Storia e stereotipi associati al fondotinta: com'è nato e perché lo usiamo?

Nell’antichità la pelle diafana era un tratto associato alla nobiltà. Per questo è stata ossessivamente privilegiata e ricercata, portando alla discriminazione delle persone con un incarnato più scuro.

di Greta Giannone
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27 novembre 2020, 5:00am

Artwork di Maria Laura Buoninfante

Beauty i-Dentity è la rubrica in cui la make-up artist Greta Giannone racconta ai lettori di i-D Italy la storia del trucco e il costume. Ogni articolo analizza l'evoluzione di un determinato prodotto del settore beauty, ripercorrendone le varie tappe salienti a partire dalla sua nascita fino ad oggi, facendo magari anche qualche supposizione sui futuri impieghi. L'obiettivo è tracciare le modalità dell'apparire con cui l'essere umano esprime la propria creatività e personalità attraverso l'estetica.


La storia del make-up è simile a quella dell’umanità: tortuosa e legata a giochi di potere, status sociali e tradizioni religiose. Di epoca in epoca, la tensione verso la bellezza e il tentativo di soddisfare gli standard estetici del tempo sortiscono un effetto ghettizzante, designando una serie di pregiudizi verso ciò che si discosta dai canoni vigenti—incluse le discriminazioni causate da una certa percezione del colore della pelle.

Nell’antichità, infatti, in Europa e in Oriente la pelle diafana è un tratto caratteristico che distingue la nobiltà dalla classe lavorativa, quest’ultima costretta a stare tutto il giorno sotto al sole. Per secoli il pallore è stato simbolo di ricchezza e benessere, tanto da essere ricercato anche attraverso rituali di bellezza e cosmetici.

Il prodotto più emblematico in questo senso è il fondotinta, creato proprio per dare l’impressione di una pelle candida, minuziosamente tenuta al riparo dai raggi solari e, dunque, dal volgare lavoro agricolo tipico delle classi sociali meno abbienti.

La nascita del fondotinta nell’Antico Egitto nel 3300 a.C.

Il popolo egizio si schiarisce la pelle utilizzando la polvere di caolino o la biacca, un composto altamente tossico ricavato dal carbonato basico di piombo, il cui uso frequente corrode e deturpa la pelle del viso. Di fatto, possiamo considerarlo il primo “fondotinta” della storia, e risale al lontano 3300 a.C. Ma attenzione, questo composto non è neanche lontanamente simile al fondotinta per come lo conosciamo noi oggi, né per lo scopo (distinguersi dagli schiavi) né, ovviamente, per la composizione. 

L’uso del fondotinta nella Grecia Antica

Anche le donne della Grecia Antica per schiarirsi la pelle adoperano la biacca, o altri pigmenti bianchi mescolati con grasso di pollo o cinghiale, a cui aggiungono sego di bue e grasso di lana. Nelle Ecclesiazuse Aristofane fa cenno a un composto cremoso di biacca mescolata con miele e sostanze grasse. Pensato per essere spalmato e frizionato sul viso dalle donne ateniesi come cosmetico, viene chiamato Psimythion o Psimythos. Il più famoso? Quello a base di piombo, prodotto a Rodi. Sebbene consapevoli dell’azione tossica provocata da questo prodotto, gli antichi sottovalutano le conseguenze date dall’uso prolungato, poiché convinti che le sostanze non possano penetrare nel corpo attraverso l’epidermide. 

Il fondotinta nella Roma Antica, tra biacca e intonaco

La biacca verrà utilizzata in Occidente a lungo, anche durante l’epoca romana. Nella Roma Antica la biacca si mescola con guano ed escrementi fermentati di uccelli marini, ottenendo così un mostruoso composto che, una volta applicato sul viso, si trasforma in una maschera dura e bianca dalla consistenza paragonabile a quella dell’intonaco. Marziale, negli Epigrammi, prendeva in giro la matrona Fabulla per via di questa pratica, raccontando che la donna si rifiutava di camminare sotto la pioggia per paura che la sua faccia potesse sciogliersi. Un’alternativa del tempo sono le misture di polvere di gesso e miele. Per facilitare la stesura s’introducono anche coloranti naturali a base rossa o gialla, così da modificare il colorito dell’incarnato. 

L’uso del fondotinta dalla caduta dell’Impero Romano in avanti

Dopo la caduta dell’Impero Romano il pallore del viso continua a essere ricercatissimo, in quanto simbolo di nobiltà e astensione dalle attività manuali all’aria aperta. L’obiettivo è quello di avere un incarnato rigorosamente opaco, da ottenersi con composti di ossidi d’argento o di mercurio misto a grasso, mandorle amare, borace, limone e aceto. A  Firenze, ad esempio, si usa il Lustro, un composto a base di trebbiano. Durante l’Alto Medioevo scompaiono totalmente i prodotti per modificare il colore dell’incarnato. Tali cosmetici torneranno poi in auge con il Feudalesimo, allo scopo di ottenere una bellezza “naturale” il cui canone estetico è fortemente influenzato dalle sfere ecclesiastiche, che ritengono sconveniente l’uso dei belletti. 

Il ritorno del fondotinta nel Rinascimento

Durante il periodo rinascimentale torna in azione il trucco, si perde la concezione dell’estetica acqua e sapone e riparte la ricerca dell’incarnato “perfetto”. Ancora una volta, il chiarore della pelle viene legato a uno status sociale nobiliare, associato poi a una serie di privilegi. Per esaltare le vene bluastre del corpo era pratica comune esaltarne le linee con una matita di lapislazzuli.

L’età Vittoriana e il dissanguamento come alternativa al fondotinta

Durante il XIX secolo il trucco viene associato alle donne di facili costumi. Per ottenere una pelle diafana e pallida si ricorre dunque a pratiche alternative e alquanto drastiche, come il dissanguamento e il digiuno. Quello Vittoriano è indubbiamente un periodo caratterizzato da un rigido codice morale, votato alla modestia, al pudore e alla sobrietà sessuale, ed è con questo approccio che la cosmesi progredisce e diventa parte integrante dell’universo femminile, con tonalità delicate che si addicano all’aspetto di una donna fragile e sobria.

I cambiamenti beauty nel ‘900, tra razzismo e nuovi paradigmi

Con il passare dei secoli lo “sbiancamento” eccessivo della pelle viene archiviato, ed è nel XX Secolo che si verificano le maggiori trasformazioni in ambito beauty, i cui effetti si ripercuotono ancora oggi sulla nostra società. Il trucco inizia ad essere utilizzato non solo per correggere e nascondere difetti, ma anche per puro piacere personale.

Il primo passo verso il fondotinta moderno lo fa Shiseido nel 1906, lanciando l’innovativa polvere color “carne” per il trucco teatrale, il cui uso è tuttavia pensato solamente per le pelli caucasiche. La formula Shiseido, a base di oli, permette alla polvere bianca di aderire meglio alla pelle e mantenere più a lungo il suo effetto uniformante. 

Con l’avvento del cinema muto, nel 1914 Max Factor crea il Supreme Greasepaint, il primo cosmetico pensato appositamente per il cinema. A base di vaselina e comunemente conosciuto con il nome di cerone, è una patina sottile e flessibile, disponibile in ben 12 sfumature diverse, così da adattarsi a più incarnati possibili. 

La svolta dell’abbronzatura e del colorito vivace

Nei primi anni ‘20 arriva la svolta: Coco Chanel lancia la moda dell’abbronzatura, rompendo per prima un tabù ormai millenario e decostruendo il modello della carnagione madreperla associata alle signore aristocratiche. Inizia così a diffondersi l’ideale del colorito naturale e vivace, lontano dagli stereotipi del passato.

E nel 1932 ecco un’ulteriore svolta: con l’arrivo del cinema a colori, il make-up si deve adeguare. Nasce così il Pan-Cake di Max Factor, un fondotinta a base di talco e con un finish matt, dall’effetto più naturale. Nel 1953 è sempre Max Factor a proporre il Crème Pluff, un fondotinta compatto, ma più cremoso.

Il dopoguerra e la nascita del fondotinta liquido

La nascita del fondotinta liquido avviene durante il secondo dopoguerra: le donne vogliono un prodotto che corregga le imperfezioni delle gambe, così da non dover portare sempre le calze—non a caso si utilizza il termine Liquid Stockings per identificare il fondotinta. Ma il primo vero e proprio fondotinta liquido viene messo in commercio da Coty nel 1952, l’Instant Beauty, dalla formula leggera e priva di vaselina. 

Negli anni ‘60 le esigenze delle donne cambiano insieme al loro stile di vita e al loro modo di relazionarsi con il mondo del lavoro: servono prodotti veloci, semplici e leggeri. Le lentiggini, ad esempio, non vengono più coperte ma diventano un simbolo di libertà che rispecchia il sentore del momento storico, rappresentato da fenomeni come Woodstock e la Factory di Warhol. È un periodo importante anche per i visagisti, che diventano i più affermati e richiesti make-up artist dell’epoca; per nominarvene uno: Serge Lutens.

L’uso del fondotinta oggi

Dagli anni ‘80 in poi si è verificata una continua e costante evoluzione del fondotinta, con progressi tecnologici notevoli e formule diverse al fine di bilanciare resa ed esigenze, tra mousse, BB Cream, CC Cream e molti altri prodotti. Il concetto alla base è quello di creare un fondotinta curativo, concepito come una crema cosmetica e non come un artificio meramente estetico. A influire su questa tendenza è, ovviamente, il trend della skincare, a sua volta legato al movimento dell’accettazione di sé.

Il fondotinta a livello concettuale diventa intanto sempre più inclusivo, offrendo infinite tonalità (shades) che tengono conto di ogni tipo di incarnato esistente. Oggi il fondotinta è infatti un prodotto sottoposto alla libertà di scelta del singolo, che può decidere se “correggere” o “uniformare” e individuare la sfumatura e la tipologia di fondotinta più adatta a sé, senza condizionamenti sociali di alcun tipo.

Crediti

Testo di Greta Giannone
​Artwork di Maria Laura Buoninfante

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