Tutte le immagini su gentile concessione di Le Dictateur Press

Le Dictateur, soggetto mutante a cavallo tra editoria, arte e grafica

Un'intervista al suo fondatore, Federico Pepe, per raccontare l'evoluzione mirabolante e inaspettata di questa entità multiforme, tanto astratta quanto concreta nel suo output creativo.

di Saul Marcadent
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10 aprile 2020, 4:00am

Tutte le immagini su gentile concessione di Le Dictateur Press

All’inizio rivista, poi spazio per le mostre, qualche anno dopo marchio editoriale e infine studio creativo. Dal 2006 Le Dictateur è un soggetto mutante, che tiene insieme tante voci, grezzo e super raffinato nello stesso tempo. L’incontro con Federico Pepe, il suo fondatore, avviene, silenzioso, tra la posta elettronica e una chat WhatsApp, lungo un paio di giorni in cui il tempo sembra sospeso e in cui mi piacerebbe tornare a vedere, più che parlare.

Le dictateur cultura intervista federico pepe
Casa a Montebuglio

Ciao Federico, comincio chiedendoti come ti senti, dove ti trovi e come trascorri queste giornate.
Mi sento bene, molto bene, nonostante tutto. Mi trovo in Piemonte a Montebuglio, nel paese in cui sono nato. Qui ho una vecchia casa molto spaziosa che diversi anni fa ho acquistato e restaurato insieme a Stefania, mia moglie. Trascorro le giornate lavorando per i clienti dello studio, dipingendo, facendo il pane, piantando fiori e insalata (vediamo cosa succede), camminando in montagna, preparando la prossima mostra, progettando nuovi oggetti. Insomma, quello che faccio di solito ma in una modalità insolita.

Un paio di settimane fa mi hai mandato alcune immagini di un libro che hai realizzato a quattro mani con tuo padre. È l’ultima produzione di Le Dictateur Press. Mi ha colpito molto, anche perché avevo sul tavolo il primo numero di Family Portrait, una rivista che intende indagare la ridefinizione oggi dell’idea di famiglia. Mi racconti l’origine di questo progetto?
MISSION ABORTED è una pubblicazione realizzata da Federico e Antonio Pepe. Ho spesso coinvolto mio padre nelle mie vicende artistiche. È stato un modo per comunicare attraverso ‘il fare’, linguaggio che entrambi capiamo e frequentiamo volentieri. Ne io né lui siamo di tante parole. Gli chiesi di realizzarmi per una mostra una serie di aborti di Topolino e Minnie, i famosi personaggi di Walt Disney, che poi sarebbero stati esposti in vasi di formaldeide. Per settimane documentai senza troppa cura i progressi del lavoro. Non più tardi di due mesi fa, cercando in vecchi hard disk altre cose, ho trovato una cartella con tutte queste immagini. Ho pensato subito che ci fosse il potenziale per una pubblicazione e che avrebbe fatto piacere a mio padre se a firmare il lavoro ci fosse stato pure lui. Il tempo per fare queste cose non è infinito purtroppo.

Le dictateur cultura intervista federico pepe
MISSION ABORTED

Solitamente, quando realizzi una pubblicazione o una mostra, ti confronti con gli artisti mentre in questa occasione ti sei confrontato con tuo padre. Ti sei predisposto al lavoro nello stesso modo?
Non mi sono confrontato con nessuno. Ho fatto quello che volevo e che sentivo. Poi ho mandato un pdf del lavoro finito a mio padre prima di andare in stampa. L’unico contributo esterno è il testo che accompagna il libro, scritto da Marco Tagliafierro.

E con lui ti sei confronto o nemmeno con lui?
No, non mi sono confrontato nemmeno con lui. Volevo mostrargli il progetto finito. Credo di aver mostrato qualcosa a Stefania, lei era entusiasta della combo padre-figlio. Family business...

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MISSION ABORTED

Chi legge, sfoglia, contempla le pubblicazioni di Le Dictateur Press? Ci pensi mai?
Insomma… immagino sempre che gli altri siano eventualmente dei testimoni di quello che faccio. Si siedono a tavola quando tutto e pronto. Non ho ansie o preoccupazioni particolari nei confronti del giudizio esterno, non più. Non è menefreghismo o un tentativo di schermarmi verso le critiche o le opinioni altrui, semplicemente non provo molto se penso a chi sfoglia, legge o contempla. Qualsiasi cosa io faccia, penso sempre a pochissime persone. Davvero pochissime. Penso sempre a loro.

Facciamo un salto indietro alla rivista Le Dictateur. Cinque i numeri prodotti dal 2006 al 2016. A quale episodio sei più affezionato e perché.
Sempre al primo, per come è nato, per quello che ha significato in quel momento, per il fatto che è stato l’inizio di tante altre cose.

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Le Dictateur 4

Come immagini il sesto?
Immagino un lavoro totalmente in linea con i precedenti dal punto di vista formale. Dimensioni, carta, cura nella stampa e nella rilegatura. E ovviamente grandi interventi di grandi artisti e di alcuni giovani sconosciuti, come è avvenuto in passato. La parte più interessante per me è sempre stata capire come sfidare il concetto di stampa. Questa dovrebbe sempre rimanere la direzione.

Nel 2016 la storica dell’arte e curatrice Azalea Seratoni compie una ricostruzione tanto dettagliata quanto affascinante dell’universo Le Dictateur: alla rivista, fondata nel 2006, si aggiunge nel 2009 uno spazio espositivo e il marchio editoriale Le Dictateur Press nel 2012. Come se non bastasse, nel 2018 diventa pure uno studio. Cosa tiene insieme tutte queste facce?
Prima di tutto la volontà di farlo, di tenere tutto unito anche se a volte è difficile, o poco conveniente. Credo molto nella coerenza e nella consistenza del lavoro. Io faccio tante cose apparentemente molto diverse ma nella mia testa stanno tutte insieme, vedo e sento una stessa energia che le attraversa. Cerco di tenere acceso questo flusso energetico che fa sì che cose diverse possano alla fine emanare un’aura simile.

Qual è la prima pubblicazione di Le Dictateur Press che ti viene in mente?
Escludendo Le Dictateur, mi viene in mente VOID, che è esattamente l’opposto. È una scultura editoriale che costringe lo sguardo in un vortice e ospita al centro un solo lavoro di un unico artista. Il primo numero è sviluppato con un lavoro di Roberto Cuoghi.

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Le Dictateur studio

Abbiamo un amico in comune, il fotografo Jacopo Benassi. Poco tempo fa ha pubblicato sui suoi social una foto di te giovanissimo, Stefania e la vostra prima figlia, Violetta. Non posso non chiederti quando è iniziata la vostra amicizia, o forse è più corretto parlare di fratellanza.
Quella foto risale proprio al giorno prima dell’inaugurazione di una mostra alla quale eravamo stati entrambi invitati. Eravamo a Napoli, alla galleria Changing Role di Guido Cabib. Il momento in cui è cominciata la nostra fratellanza. Quindici anni fa ormai. Jacopo è diventata una delle pochissime persone di cui non posso proprio fare a meno. Ho bisogno di lavorare con lui di tanto in tanto. Anche con lui vale la stessa regola: poca teoria, tanta pratica.

A proposito di social, sono un po’ infastidito dalla necessità di molti in questo momento di farsi sentire. Potremmo godere di questo silenzio e invece postiamo, condividiamo a ritmi sfrenati, dobbiamo esserci a tutti i costi. Forse per non sparire. Tu sei una persona di azione: in genere parli poco e agisci. Mi dici una cosa che vuoi fare passata questa tempesta?
È molto semplice e poco inspirante ma l’unica cosa che voglio davvero fare è chiudermi al circolo di Gattugno e bere fino a svenire

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Wild Nothing
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Stillleben

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Crediti

Testo di Saul Marcadent
Immagini su gentile concessione di Le Dictateur Press

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