il futuro può aiutare il passato ad esistere

Parliamo con Danilo Venturi, Direttore di Polimoda, di valori che aggregano, paradossi del lusso e di cosa voglia dire essere punk oggi.

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set 8 2016, 8:35am

"I giovani di oggi hanno enormi potenziali espressivi perché la società contemporanea non pone limiti di categorie predefinite, come ad esempio il sesso e l'appartenenza geografica". Cosi inizia il nostro scambio di idee sul futuro della moda con Danilo Venturi, Direttore di Polimoda, scrittore e filosofo, autore di due libri imprescindibili per una nuova generazione di creativi ed imprenditori, Luxury Hackers. Dal Fordismo al Tomfordismo e Oltre e Momenting the Memento. Fashion, Education & the CityVenturi ci indica un possibile percorso alla ricerca di un giusto equilibrio tra memoria storica e slancio creativo verso il futuro, aiutandoci ad "osservare il mondo e imparare a starci dentro". Il potere delle sue parole non risiede solo nella capacita' di trasmettere delle idee, ma far nascere delle passioni. 

Come credi sia possibile coinvolgere gli studenti nella scoperta di particolari attitudini personali, studiando il passato, guardando il futuro, con la consapevolezza che viviamo un presente per molti aspetti incerto?
L'assenza di ideologie fa sì che oggi non ci sia nessun appuntamento con la storia. Dall'altra parte però, come dici tu, la mancanza di codici predefiniti può creare senso d'incertezza, ma sono convinto che questa condizione appartenga più alle generazioni di passaggio che ai ventenni di oggi. I nati negli anni 90 vivono già in un mondo completamente diverso, non hanno vissuto né il senso di apocalisse di fine millennio espresso da Alexander McQueen, né il tentativo di Margiela di guidare la decostruzione, né la "caduta dell'impero" di Galliano, né la resa totale alla multi-identità di Marc Jacobs. Non sono i ragazzi ad avere problemi, è il sistema educativo guidato dagli adulti ad averne. Quando studiavo io, la scuola era paternalistica, dominata da docenti e temi verso i quali gli studenti dovevano avere timore reverenziale. Poi si è arrivati, soprattutto nella moda, al modello della scuola commerciale dove da una parte genitori e studenti comprano i corsi "a peso" e dall'altra ci sono molti istituti che, ormai appartenenti a gruppi finanziari, tendono a speculare sulle ore e sulla qualità dell'insegnamento. Ad esempio, ti dicono che acquisti 600 ore d'insegnamento ma in realtà solo 300 sono in classe, il resto è "fuffa" mascherata da servizi accessori e in realtà lo studente è abbandonato a se stesso. Questi due modelli vanno superati. La scuola può essere anche privata ma non commerciale. Studenti e docenti devono lavorare e progettare insieme, ci deve essere uno scambio vero, sincero, basato sui contenuti, faccia a faccia, senza scuse o presunzione, perché anche il futuro può aiutare il passato ad esistere, non solo viceversa. Perciò, la soluzione al problema che hai posto è la più semplice ma anche la più difficile perché passa dalla riscoperta dell'umanità in tutti i suoi aspetti. Insegnare e fare in modo che i ragazzi trovino la loro strada richiede un alto grado di disponibilità, un senso di missione.

Moda e Polimoda. Se la moda nell'era digitale puo' essere definita come specchio della societa' globale, possiamo dire che Polimoda aiuti gli studenti a trovare un loro modo molto personale di esprimersi per sviluppare nuovi codici? Oppure e' piu' importante sviluppare una visione globale?
L'uno non esclude l'altro. L'era globale e digitale è convergente, non divergente. Non c'è più Aut Aut, c'è Et Et. Lo vedi anche nei media. Il video non ha ucciso le radio stars così come internet non uccide la tv, anzi con i vari YouTube e Vimeo la include in sistemi quantitativi più ampi e allo stesso tempo più selettivi per fruizione e giudizio individuale. Qui, il successo dipende sempre più dai contenuti e una nicchia può avere dimensioni macroscopiche. Non è un caso che un grande fotografo come Nick Knight si sia dato al video making e che la fama globale di un designer per pochi come Gareth Pugh dipenda da questi. Eppure, ciò non gli ha impedito di venire a Firenze e di proiettare uno di questi video sul soffitto di Orsammichele, creando un evento da libri di storia della moda, nella sua semplicità. La stessa convergenza avviene nell'arte. Marina Abramovic ad esempio, esce sempre con concetti e intuizioni interessanti, poi quello che da utente ti porti a casa è un poster, un libro o un DVD. Si tratta di un sistema di merchandising del tutto simile a quello della moda che segna un cambio di passo rispetto alla pop art di Warhol e persino rispetto all'idea di serialità di Jeff Koons. Fondazione Prada fa lo stesso ed è forte ogni volta. C'è poi l'immagine, che nell'era digitale è fruita in maniera del tutto primitiva, istintiva, "I like" oppure no, ma allo stesso tempo tecnologica, perciò tecnoprimitiva. Noi pre-digitali ci lamentiamo che così non c'è il tempo di valutare il vero valore di un'immagine, dall'altra parte però se una cosa funziona, funziona così com'è, al di là di ogni sovrastruttura, ideologia, ragionamento o compravendita di opinioni. Il paradosso e il sincretismo, propri dell'era digitale, danno ai creativi di oggi molte più possibilità di trovare un proprio posto, di "posizionarsi", come si direbbe in Brand Management. La globalizzazione standardizza e fa emergere le particolarità allo stesso tempo. Ecco perché occorre sia avere una visione globale sia ricercare una cifra espressiva personale. La moda, come l'arte e la musica, non ha valore se non aggrega.

Esistono molte figure professionali nell'ambito della moda, alcune molto definite, altre ibride, come credi sia possibile aiutare gli studenti a trovare la propria strada?
Brutalmente, capitani d'azienda e responsabili delle risorse umane mi dicono ormai quotidianamente che è ora di chiamare i mestieri con il proprio nome e che in troppi si sentono artisti senza in realtà saper fare un lavoro specifico. Ad esempio, perché nessuno vuole essere calzolaio ma shoe designer? Non ha forse Ferragamo costruito uno dei marchi più importanti al mondo definendosi shoemaker to the stars? Perché nessuno vuole essere sarto ma fashion designer? La consistenza di Dior nel tempo non è forse affidata alle cosiddette petite mains che da sempre operano in incognito all'ultimo piano della sede di Parigi? Si tratta di lavori nobilissimi e competenze tecniche avanzate che le aziende vogliono recuperare, semplicemente perché la moda ad alti livelli qualcuno la deve realizzare, non solo disegnare, e poi perché il design può essere copiato nell'immediato, mentre copiare il know-how richiede decenni. Dall'altro lato, vediamo che il successo di certi designer deriva dalla capacità di reinventare il brand per cui lavorano, altri sanno quadrare le collezioni in modo da non aver rimanenze, altri non disegnano proprio ma danno istruzioni scritte a chi poi realizza abiti e accessori nella pratica, altri fanno ricerca e compongono stili. Cioè, il designer romantico degli anni 90 è in via d'estinzione, ci sono brand manager, merchandiser, creative director e stylist con competenze di design. Figure ibride, appunto. Lo stesso nel business, dove non basta una gestione numerica ma è richiesta la capacità di inventare e plasmare modelli business, e nella comunicazione dove centrale non è più il media planning ma la creazione di contenuti significativi. Da quest'anno Polimoda romperà la tradizionale divisione in due dipartimenti, Design & Technology e Business & Communication, per dare vita a quattro contenitori tematici: Fashion Design, Fashion Business, Art Direction e Design Management. In questo modo daremo più tecnica e contaminazione allo stesso tempo. Non ricordo altra scuola al mondo che abbia mai trovato il coraggio di fare una cosa simile.

E' piu' importante avere talento, competenze tecniche o diplomazia?
Dieci anni fa ti avrei detto diplomazia, se con essa si intende capacità di relazionarsi e di "vendersi bene". Ma oggi non c'è spazio per il bluff, se non sai fare quello che ti è richiesto di fare, ti cacciano. Venti anni fa ti avrei detto talento, se con questo si intende la capacità innata di dare la risposta un attimo prima che arrivi la domanda. Ma oggi sembra manchi a molti la pazienza di gestire la complessità, la fragilità e anche la forza delle persone talentuose. Trent'anni fa ti avrei risposto la tecnica, ma se oggi non hai un qualcosa in più a livello intuitivo, capacità di problem solving e un minimo di abilità nel spiegare cos'hai in mente, la tecnica da sola non basta, oppure basta ma non paga. Perciò direi che la risposta è tutt'e tre. A questi valori aggiungere poi la necessità di un po' di fortuna, cioè trovarsi al posto giusto al momento giusto, perché non dimentichiamoci che le più grandi carriere sono avvenute per caso; la tenacia, cioè la forza di non demordere ed eventualmente di adattarsi o reiventarsi, che poi porta spesso a trovarsi al posto giusto nel momento giusto; e la cultura, elemento estremamente sottovalutato ma centrale nel lungo periodo. La conoscenza è merce pregiata e fa la differenza quando ti si chiede qualcosa di più. Faccio un esempio su me stesso. Mi sono laureato in Scienze Politiche, dove ho imparato a gestire sistemi e persone. Poi ho lavorato nella musica, un mestiere creativo fatto di produzioni musicali, radio e club, insomma, niente a che fare con quello che avevo studiato. Dalla musica alla lingerie di lusso e alla fine, l'insegnamento della moda. Mi ero ormai dimenticato di aver frequentato Scienze Politiche quando mi hanno proposto di diventare direttore di Polimoda. Non avrei mai potuto fare questo mestiere senza l'esperienza dell'università, non per il titolo, ma per quello che avevo imparato e ormai messo da parte. La cultura è come un buon disco, è bene averlo, magari non l'ascolti mai, ma quando devi mettere insieme una nuova colonna sonora, lo tiri fuori, sebbene oggi sia più appropriato parlare di MP3 [sorriso ironico].

Parliamo spesso di Moda ed estetica, ma viviamo in un contesto storico che chiede di ritrovare un focus di attenzione sull'etica della formazione e del lavoro. Qual e' il lato etico della Moda?
Questo è un argomento difficile che richiede una certa dose di scorrettezza politica se non vogliamo cadere nell'ipocrisia. Ma non mi sottraggo. Parliamoci chiaro, la moda è l'industria più competitiva e bastarda al mondo, dove nulla è potenzialmente rispettato, né gli esseri umani, né l'ambiente, né la legge, né il buon senso. L'etica nella moda dovrebbe essere una precondizione invece è da una vita che ne sento parlare e che lo si prende come tema dominante, per alcuni marchi è persino un'ispirazione creativa che va sotto la voce "sostenibilità". Ma il solo fatto che continuiamo a parlarne significa che non c'è. Se chiedi alle persone comuni se vogliono perseguire un consumo sostenibile tutti risponderanno in modo affermativo, se dopo un anno chiedi se l'hanno fatto, la maggioranza schiacciante ti risponderà in modo negativo. Forse può essere più utile affrontare il tema al contrario, parlando dell'insostenibilità della moda. A quel punto ci accorgeremmo che non è la moda ad essere insostenibile ma la produzione seriale e il consumo di massa. La moda intesa come lusso era sostenibilissima perché si esauriva in tempi e luoghi ragionevoli. Intendiamoci, non sto mettendo in discussione democrazia e accessibilità, è l'obsolescenza programmata ad avere effetti devastanti. Quello che mi preoccupa di più non è tanto l'inquinamento prodotto nel disfarci degli stracci senza valore che acquistiamo continuamente, quanto il fatto che in questo modo le persone non bastano più a se stesse. A rimetterci è la qualità dell'essere umano ed è facile caderci perché oggi è meno costoso passare un pomeriggio in un grande magazzino e tornare a casa con qualcosa in mano che andare a cena con gli amici. Propongo un esperimento: anziché aggiungere capi al vostro guardaroba per provare a diventare quello che non siete, provate a toglierne per scoprire quello che siete. Dopo aver consolidato la scelta, comincerete a ricercare la qualità nei pezzi rimasti, vi costerà uguale e sarà altrettanto gustoso. Per me l'etica della moda è osservare il mondo e imparare a starci dentro.

Prima di "Momenting the Memento" hai scritto "Luxury Hackers". Cosa e' il lusso per te?
Quando insegnavo Luxury Management esordivo la prima lezione dicendo che il lusso non esiste, siamo noi a crearlo. Ad esempio, chi ha deciso che i diamanti sono preziosi? In natura sono solo sassi. Tradizionalmente, il lusso è un sistema di valori che serve a regolare la società in base alla metafora della piramide. Consiste nel gestire il senso di scarsità di ciò che è inutile e che, in quanto tale, diventa desiderabile. L'invidia, istinto mimetico insito in tutti i primati, fa da propulsore. Poi certo, ci sono differenze culturali che derivano da evoluzioni storiche diverse. In Francia, il lusso eredita il senso di grandeur delle corti reali e anche un certo fascino decadente, modello Marie Antoinette. In Italia, è più legato alla divinità del luxus romano, alla qualità dell'artigianato medievale e alla firma dell'artista rinascimentale. Negli USA, dove inizialmente c'erano grandi territori da coprire, il lusso lavora invece su un'economia di scala come tutti gli altri beni [o mali] di consumo. Fin qui tutto semplice. Il fatto è che nella società di oggi la metafora della piramide è stata sostituita da quella della clessidra. Tu puoi vedere una signora acquistare una maglietta basica da Zara e una borsa di Hermès lo stesso giorno. Il posto più ambito in un hotel di lusso non è più il più in alto e visibile ma il più isolato e invisibile, il driver principale non è più lo status ma il servizio. E più isolato è, più il servizio deve essere efficiente. Il lusso è da sempre fondato su principi economici paradossali. Bene, cambiati i valori nella società, sono cambiati anche i paradossi su cui fare leva. In un'era di accessibilità, il lusso non è più l'abito ma chi lo indossa, l'abito diventa poi una conseguenza. Oggi, la qualità della persona e dei rapporti umani sono le cose più difficili da reperire. Lo vedi anche nell'istruzione. Anni fa i corsi in Luxury erano frequentati da rampanti di buona famiglia, oggi più da adulti disillusi che dopo un'esperienza professionale feroce e competitiva vogliono investire tempo e danaro su se stessi, per capire, per migliorarsi e ricominciare su basi più accettabili per sé e per i propri affetti.

"Stay Punk" e' uno dei nostri motti da i-D, ma recentemente Lotta Volkova ha dichiarato che non esistono piu' le sottoculture giovanili. Credi che la Moda possa ancora essere rivoluzionaria e politica?
Il fenomeno di cui parla Lotta è facilmente spiegabile: in un mondo senza cultura non c'è nemmeno sotto-cultura. Mi spiego meglio. L'idea di essere punk, mod o appartenenti a qualsivoglia movimento, era dettato dal fatto che c'erano società chiuse, tutte ordinate dai dualismi mainstream/alternativo e vecchio/giovane. Tutto questo non c'è più. Una volta si ordinavano i vinili per genere e per nome, i presentatori radiofonici creavano i loro programmi parlando di etichette, luoghi e musicisti che uscivano dal gruppo e si riunivano con altri, di eroi che morivano e diventavano simboli generazionali. Con internet e globalizzazione non c'è più geografia e di conseguenza nemmeno storia, infatti nei nostri iQualcosa mescoliamo canzoni di periodi diversi, provenienti indistintamente dalle classifiche, dalle colonne sonore dei film, da una nostra vita precedente o trovati per caso su Spotify pensando che potrebbero essere un possibile filone da approfondire quando avremo tempo. Tutto diventa perciò un mix personale, esattamente come nella moda. La società è atomizzata, non ci sono movimenti, ci sono solo consumatori, perciò, come nella musica non ci sono Sex Pistols da opporre ai Beatles, nella moda non ci sono più McQueen da opporre a Louis Vuitton. I grandi pensano di essere ancora giovani e i giovani pensano troppo spesso di essere già grandi. E va bene, non ci dobbiamo fissare su un mondo che non c'è più, bisogna andare avanti, in fondo in quello che spesso definisco Beautiful Chaos ci si può anche divertire. Prendi il fenomeno Gosha Rubchinskiy, post-sovietico come nuovo esotico e brutalità come nuovo chic. Bello! Piuttosto, quello che ci dobbiamo chiedere è: in questo Beautiful Chaos ci divertiamo consapevolmente o subiamo? A chi conviene la società-mercato unica? E quali saranno gli effetti di lungo periodo? Dove vogliono arrivare? È qui che la moda diventa ancora una volta politica perché ricorda, ciò che vestiamo è ciò che siamo e chi decide oggi cosa dobbiamo essere? Porsi queste domande per me vuol dire essere punk, oggi.

Qual e' il futuro della Moda e di Polimoda?
Se ragioniamo analizzando i fatti storici di cui parlavamo prima, risulta evidente la presenza di una forza dominante che punta al sistema unico, ad una sorta di New World Order. Se questa forza dovesse prevalere, la moda allora risponderebbe alla logica "siccome nulla è più vero, allora tutto è possibile". Cioè, torneremmo a parlare di creatività sulla base di un mix totale di codici e perché no, sulla nascita di nuovi codici. Faccio un esempio, i ragazzi che si iscrivono a Polimoda hanno origini geografico-culturali sempre più miste (es. padre asiatico, madre europea, studi precedenti negli USA ecc.) e dopo aver finito la scuola spesso decidono di voler rimanere a Firenze e cominciare un nuovo business con altri compagni altrettanto culturalmente eterogenei. Questo significa che la loro appartenenza non sarebbe più decisa dalla loro pelle ma dalla città in cui decidono di stabilirsi. Si passerebbe dal concetto di etnicità a quello di etni[città]. Pensiamo a quanta novità questo fenomeno produrrebbe sulla moda intesa come seconda pelle e sulla città intesa come terza pelle. Sarebbe un nuovo Rinascimento. Se invece dovessero prevalere le forze che si oppongono, dovremmo presto cominciare a parlare di Fashion In Times Of War, allora la creatività inevitabilmente risponderebbe a logiche di scontro tra economie e culture, molto affascinanti ma anche molto pericolose, e potenzialmente sanguinarie. Detto questo, tutte le previsioni storiche empiriche non possono che essere fallaci perché basta un evento dirompente per cambiare il corso degli eventi. Perciò i libri che non abbiamo ancora letto possono essere più importanti di quello che abbiamo già letto, l'intuizione, lo stare un passo avanti, il cercare l'evento disruptive ed esserne autori. Questo insegniamo ai nostri ragazzi, ad essere leader, gente che può parlare perché sa fare, gente che ha la chiave interpretativa delle cose, che conosce il suo mestiere e sa stare al mondo, qualunque sarà la moda di domani. E questo è anche il futuro di Polimoda, perché questa scuola appartiene a chi la fa, docenti e studenti.

polimoda.com

Crediti


Intervista di Gloria Maria Cappelletti
Immagini per gentile concessione di POLIMODA
Danilo Venturi, Direttore di Polimoda (Ph. Ruggero Lupo Mengoni)
Polimoda Fashion Show 2016, Palazzo Strozzi (Ph. Federica di Giovanni)
Polimoda Fashion Show 2016, Design by Federico Cina (Ph. Giovanni Giannoni)
Vestirsi da Uomo by Marc Ascoli, Villa Favard gennaio 2012 (ph. Nonamephoto)
Villa Favard, installazione (Ph. Letizia Francini Naldi)
Erik Bjerkesjio Fashion Show, Villa Favard gennaio 2013 (Ph. Magnus Klackenstam)