La musica come rito ancestrale: intervista alla dj e performer Cõvco

Dai club di Londra allo Stedelijk Museum, l’artista multimediale reinterpreta la nuova collezione di ANTI-DO-TO “Earthbound”: un invito a riconnetterci con la natura.

di Arianna Caserta
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14 aprile 2022, 11:49am

Musica, performance, poesia, moda e attivismo: la carriera di Cõvco—DJ e artista di origini congolesi—si dispiega tra i dancefloor della scena underground londinese e gli spazi espositivi più prestigiosi dell’arte contemporanea. Da sempre interessata a esplorare i confini del sensibile, a indagare le sfaccettature del sé e a innescare un risveglio spirituale collettivo, Cõvco è una figura poliedrica simbolo di una sperimentazione multidisciplinare che supera ogni tipo di barriera d’espressione: curando personalmente ogni aspetto dei suoi progetti—dalla musica al set design—, Cõvco mette in scena performance dai rimandi ancestrali e afrofuturisti, come Nexus in Paradise (2021) e Season of L’s (2022), rituali catartici volti al raggiungimento di una nuova autocoscienza e a una rinascita trascendentale.  

Con questo approccio intimista Cõvco infrange la concezione ordinaria del clubbing, come ha fatto nel 2020 con il fara fara messo in scena insieme alla musicista Lafawndah, una competizione musicale della tradizione congolese che prevede che due artist3 si esibiscano simultaneamente su due palchi diversi—in un’estenuante battaglia all’ultima nota in stile Midsommar. O come dimostra in ogni suoi DJ set, in cui musica tradizionale africana ed echi dal passato si mescolano a brani decostruiti e sonorità futuristiche. 

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Sperimentale e dirompente, la cifra autoriale che attraversa la carriera di Cõvco è un invito a guardare alla contemporaneità elaborando le proprie radici, a immaginare il futuro riconnettendosi a forze primordiali, a tratteggiare un mondo utopico. Un auspicio che è lo stesso alla base di Earthbound - Terra Chroma Perpetual Pianeta, la nuova collezione del brand italiano ANTI-DO-TO: una serie di capi tinti con pigmenti naturali di origini minerali che si configura come una chiamata a “riscoprire la profonda e quasi perduta affinità con la terra,” in un spazio sospeso tra concreto e onirico. 

Così come Cõvco considera la sua carriera come una grande opera aperta in costante dialogo col pubblico, che dà forma a uno spazio inclusivo e comunitario, i progetti di ANTI-DO-TO sono armonizzati da un epicentro comune: intendere l’arte, moda inclusa, come un veicolo per il cambiamento. Nato nel 2020, il brand basato a Porta Venezia (MI) è un hub in cui moda, arte e attivismo si fondono inscindibilmente, dimostrandolo già con i progetti passati, come la collaborazione con GAZA FREESTYLE per la realizzazione di uno skatepark a Gaza o la capsule collection THE FACE per supportare le persone senza fissa dimora di Milano. I progetti di ANTI-DO-TO trasformano così il guardaroba streetwear in uno strumento concreto per le comunità marginalizzate e in difficoltà, e la scelta di devolvere il 50% dei ricavati di tutte le collezioni a progetti umanitari spinge il concetto di moda sostenibile ancora più in avanti. 

In occasione del lancio di Earthbound - Terra Chroma Perpetual Pianeta, avvenuto il 30 marzo 2022, abbiamo incontrato Cõvco per chiederle della filosofia dietro alla sua visione artistica, del perché la sua visione è così affine a quella del brand e di cosa vede nel futuro della musica e della moda.

Ciao Cõvco! Da dove vieni e com’è stato crescere lì?
Ho origini congolesi e sono cresciuta a Londra, dove vivo ancora oggi. Si tratta di un luogo che permette di esporsi a un ampio spettro di culture e linguaggi diversi. Tra cui il motivo per cui è conosciuta: la scena musicale legata alle sottoculture, che è stata fortemente plasmata dalla scena afro/caraibica, dal dance fino al punk. Crescervi ha plasmato in modo inequivocabile la mia visione artistica.

Quand’è che la musica è entrata a far parte della tua vita?
La musica è sempre stata parte della mia vita. Sono cresciuta in un luogo dove vivevo vicino a persone inglesi, asiatiche, africane, caribiche, ricordo che nel periodo estivo si poteva sentire una colonna sonora diversa provenire da ognuna delle case attorno alla mia.

3 parole per descrivere la tua musica.
Pianti/Risate, stravagante, futuristica.

3 parole per descrivere te.
Imprevedibile, Kitoko (Nome di origini africane che significa “bellissima”), viola.

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Come descriveresti te stessa in quanto artista?
Come artista, mi esercito costantemente a utilizzare diversi tipi di linguaggi multimediali, non mi pongo mai limiti e scelgo quello che penso si addica meglio alla storia che voglio raccontare. Stabilisco i miei tempi da sola, così riesco a mantenere un certo equilibrio nei progetti che produco. Nelle mie performance creo tutto da sola, dalla musica, alla sceneggiatura, alla scenografia: creo un mondo che, alla fine, spalancherà le porte dell’anima al pubblico, facendolo entrare al suo interno. Mi piace avere il controllo dei miei progetti, credo nelle mie idee e nelle emozioni e esperienze da cui si sono originate. Ecco come mi descriverei: una persona che crede.

Fare la DJ è un po’ come raccontare storie: nei tuoi set spesso combini Dance Sperimentale, Footwork, edit R’n’B e musica da ogni parte del mondo, come la musica africana e il Rap congolese. Come nasce tutto questo?
Per me il mixing è una forma di comunicazione: stai conducendo le persone in un viaggio che sarebbe impossibile compiere a casa ascoltando una playlist o musica in modalità shuffle. Ha che fare con il modo in cui le canzoni si intrecciano tra loro, ed è anhce una questione di non prendersi troppo sul serio.

Le prime fasi della mia produzione musicale di solito sono improvvisate, e certe volte abbracciare quelle imperfezioni, quella spontaneità, è davvero la cosa migliore; montagne russe di momenti diversi che hanno la capacità di farci immaginare. Credo, per esempio, che la chitarra utilizzata nella rumba congolese (Sebene) abbia la capacità di trasportarti davanti a un tramonto o un’alba nel Sahara anche nei giorni più tristi, mentre i testi R’n’B sono spesso narrazioni di amori tristi e cuori spezzati. È tutto storytelling: vogliamo sentire le nostre emozioni, i drammi, il bene e il male, ma vogliamo anche poterci ballare su.

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Nel 2019 ti sei esibita alla South London Gallery, nel 2021 hai presentato la tua performance e installazione Nexus in Paradise al Camden Art Center e, intanto, hai suonato in quasi tutti gli angoli underground della scena del clubbing londinese. Cosa differenzia esibirsi nei club e all’interno di gallerie e spazi più istituzionali?
Si tratta di una questione molto interessante. Nei club di solito la comunicazione è più indiretta e il coinvolgimento più sporadico. Negli eventi all’interno di gallerie o musei l’interazione col pubblico è invece diretta, le persone sono aperte ad apprendere, a essere stimolate ed espandere la propria conoscenza. Può capitare anche nei club, ma dipende molto dalla situazione.

Hai curato il suono di una sfilata durante la London Fashion Week A/W22. Che tipo di rapporto hai con la moda?
Mi piace occuparmi delle colonne sonore, sono un altro modo di raccontare storie. Lə stilista ha un’idea, una storia su cui si fonda la collezione, e io la comunico attraverso il suono, come a completare un cerchio. Sperimentare i miei stati d’animo attraverso i look mi è sempre piaciuto, mia madre è la mia più grande ispirazione per me in fatto di stile. Nella mia famiglia e nella nostra cultura c’è un amore genuino per la moda, è qualcosa che ha bisogno di una colonna sonora tutta sua. È come se dovessi vestire la protagonista del tuo film personale.

I video delle tue performance (come il live allo Stedelijk Museum) mostrano alcuni dei tuoi look dallo stile futuristico-sacrale, da dea postmoderna. In che modo curi lo styling delle tue performance e come scegli i tuoi outfit?
In passato ho utilizzato sia capi presi in prestito da designer, sia capi fatti da me. Nella mia ultima performance Nexus in Paradise: Season of L’s ho realizzato personalmente tutti i costumi, non ho avuto tempo di chiedere aiuto, e aveva senso che fossi io a occuparmi di tutti gli outfit.

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Hai detto che la musica ci permette di entrare in un “regno dove celebrare le proprie storie individuali, ma collettivamente.” L’idea dell’arte, sia la musica o la moda, come terreno di auto-scoperta e strumento di cambiamento sociale è un tema ricorrente nelle tue opere, così come nella filosofia del brand italiano ANTI-DO-TO. Che tipi di cambiamenti ti piacerebbe innescare nella scena musicale attraverso la tua arte?
Imparare a spingersi oltre i limiti di ciò che si conosce e ciò in cui si crede, scoprire cose nuove di nostra iniziativa, piuttosto che seguire quello che la società ci impone come meglio per noi. Non farsi mai scappare un’occasione per acquisire esperienza e vivere quello che il mondo ci offre. Esplorare e capire l’importanza di avere potere di scelta e una propria visione. 

Dicci artist3 o musicist3 che hanno avuto un impatto su di te in quanto ispirazioni, reference e modelli.
Yondo Sister, Vanessa Daou nell’era dell’album Zipless, Sonique, Herbie Hancock, Mary J Blige. Amo anche Angela Bassett e Kerry Washington, mi ricordano un po’ mia sorella.

La nuova collezione di ANTI-DO-TO Earthbound - Terra Chroma Perpetual Pianeta è una chiamata al “rinnovo e alla riconnessione". Questo concetto richiama la tua performance Consciente of the Soul, che si concentrava sul riconnettere l’essere umano alle qualità terrene e alla mortalità tramite rituali: un’esperienza di rinascita attraverso pratiche ancestrali. Come pensi potremmo rinnovare il nostro mondo nei termini dell’ inclusività sociale e sostenibilità ambientale? Come possiamo riconnetterci al nostro vero io, alle nostre radici, e al pianeta che abitiamo?
Attraverso la scelta dei materiali, seguendo la nostre indole, trovando un equilibrio tra il doversi adattare ai bisogni del cliente e mettere in discussione le norme prestabilite. Pensare a come un’opera d’arte possa contribuire a migliorare il pianeta e capire in che modo questa ci fa sentire. Capire cosa rappresentiamo e fare attenzione che la rappresentazione sia abbastanza inclusiva.

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E qual è il ruolo della moda, nel senso più ampio del termine, in questo processo?
La moda gira intorno alle personalità, no? Attraverso quello che indossi rappresenti l’ambiente in cui esisti, con cui ti identifichi, in cui stabilisci i tuoi confini. C’è chi preferisce ambiare sempre stile e chi invece ha la sicurezza che un look in particolare sia rappresentativo di sé. Credo che la moda e l’abbigliamento che scegliamo indichino il nostro viaggio personale e trasmettano quello che cerchiamo di comunicare quando le parole non sono abbastanza, dalle conversazioni da bar ai dibattiti politici.

Se dovessi individuare un singolo step della tua carriera che ricorderai come decisivo per la tua crescita artistica, quale sarebbe? 
La mia performance Consciente of the Soul è stato un momento della mia carriera in cui tutte le cose si sono allineate per me. Ma con Nexus in Paradise penso di aver raggiunto uno spessore che non credevo fosse possibile. Sono entrambi step cruciali che non dimenticherò mai. 

Piani per il futuro? 
Continuare a raccontare storie, sempre più coraggiose ed estrose. Ho anche pensato di ritagliarmi un po’ di tempo per dedicarmi al wrestling, sarebbe un sogno. Dopotutto, anche quello è un tipo di performance, no?

Crediti

Testo: Arianna Caserta
Editor: Benedetta Pini
Fotografo: Clotilde Pietrosino
Creative Director: Gloria Maria Cappelletti
Executive Producer: Rosario Rex Di Salvo
Producer: Guglielmo Del Signore
Stylist: Giorgia Imbrenda
Groomer: Amy Kourouma
Assistenti Stylist: Marco M. Latorre
Assistenti di produzione: Luca BarbagalloCecilia Fornari
Account Director: Valentina Curti
Senior Account Manager: Benedetta Borioni
Produzione: Rexindustries

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