoine d'Agata, tra cui quella pubblicata da Vice nel 2012 che approfondisce temi fondamentali del suo percorso formativo, dal rapporto con Nan Goldin e Larry Clark, all'esperienza con l'agenzia di fotogiornalismo Magnum iniziata nel 2008. Ma la complessità del suo lavoro fotografico, lo scavare incessante nelle dimensioni più dolorose del vivere, lascia aperto e possibile un rilancio infinito di domande.

Lo incontriamo in occasione della sua mostra personale curata da Claudio Composti alla mc2 gallery di Milano, e scopriamo che da adolescente voleva diventare prete. Oggi sembra un mistico senza Dio, a cui però è rimasta l'ossessione di quel fantasma, che desidera e cerca furiosamente di immortalare attraverso i suoi scatti di corpi negati e abusati.

D'Agata non ha paura di mettere a repentaglio la sua vita, confrontarsi con tossicodipendenza, AIDS e gratuità dell'esistenza. Cerca volontariamente quel nulla brutale e lo fotografa con ostinazione. Attraverso il suo obiettivo trasforma il vuoto doloroso della vita, il nulla dell'essere, desiderandolo lo celebra e gli dona dignità, perché l'uomo è ciò che è solo nella misura in cui lo diventa, scegliendosi.

È possibile sfuggire alla solitudine?
Ho passato tutta la vita cercando di appartenere a una dimensione dark che all'inizio mi faceva paura. Credo di aver fatto la scelta giusta nel voler sondare aspetti dolorosi, violenti e tragici della vita. È stata una vera scelta di vita. La mia infanzia e adolescenza sono state relativamente normali, quindi la mia è stata una decisione consapevole. Non sono nato in un contesto disagiato e doloroso, ma l'ho cercato e scelto, confrontandomi con una dimensione di solitudine molto forte, al limite dell'autismo. Quando mi sono avvicinato alla fotografia ho scoperto una chiave magica, con cui potevo aprirmi a nuovi incontri, conoscendo persone con cui entrare in sintonia. La fotografia è un linguaggio che mi ha permesso di comunicare scegliendo parole segrete e silenziose. Comunque, alla fine la solitudine è il sottofondo costante da cui si sviluppa tutto il mio lavoro. Ho appena finito un film di quattro ore in cui venticinque donne raccontano la nostra relazione, e anche queste testimonianze sottendono una dimensione comune, quella della solitudine. Queste relazioni, seppur tutte diverse una dall'altra, sono state un tentativo di comprensione, il cercare conforto l'uno nell'altra e viceversa, ma alla fine la solitudine rimane, una condizione intensa ed estrema, umana e imprescindibile.

L'arte può aiutare ad alleviare il dolore esistenziale?
In un certo senso sì. L'arte mi da forza, ma non aiuta le persone che ritraggo. La fotografia mi ha donato libertà e autonomia, è lo strumento con cui penso, ragiono e mi esprimo. Questo però non cambia il mondo, non cambia il destino; può essere però l'inizio di una contaminazione positiva. Credo nel potere dell'energia creativa che si può diffondere attraverso il proprio lavoro. Le mie fotografie, che sono uno sguardo personale sul mondo, possono contaminarlo. Mostrano aspetti universali, molto reali e crudi della vita in cui persone estremamente diverse tra loro possono comunque riconoscersi. L'intensità della vita reale, nel bene e nel male, s'incontra nell'arte e vice versa.

Amore è una parola abusata. Sei d'accordo?
Non uso molto questa parola. L'amore include anche abuso e non sempre è un sentimento puro. Sono fragile nei rapporti interpersonali, mantengo una totale apertura con gli altri perché questo mi permette di entrare in sintonia con le persone che incontro e con cui lavoro. Nel cercare la fiducia dell'altro mi espongo totalmente, mi metto nelle mani dell'altro. Le persone che fotografo devono sentire che non li sto usando o abusando. Cosi faccio emergere la mia fragilità e sono pronto ad accettare il rifiuto degli altri o accogliere la loro aggressività senza giudicarla. Questa fragilità per me è amore. Quando ero adolescente volevo diventare prete, perché' ho una grande capacità empatica, ho fiducia nelle persone, riesco a comprendere le motivazioni anche di chi vuole ferirmi. Questo è amore, l'accettazione incondizionata del bene e del male. A volte sono sospettoso di atteggiamenti troppo gentili, perché possono sottendere o nascondere una falsa morale. Ho cercato negli anni di creare una mia morale, che è basata per lo più sulla sospensione del giudizio.

La bellezza può essere falsificante?
La bellezza ha a che fare con la prospettiva di desideri soggettivi. La bellezza conforta. Mi capita di scartare alcune foto che trovo troppo belle, perché seppur piacevoli ed esteticamente gratificanti non hanno la forza della verità. Credo che nelle mie immagini più che donare bellezza ai soggetti che scatto voglio dare dignità. Alcune foto sono state scattate in momenti molto difficili, ad esempio qui in mostra c'è l'immagine di una ragazza che ho fotografato pochi giorni prima che morisse. Per me è stato importante donarle dignità nel contesto tragico e fragile della sua esistenza. Le mie foto non parlano di bellezza o sesso, ma di solitudine, dignità, intensità e sopravvivenza. D'altronde siamo condannati a esistere. Dobbiamo quindi cercare di dare il meglio di noi stessi, di dare dignità alla nostra esistenza, vivendo intensamente. Le mie immagini non raccontano storie, ma l'essenza della vita.

I rapporti con le persone che fotografi sono intensi. Preferisci fotografare amici di lunga data, oppure possono essere conoscenze casuali?
A volte fotografo persone che conosco da moltissimi anni, altre volte sono incontri di una notte. Non c'è differenza. L'intensità di un rapporto e la forza di una fotografia non sono date dal tempo, ma da quanto si vuole dare e dal volere tutto. Io do me stesso e voglio ricevere l'altro completamente. Non ci devono essere compromessi.

Vivi di notte?
Ho deciso di vivere in una dimensione crepuscolare e notturna. Nella notte le soglie del perbenismo diventano rarefatte e la verità emerge con più insistenza. Ho scelto di vivere in questa dimensione aperta e brutale e ora non riesco più a conformarmi con i ritmi formali del vivere diurno. Ho una dipendenza totale dalla notte, dalla sua intensità. Quando fotografo durante il giorno le immagini sono vuote, fredde e distanti, perché il mio occhio quasi inconsciamente attiva un giudizio reificante sul mondo.

In cosa credi?
Sono ateo e il valore dell'esistenza per me risiede nel costante tentativo di scegliere e rischiare, vivendo intensamente ogni attimo. Le mie fotografie sono una dichiarazione d'amore alla vita. Alcune immagini possono sembrare violente, ma io vedo empatia, fragilità e amore universali.

mc2gallery.it

Crediti


Testo Gloria Maria Cappelletti
Foto su gentile concessione di Antoine d'Agata e mc2 gallery Milano

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