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Sesso, couture e Islam nella GmbH A/W 22

Per questa stagione, il marchio based in Berlin analizza le correlazioni estetiche e progettuali tra vestiario islamico, queerness e haute couture.

di Mahoro Seward; traduzione di Carolina Davalli
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24 gennaio 2022, 12:06pm

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Un talismano—così si legge sulle note di sfilata della collezione GmbH A/W 22—è “un oggetto porta fortuna che protegge chi lo indossa” e, vorremmo aggiungere, è un oggetto di cui ora più che mai sentiamo un immenso bisogno. Benjamin Alexander Huseby e Serhat Işık esplorano le qualità talismaniche della moda dalle loro prime collezioni insieme, ideando abiti che fungano da “armature sia fisiche che spirituali,” precisa Serhat.

Per questa stagione, il duo based in Berlin ha portato questa riflessione oltre i soliti tracciati, immaginando delle correlazioni tra ambienti di ricerca apparentemente lontani, come religione, spiritualità, sessualità, l’esperienza delle minoranze e la haute couture—scrivendo così uno dei capitoli più interessanti sulla questione ad oggi.

Partendo dallo studio del vestiario dei soldati ottomani del XV secolo—capi decorati con elementi calligrafici dipinti a mano, una specie di intimo da indossare sotto le armature—Serhat ha subito pensato alle muskas che suo nonno scriveva per i membri del suo villaggio in Turchia—“iscrizioni in arabico che venivano applicate ai capi intimi oppure indossati come gioielli attorno al collo, in segno di protezione,” racconta. Ecco che dunque il duo ha ideato le proprie iscrizioni, delegando al calligrafo siriano Abdelrazak Shaballot il compito di ricreare questi talismani testuali sulla camiceria, i pantaloni e gli stivali in finta pelle della collezione.

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Piuttosto che affidarsi a un linguaggio religioso, il duo ha invece voluto stilare delle grazie più secolari e spirituali—“La frase principale è ‘protetto dai pericoli,’ una frase che ho avuto in sogno!” racconta Benjamin. Profetico. Questa era una collezione capace di celebrare e ricontesturalizzare i codici e i simboli della cultura islamica, in particolare quelli legati all’esperienza e all’infanzia di Serhat, cresciuto in una famiglia musulmana. Gli elementi religiosi si inseriscono così nelle tuniche effetto pelle in jacquard e nei cappelli taqiyah che alludono a quelli indossati dagli uomini in moschea. E se il campo semantico non proviene direttamente dalla tradizione musulmana, le iscrizioni parlano chiaramente di sicurezza, protezione e bellezza, continua: “Quando cresci da musulmano, volontariamente o no, vieni costantemente esposto a questo tipo di iscrizioni—è l’unico modo per pregare e ti circondano sempre, per protezione. Le trovi sugli infissi delle porte, per esempio.” “La collezione è un’esplorazione molto personale della spiritualità, basata sulla nostra eredità culturale comune,” conclude Benjamin.

L’esperienza personale del duo si fa strada nell’indagine sui punti di contatto tra sesso e spiritualità—o religione—, una riflessione che influenza i blazer squadrati e i kaftani/miniabiti abbinati a stivali con tacco alti fino alle cosce. E se questi look potrebbero a prima vista sembrare trasgressivi, l’obiettivo non era tanto quello di rompere le barriere, quanto fare domandare al pubblico perché in primo luogo vengono percepiti come trasgressivi e in che misura. È un invito a mettere in discussione le idee spesso distorte che queste immagini scaturiscono.

Per esempio, “se si trattasse di una collezione per la donna, l’idea di un kaftano abbinato a stivali alti non sarebbe per nulla provocatoria,” riflette Benjamin, “ma vedere questo abbinamento su un uomo che non indossa pantaloni e di cui si intravede un pezzo di coscia spuntare sotto al kaftano e sopra gli stivali, improvvisamente rende il tutto radicalmente diverso e molto più seduttivo,” il che fa capire quanto le nostre idee irrazionali su decoro, sessualità e rappresentazione vadano messe in discussione. Innesca anche una riflessione sulle percezioni rispetto alla fede islamica, in particolare i preconcetti che orbitano attorno alla sua relazione con la queerness. “L’Islam è la religione più demonizzata collettivamente e che viene percepita come più ostile rispetto alle persone queer, il che nega automaticamente il fatto che possano esistere persone musulmane queer o persone queer cresciute in case di credenti musulmani,” afferma Benjamin. “Volevamo trovare un modo personale di esprimere tutto questo—senza sollevare critiche alla religione o tentare di analizzarla. È più una riflessione sulla nostra relazione personale con la fede e come il mondo la percepisce.”

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Ma più che una dichiarazione, la community che orbita attorno al brand era in cerca di abiti che esprimessero tutto questo. Un blazer ereditato dal padre, un paio di stivali rubati dall’armando della madre, per esempio, riflettono un tipo di styling già adottato dalla nuova generazione di “persone musulmane queer che esplorano questi spazi e idee,” riflette Serhat. “Come abbinamenti, non sono così sconcertanti come apparivano a me quando ero un teenager. Semplicemente, ricreiamo delle silhouette che vediamo indossare alla nostra community.”

Il che è un promemoria di ciò che sta al centro del brand di Benjamin e Serhat. Se da una parte le loro collezioni possono essere intese come ricerche antropologiche, dall’altra, essendo dei designer di moda, sono collezioni dannatamente alla moda. E se i pezzi più iconici del brand finora sono stati i cosiddetti "Revenge dress", questa stagione vede un'espansione del marchio verso territori progettuali più complessi, come cappotti di lana totemici con enormi colletti a scialle in pelliccia sintetica e polsini allungati, oppure i top geometrici con scollo che ricordano la teatralità scultorea di Rick Owens e Gareth Pugh. Il riferimento principale, infatti, era il couturier Jacques Fath—la cui influenza si nota nel rovescio dei capi o negli scolli a V che rivelano la parte superiore della schiena, un segno distintivo del designer francese qui reinventato per il corpo maschile.

Altrove, una sartoria precisa—che allude alla “cerimonia del vestirsi per andare in moschea,” afferma Serhat—esprimeva il talento sartoriale del duo, dimostrando l’abilità della coppia di creare abiti che funzionino autonomamente, anche senza il contesto che attornia la collezione.

A controbilanciare la loro ultima collezione, una critica acerba al white privilege, questo progetto è un passo in avanti verso una riflessione personale piuttosto che prettamente politica—anche se per GmbH, i due aspetti sono legati inscindibilmente. Così facendo, sono riusciti a introdurre un elemento di vulnerabilità alla collezione, una crepa nell’armatura, ed è questo che rende la collezione il loro lavoro più stratificato e introspettivo ad oggi. 

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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Crediti

Fotografie su gentile concessione di GmbH

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