Le frasi che noi persone LGBTQ+ non vorremmo mai più sentirci dire a Natale

Dal classico "ma il fidanzatino dove l'hai lasciato?", passando per la subdola "non te la prendere, dai, stavo scherzando", fino alle più difficili, come "Ma sei diventato una donna?"

di Gloria Venegoni
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23 dicembre 2020, 5:00am

Still dal film "Non ti presento i miei"

Concedendoci una generalizzazione, potremmo dire che l’umanità si divide in due categorie: chi aspetta tutto l’anno il periodo delle feste natalizie, e chi invece vive queste due settimane come un incubo. Senzatetto, persone anziane rimaste completamente sole, chi si trova ricoverato in ospedale e nuclei familiari complicati sono alcune delle categorie che vorrebbero saltare questo periodo a pie’ pari—inclusa la comunità LGBTQ+.

Il commento omofobo e transfobico en passant, figlio diretto di quell’eredità da Cinepanettoni di cui è impregnata la nostra cultura, viene non solo legittimato dai nostri spiritosissimi parenti, ma anche travestito da battuta innocente, minimizzandone così la portata discriminatoria. Spesso l’insulto è voluto, pronunciato con l’intenzione più o meno consapevole di denigrare, mortificare e mettere a disagio.

Certo, se si ha abbastanza coraggio (o masochismo), si può sempre tentare la via del dialogo lanciandosi in un’invettiva volta a decostruire i bias di chi abbiamo di fronte. Ma quando dall’altra parte c’è un membro della nostra famiglia, il rischio è di sollevare un polverone che graverà su di noi per i prossimi dieci Natali.

Il problema è che la tavola è una sola, e non c’è via di scampo. Non resta che rispettare il tacito accordo di non belligeranza riassumibile come: “Lo sai com’è fatto lo zio, devi ignorarlo e lasciarlo parlare, porta pazienza.” E se questo significa che sarai tu a soffrire, poco importa. L’importante è non guastare l’atmosfera natalizia.

Per solidarietà con chi si trova in questa posizione ogni singolo anno, per chi assiste a queste situazioni e vuole agire da ally, per le persone ignare che è ora che aprano gli occhi, ecco una lista non esaustiva di situazioni tragicomiche che potrebbero trasformare il Natale delle persone LGBTQ+ in un incubo.

 “Ma allora il/la fidanzata/o?”

Un evergreen che non passa mai di moda, una piaga che miete vittime anche tra persone eterosessuali e cisgender. Beh, potresti sempre sconvolgere la tua prozia ottantenne vomitandole addosso un elenco dettagliato di tutti gli appuntamenti autoconclusivi e tendenzialmente disastrosi che hai avuto su Tinder quest’anno, tra un dpcm e l’altro. Potrebbe anche trasformarsi in una gag divertente, magari qualche cugino un po’ sveglio ti spalleggerà pure. Ma se la tua sessualità non corrisponde all’eteronormatività binaria, tutto questo potrebbe letteralmente fare venire un infarto a tutti i tuoi parenti over 60, e nessuno vuole rovinare il pranzo di Natale, no? Quindi, ciò che ci si aspetta da te è un pacato “no”, a prescindere che un* partner tu lo abbia o meno.

“Ah ma hai portato un’amica/un amico quest’anno!”

Non è mai cosa semplice, ma farlo al pranzo di Natale, alla presenza del panopticon dei famigliari, è una dichiarazione all’ennesima potenza del vostro status di coppia ufficiale. E se la tua dolce metà è del tuo stesso sesso, non solo ci vuole una certa dose di coraggio e fiducia per riuscire a muovere un passo tanto importante, ma è inevitabile che da quel momento in poi sarete il principale argomento di discussione a tavola, basterà che usciate anche solo un attimo dal campo visivo dei familiari. Una volta che l’atto è compiuto, però, il peggio è passato. Non vi resta che resta farvi forza e affrontare tutto ciò che viene dopo. Ripeteteti come mantra che tra qualche ora sarà tutto finito, almeno per i prossimi 12 mesi.

“Tutti questi pronomi, che vuoi che sia se mi sbaglio?”

Contare sul fatto che i tuoi parenti si riferiscano a te con i pronomi adeguati è una pura utopia. Se ti hanno visto indossare il grembiulino rosa all’asilo, sarai per sempre la loro bambina. Se giocavi alla guerra, sarai per sempre il loro ometto. Punto. Peccato che l’identità di genere sia decisamente più sfumata, proteiforme e sfaccettata di così. Ma non bisogna sottovalutare la portata del misgendering: subire passivamente gli errori altrui è una forma di sottile violenza psicologica, che innalza il livello dello stressometro e ti fa venir voglia di fuggire lontano, lontanissimo.

“Ma sei diventata una donna! / Ma ti è cresciuta la barba!”

Presentarsi la prima volta a qualcuno dopo aver iniziato la transizione comporta sempre frasi come: “Ma quindi ora sei un uomo o una donna?”, “Ma quindi che cos’hai tra le gambe?”. Solitamente si riesce ad evitare queste situazioni, ma a Natale diventano obbligatorie. Stare a tavola insieme a persone non informate del tuo percorso di transizione potrebbe comportare un coming out forzato e, una volta aperto il vaso di Pandora, ti travolgerà una valanga di domande discriminatorie, offensive e transfobiche. E questo quando va bene. Quando va male, arrivano commiserazioni, sguardi passivo-aggressivi o, ancora peggio, disapprovazioni. Tranquillo, cugino di terzo grado del nonno acquisito, l’incontro per questa volta è rimandato all’anno prossimo.

“Eccoti il mio regalo! Ma come, l’ombretto rosa non ti piace?”

Tornando alle generalizzazioni iniziali, l’umanità può essere divisa in altre due categorie: chi è cintura nera di apertura dei regali e chi, per quanto si sforzi, il meglio che riesce a fare è un sorriso che sembra più una paresi facciale. Se poi sei parte della comunità LGBTQ+, il parente che vuole fare lo splendido, lanciandosi in soluzioni estrose invece di andare con la sicura e sempre apprezzata bustarella, non può che scivolare nel più totale fallimento. Eccole lì, le trousse di trucchi improbabili o le giftcard di negozi estremamente eteronormati. L’unica alternativa all’urlo libero è sorridere al meglio che si può e passare oltre, rivendendo o regalando il prima possibile il grazioso dono.

“Sei proprio la pecora nera della famiglia.”

Attingo alla mia esperienza personale per questo punto, perché emblematica. Alla solita tavolata natalizia, di fronte a un cugino che stava ironizzando fingendosi omosessuale, lo zio iper-cattolico l’ha richiamato all’ordine, invitandolo a smettere di comportarsi “come la pecora nera invertita della famiglia.” Io ero al suo fianco, ho dovuto buttare giù in silenzio, insieme alla lasagna, l’idea che la persona omosessuale rappresenterebbe un’onta per la famiglia. Questi insulti indiretti non sono casi isolati e rischiano di accumularsi nel corso della lunga giornata, soprattutto se non si ha ancora fatto coming out. Siete di fronte a un bivio: rispondere a tono, passando per una persona interessata al tema in quanto ally, ma rischiando però di farsi auto-outing. Oppure tenere la bocca chiusa e subire l’ennesima discriminazione, ricordandosi che, alla fine, con quelle persone hai davvero poco a che fare. A me è successo anni fa di trovarmi a quel bivio, e ora so che quelle frasi delle piccole cicatrici le lasciano lo stesso.

“Dai, è Natale, non litighiamo…”

Le battute idiote su gay, lesbiche e transgender sono sempre dietro l’angolo, ma quando a Natale ci si ritrova alla stessa tavola la loro frequenza aumenta vertiginosamente. E poi ti pregano di non rispondere, perché “dai, è Natale, non litighiamo”—o semplicemente per quel concetto ipocrita di cui si riempie la bocca chi parla solo per retorica: il rispetto delle persone più anziane. Per non parlare della tipica risposta miminizzante: “Ma dai, era solo una battuta.” No, sono insulti basati su stereotipi e pregiudizi offensivi.

“Ora c’è la lobby gay! Organizzassero un gay pride a Teheran!”

Eccolo, era lì in agguato e ora è esploso: il dibattito politico attorno al tavolo di Natale. E se alle discussioni con i parenti lontani anni luce dalle nostre idee politiche si aggiunge l’insulto, più o meno velato, alla propria identità, la situazione precipita. Criticare ferocemente il DDL Zan, esprimersi in modo tranchant e disinformato sulle adozioni per coppie dello stesso sesso o sui matrimoni arcobaleno, dichiarare di sostenere le associazioni apertamente omofobe e transfobiche è ben diverso dal lamentarsi dei dpcm a colori di Conte. Si tratta di forme di denigrazione di una persona seduta al tavolo, che ha un nome, un corpo, un’identità e un’esistenza, proprio come chiunque altra.

“Avrò anche diritto alle mie opinioni!”

Questa frase segue immancabilmente qualsiasi discussione, con una precisione quasi matematica. Ma la questione è semplice: se le tue sedicenti opinioni limitano la mia libertà individuale e mi infliggono una qualsiasi forma di danno, non possono e non devono essere considerate semplici opinioni. Sono discriminazioni.

“Ma posso farti una domanda personale?”

Qualche volta capita di avere attorno parenti illuminati, spesso giovani o con una particolare apertura mentale, che, venuti a sapere della tua identità di genere o del tuo orientamento sessuale, ti avvicinino con genuino interesse per chiederti più informazioni. Certo, questa può essere un’occasione per confrontarti con un parente disinformato ed educarlo, ma ricordati che nono hai l’obbligo di entrare nel ruolo dell’insegnante solo perché appartieni alla comunità LGBTQ+ o solo perché, spiegandoti, potresti ottenere rispetto ed evitare noie. Hai tutto il diritto di imbottirti di cibo e lobotomizzarti con un cinepanettone.

“Non dire niente, spezzeresti il cuore a tua nonna.”

Quella sensazione di disagio e sofferenza che emerge ogni volta che un parente ti chiede per cortesia di non fare capire la tua sessualità alla nonna fragile o al cuginetto piccolo, “perché bisogna proteggerli.” In sole tre parole diventi un tabù. Sono tutti promemoria costanti che c’è qualcosa di innaturale e intrinsecamente sbagliato nell’essere chi sei. E del cuore di chi subisce tutto questo, ci si dimentica puntualmente.


Esistono ancora parecchi nuclei famigliari conservatori, che non lasciano alcuno spazio per fare coming out, o vivere liberamente la propria sessualità e identità di genere. In queste situazioni, trascorrere il tempo con i propri “cari” assomiglia a una tortura. Il periodo delle festività, specialmente oggi che non possiamo neanche correre dalla famiglia che abbiamo scelto per sfogarci, costringe molte persone a vivere contesti di sofferenza psico-fisica. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno per concludere questo 2020.

Crediti

Testo di Gloria Venegoni

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