Nessuno può competere con il minimalismo radicale di Jil Sander

Il lavoro della coppia di designer è una boccata d'aria fresca in un'industria basata sul clamore.

di Osman Ahmed
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09 gennaio 2020, 2:05pm

Se dovessimo trovare una prova concreta del fatto che non bisogna urlare per farsi sentire, sarebbe senza dubbio il lavoro di Lucie e Luke Meier, i co-direttori creativi di Jil Sander. La casa di moda sarà anche fondata sul minimalismo tedesco, ma nelle mani della coppia ha poi preso la forma dell'esempio perfetto di un design elegante imbevuto di calore e spirito artigiano, con vestiti delicati e sobri, proprio come i loro creatori.

Pensando al panorama della contemporanea, intriso di opulenza, decorazioni eccessive e sovra stimolazioni sensoriali, Jil Sander se ne distanzia nettamente e rimane fermo nel suo obiettivo a ogni collezione: creare vestiti che durino per sempre, capaci di superare indenni qualsiasi rivoluzione, estetica e non.

Jil-Sander-FW20

Ecco allora che i vestiti, quando riescono ad acquisire una dimensione senza tempo per qualità e caratteristiche estetiche, finiscono per trascendere la moda stessa. E anche giustamente, visto il (drammatico) clima attuale. Questo rende le creazioni blu/beige/rosso scuro/nere di Jil Sander davvero difficili da descrivere, perché trasmettono sempre lo stesso tipo di energia, quello di una camiceria in cotone crespo, di una sartoria rigorosa eppure fluida e di una giacca classica in cashmere. Il punto è che non bisogna necessariamente reinventarsi a un ritmo frenetico e velocissimo per rimanere al vertice della moda. Ed è questo quello che rende l'approccio Lucie e Luke Meier estremamente radicale per la costruzione di un brand moderno.

Anche come guest designer del Pitti Imagine di Firenze, la collezione AI20 uomo di Jil Sander è stato come un ritorno a casa. I Meier si sono infatti incontrati a Firenze nel 2001, quando entrambi erano studenti del Polimoda e sono diventati coinquilini. Lei è Svizzera, lui è Canadese; lei si è poi avventurata nel mondo della haute couture di Dior, lui nell'universo streetwear di Supreme. È tutto così romantico.

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Quasi 20 anni dopo, uniti sia in matrimonio che nella creatività, hanno riempito Santa Maria Novella con montagne di calendule, fiori noti ovunque per il loro potere curativo, dal Messico all'India, e col suono violento di Hidden Place di Bjork (un intento di fare qualche cosa di esotico, vi chiederete? No, era un omaggio all'iconica farmacia Santa Maria Novella, fondata a Firenze 600 anni fa).

Sono stati semplicemente i vestiti, liberi da qualsiasi logo, branding o segni kitsch, a farsi sentire. “Abbiamo iniziato pensando a Firenze e a cosa significasse per noi," ha spiegato Luke dopo la sfilata. “È stato qui che abbiamo davvero scoperto cosa volesse dire 'fare moda' e cosa fosse la vera manifattura. La nostra formazione è iniziata qui, quindi siamo partiti da una serie di riferimenti al lavoro artigianale."

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Dunque, se c'è una lezione da imparare, è quella dei gesti della manifattura di tutto il mondo, che passano attraverso le emozioni — linee di applicazioni argentate dal Sud-Ovest Americano, lane Giapponesi, tweed Inglesi tessuti a mano, tabarri di lane Shetland, sete tinte a mano e moltissime pelli lavorate in Toscana e cashmere. Il tutto trasportato attraverso il gioco delle proporzioni — grandi volumi con texture morbide; un layering che in qualche modo è sempre apparso leggero.

I designer sentono forse che il loro lavoro può essere l'antidoto per un'industria basata sul clamore? “Questo è quello che facciamo,” ha semplicemente affermato Lucie. “Cerchiamo di pensare a quello che sembra giusto per noi, invece che guardare costantemente allo schema più grande.” ha aggiunto Luke: “Facciamo quello che ci sentiamo di fare, forse è proprio per questo che il nostro lavoro è radicale.” Radicale, sì. E importante, assolutamente.

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All images courtesy Karla Otto

This article originally appeared on i-D UK.

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