Fotografia di Anton Perich

foto della new york anni '70 tra notti sfrenate e icone immortali

Patti Smith, Salvador Dali, Cyrinda Fox, Andy Warhol e gli altri: Anton Perich ha fotografato tutte le leggende di NYC.

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ago 17 2018, 7:00am

Fotografia di Anton Perich

Tutto ebbe inizio al Max's Kansas City, leggendario nightclub di New York. Era il 1970, l'epoca d'oro di artisti, musicisti, fotografi, scrittori e designer. Tra le sue stanze segrete, Anton Perich ha immortalato le personalità che hanno scritto le pagine più celebri della storia della Grande Mela, da Andy Warhol a Salvador Dali, da Patti Smith a Cyrinda Fox.

Attirato dai movimenti culturali sempre più interessanti di New York, Perich si trasferì a Manhattan dopo le rivolte studentesche del 1968 a Parigi "Ho portato con me un sampietrino come promemoria delle barricate, della rivoluzione, della vitalità di quei ragazzi," ricorda il fotografo. Alla ricerca dello stesso senso di ribellione e creatività dall'altra parte dell'oceano, ha iniziato a lavorare al Max's come cameriere, ottenendo così un accesso preferenziale nella vita delle celebrità in ascesa a NYC.

"Ripensare a quei momenti, riviverli attraverso le mie fotografie, è un modo per trovare pace," riflette Perich, che nel corso degli anni '70 ha immortalato volti e anime di artisti e spiriti leggendari. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per parlarne, ovviamente fotografie alla mano.


Una volta hai detto che quando le celebrità andavano al Max's, i clienti abituali le chiamavano "turisti". È vero?
Sì, i frequentatori del Max's si dividevano in "abituali" e "turisti". Il grande John Chamberlain era lì tutte le sere, seduto al bar nelle stanze sul retro. Non tutti potevano farlo, però. Non tutti erano uguali per Candy Darling. Non tutti ottenevano il permesso di addentrarsi nelle profondità del locale. Prendi Mick Jagger, lui era un turista perfetto, mentre sua moglie rientrava tra gli abituali. Si vedeva subito da come si vestivano: lei era una vera punk, lui era Sinatra.


Cosa ti ha portato a New York?
Sono nato in Jugoslavia, un paese oggi inesistente. Non puoi trovarlo sulla mappa. È andato, finito, passato, come l'Impero Romano. Nel 1968 ero a Parigi, ho vissuto sulla mia pelle le rivolte studentesche. Per qualche giorno ho dormito all'Odeon. Ho attraversato le barricate in fiamme della città. Ma quella è stata la fine: dopo la rivoluzione Parigi è diventata monotona. E così i venti mi hanno portato a New York.

Come sei diventato un fotografo, invece?
Non come un reporter di guerra a Parigi. In tutto, lì ho scattato 36 foto di una ragazza, un solo rullino. Ma forse sono le mie foto migliori di sempre. Ero totalmente ignaro delle battaglie che infuriavano nelle strade. Ero un lettrista radicale, facevo parte del movimento creato da Isidore Isou.

Arrivato a New York volevo essere il Rimbaud della fotografia. È la pazzia che mi ha portato verso questo medium, perché ho capito che ti permette di abbracciare l'intero universo. Il segreto, per me, sta nel contatto visivo: la maggior parte delle mie fotografie si basa proprio sullo sguardo dei soggetti.

Alcune delle foto più leggendarie degli anni '70 le hai scattate tu, al Max's Kansas City. Come ci sei finito?
Dopo le prime foto mi hanno dato il via libera, potevo fotografare chi volevo. Ero in compagnia di Warhol, Chamberlain, Forest Myers, Donald Judd, Flavin, Michael Heizer. Il Max's era il miglior posto di tutta New York se volevi incontrare gli artisti emergenti, quelli che ancora non esponevano al MoMA, ma presto l'avrebbero fatto. Lì mi sentivo a casa.

Conoscevi Andy Warhol. Come vi siete incontrati?
Penso di aver incontrato Warhol nella mia prima settimana in città. Se non ricordo male, un mio amico era sposato con una ragazza piuttosto conosciuta all'epoca e lei ci ha fatto conoscere. Era il 1970, Warhol aveva appena iniziato a pubblicare la rivista Interview. Le mie fotografie gli piacevano, ci vedeva qualcosa di interessante, così mi ha chiesto di iniziare a collaborare con lui. E così è stato.

Come descriveresti gli anni '70 a NYC a chi non ha vissuto quell'epoca?
Negli anni '70 Manhattan era piena di loft economici, freddi e vuoti che gli artisti dovevano condividere con i topi. I ratti erano compagni di stanza ideali. Frequentavamo tutti gli stessi posti, ci ritrovavamo lì tutte le notti a parlare, ballare, condividere. La più grande arte americana è stata concepita e creata in quell'atmosfera.

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D US.