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      fotografia Giorgia Baschirotto 5 aprile 2017

      chi marcia ancora oggi guarda al futuro?

      La fotoreporter Paola Agosti ci racconta le lotte femministe e le rivolte dei giovani che ha immortalato negli anni '70.

      chi marcia ancora oggi guarda al futuro? chi marcia ancora oggi guarda al futuro? chi marcia ancora oggi guarda al futuro?

      "Donne è bello, streghe è meglio" proclama un grande cartello appeso al muro. Accanto, una donna guarda l'orizzonte immersa nei suoi pensieri. La foto è stata scattata davanti all'ex Pretura di Roma, edificio occupato dal Movimento di liberazione della donna nell'ottobre del 1976. Il gruppo, assieme a molti altri collettivi femministi, infiammava le strade della capitale con nuovi modelli di protesta destinati a cambiare la coscienza e le vite di milioni di donne. Quell'attimo tra le pareti della Casa delle Donne è stato immortalato in bianco e nero dalla fotografa Paola Agosti, all'epoca incaricata di documentare il movimento femminista italiano e le lotte per l'autodeterminazione che avvenivano per strada, nelle comuni, nelle fabbriche e nelle case.
      Agosti, reporter che durante la sua carriera ha saputo immortalare su rullino il panorama economico e politico del Paese, durante i suoi anni di attività si è ritrovata spesso a confrontarsi con realtà di lotte sociali e con l'immaginario femminile, lasciando una testimonianza indelebile delle battaglia delle donne, temibili custodi di un sapere cancellato dal razionalismo del mondo maschile. Noi di i-D l'abbiamo incontrata per parlare del suo percorso, della fotografia come strumento di memoria e delle prospettive dei nuovi femminismi in una realtà contemporanea profondamente mutata rispetto agli anni '70 di cui è stata testimone.


      Dagli anni '70 sono ormai lontani, ma le tematiche femministe sono ancora argomenti estremamente attuali nella società contemporanea. Dal punto di vista professionale, trova riduttivo essere spesso identificata come una fotografa che si è occupata di temi strettamente collegate al sesso femminile, nonostante i suoi progetti abbiano contenuti molto più eterogenei?
      Fortunatamente, ogni tanto qualcuno mi riconosce il fatto di aver lavorato a progetti diversi. Spesso mi sento limitata a una sola categoria, quella della fotografa femminista. Si parla da tempo della differenza tra sguardo maschile e femminile, se ne parlava già da prima che io iniziassi a scattare. Devo dire che io non ho una risposta precisa a riguardo. Credo ci siano uomini con una loro sensibilità, come ci sono donne, Margaret Bourke-White ad esempio, che hanno documentato momenti storici ed eventi che richiedevano un coraggio molto "maschile". Quando, agli inizi degli anni '80, ho avuto l'idea di raccogliere dei lavori di fotografe donne, ho scritto a molte professioniste, e Eve Arnold mi ha risposto: "non voglio fare parte di una collezione di fotografe, io sono un fotografo". Perciò è una questione complessa. È anche vero che ripercorrendo il mio archivio la questione femminile si ripresenta con una certa frequenza, forse anche perché nel 1970, quando io ho mosso i primi passi nell'ambiente della fotografia, poche donne facevano questo mestiere. Mi sono poi avvicinata al movimento femminista grazie alla proposta dell'editore Savelli di Roma di mettere insieme un libro fotografico sul movimento femminista che intitolammo Riprendiamoci la vita. Successivamente, ho fotografato le donne nelle fabbriche del cosiddetto triangolo industriale, pubblicando La donna e la macchina. Tra gli altri lavori rientrano 56 ritratti di scrittrici, poetesse e saggiste italiane per un progetto chiamato Firmato Donna, la trascrizione visiva del libro di Nuto Revelli Il Mondo dei Vinti e il racconto fotografico in seguito L'anello forte che racconta come negli anni '60 l'Alta Langa, una delle zone più povere del Piemonte, l'anello forte fossero proprio le donne, molte di loro ragazze originarie della Calabria che si trasferivano al nord per sposare i contadini della zona. Nel frattempo, per quasi 20 anni ho collaborato con la rivista Noi Donne, che mi ha fatto conoscere un'Italia tutta al femminile. Insomma, mi sono sempre riconosciuta nelle lotte delle donne, ma quello che più mi interessava era raccogliere una testimonianza, ed è questo che sono oggi i miei scatti.

      Lo scorso 8 marzo abbiamo assistito a manifestazioni femministe in diverse città italiane, promosse dal movimento Non una di meno. Rispetto a quello che lei ha fotografato negli anni '70, cosa ne pensa di quello che sta succedendo oggi? Si respira la stessa energia?
      Da quello che ho letto sui giornali mi sembra si ponga l'accento sul fatto che abbiano partecipato molte ragazze giovani, mentre rispetto allo sciopero in sé c'erano opinioni discordanti. Io penso che aver scioperato non sia un male. Molti hanno sottolineato le difficoltà che si sono create, per prime verso le donne stesse, però uno sciopero è tale per un motivo. Io purtroppo non ho partecipato a nessuna manifestazione, quel giorno sono venute due ragazze ad intervistarmi nella mia casa a Torino, perciò abbiamo fatto in qualche modo un amarcord femminista!

      Ho letto in una sua intervista che lei vede la fotografia come memoria, come una serie di ricordi che rimangono impressi nella pellicola e che continuano a testimoniare ciò che la macchina ha catturato. Che valore hanno oggi questi ricordi per lei?
      Sicuramente la fotografia è già memoria nel momento stesso in cui catturi qualcosa che inevitabilmente un momento dopo sarà già irripetibile. Anche se in varie fasi della mia professione ho realizzato molti ritratti e reportage di tipo etnografico, sono essenzialmente una fotoreporter e non ambisco a essere né un autore né un'artista. Credo che anche nel modo in cui ho conservato il mio archivio ci sia una grande attenzione per la memoria. Ho custodito non solo negativi e diapositive, ma anche registrazioni di interviste e molto altro. Ancora oggi aver conservato tanto per me si rivela una grande risorsa che stimola la mia creatività.

      Da dove nasce questa sua necessità di archiviare i suoi lavori?
      Un po' è genetica dato che mio papà era un grande "archiviatore", non solo di memorie personali ma anche storiche. Avendo lui avuto un ruolo importante nella Resistenza aveva compreso il valore di consegnare alla memoria futura certi documenti. E poi mi sono resa conto molto presto, osservando i fotografi e le fotografe più vecchi di me, che l'archivio poteva costituire non solo la propria memoria ma anche la propria pensione (ride)! È stata all'inizio della mia carriera determinante la mia amicizia con Franca De Bartolomeis, ricercatrice iconografica alla De Agostini e tra i creatori del primo archivio fotografico della casa editrice. Mi insegnò subito ad archiviare e come archiviare. Io mi ritrovo ancora oggi molto bene in questo archivio fatto di negativi e provini in bianco e nero, diapositive e stampe, proprio perché ho usato sempre lo stesso criterio di archiviazione. Quando succede purtroppo di perdere qualche persona cara mi viene quasi istintivo andare nel mio archivio a cercare il loro volto, rivedere cos'è rimasto in quegli scatti disattenti che fai agli amici e ai familiari.

      La memoria e il passato sono temi ricorrenti nella cultura di oggi. Cosa ne pensa di questa fascinazione per il passato?
      Nella vita ho sempre guardato indietro e mai avanti, anche se tutti mi dicono "Tu sei una donna del tuo tempo", o di aver anticipato i tempi con certe mie fotografie. In realtà sono sempre stata affascinata dal passato, tanto che la mia mamma, la quale per il suo tempo era una donna molto moderna, mi diceva, "Paola lascia perdere con tutte queste memorie!" È vero quello che lei diceva, tanto che un amico grafico che cura il mio sito un giorno mi ha detto, "Paola, tu che sei molto vintage…", e non era per dire che sono molto vecchia ma che sono quasi di moda! (ride) 

      Crediti

      Testo Giorgia Baschirotto
      Foto Courtesy Paola Agosti

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      Tematiche:anni '70, paola agosti, fotografia, femminismo, lotte femministe

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