Artwork dal nostro editoriale scattato durante la pandemia

5 professioni che stanno conquistando il mondo della moda

Abbiamo chiesto agli insider del settore quali sono i ruoli emergenti più importanti dell'industria di oggi, ed ecco cosa abbiamo capito.

di Irene Tamagnone
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08 ottobre 2020, 12:10pm

Artwork dal nostro editoriale scattato durante la pandemia

Se durante il lockdown molti si sono messi il cuore in pace, hanno preso CV e portfolio e li hanno rifatti da capo nel tentativo di convertire le proprie competenze in qualcosa di ancora spendibile in questo “nuovo” mondo, ci sono altri che, senza fare proprio nulla, si sono ritrovati a essere richiesti in settori prima per loro lontanissimi. Fino a qualche anno fa, queste figure non avrebbero neanche mai immaginato che sarebbero state la chiave nella rivoluzione—allora già in atto—del sistema moda, ma era prima che la pandemia accelerasse il processo esponenzialmente, cambiando tutte le carte in tavola.

Chi è sempre su Instagram se ne sarà già accorto: è cambiato tutto. Scrolli il feed e ti trovi davanti immagini di archivio che sembrano uscite da collezioni del futuro, ci sono profili di venditori che sembrano vere e proprie boutique, ci sono foto amatoriali dove prima c’erano quelle più glam e patinate. Secondo un recente report di McKinsley, il cambiamento che vedevamo arrivare con tutta calma si è scaraventato su tutti noi con una forza inaspettata, innescando un cambiamento di equilibri e dinamiche a cui i brand manager di tutto il mondo non erano affatto pronti. Sebbene i ruoli tradizionali continueranno sicuramente ad avere la loro importanza, si stanno facendo largo una serie di nuove figure (noi ne abbiamo selezionate 5) che stanno cambiando l’establishment che tutti conosciamo.

1. Il reseller

Il 50% dei Millennial e dei Gen Zer acquisterà più prodotti second hand quest’anno, cercando nei pezzi del passato la risposta a trend di stagione sempre più ripetitivi. Depop, nato nel 2011, è sicuramente la piattaforma più famosa di reselling con i suoi 20 milioni di user, di cui il 90% sotto i 25 anni. Numeri importanti, se si pensa che parte della scelta di usare piattaforme come questa sta nel fatto di limitare i costi ambientali del fast fashion. Inoltre, quando un utente giovane sceglie di acquistare direttamente dai propri coetanei, può rendersi conto direttamente dell'impatto diretto che la sua spesa ha sulla sua stessa comunità.

“Perché dovrei dare i soldi a una grande azienda quando un mio amico con la sua vendita può pagarsi la laurea?", afferma un architetto di 32 anni di San Francisco in un focus group di WGSN. Secondo Nylon infatti, molti giovani preferiscono lo shopping online (che durante il lockdown è cresciuto di quasi il 50%) ai grandi centri commerciali, al punto da definire questo momento storico come "la fine dell'era dei mall così come li conosciamo". Ma non esiste solo Depop. Anche Ebay, Storr, StockX e Grailed hanno visto aumentare esponenzialmente i loro introiti, ma non c'entra (solo) il Covid.

Secondo Nico, content specialist di Grailed, il cambiamento è in atto da tempo: “Lavoro qui da quattro anni e posso dire che sono due le principali tipologie di venditori: gli occasionali e i power seller. I venditori occasionali hanno generalmente pochi pezzi, magari acquistati all'ultimo drop di Supreme. I power seller, invece, lo vedono più come un business, e si avvalgono di una serie di fornitori e aziende di riferimento da cui prendere i pezzi da rivendere su Grailed.”

Proprio per questo, ci spiega Nico, i marketplace non sostituiranno mai l'esperienza fisica in store, piuttosto “dopo la chiusura di molti negozi fisici ci sarà spazio per l'esplorazione e l'innovazione dove un tempo c'erano i centri commerciali, ma non è ancora chiaro come ciò si manifesterà. Se piattaforme come Grailed potessero trovare un modo per replicare l'esperienza online anche nell'ambito della vendita al dettaglio, allora sì, credo che più clienti sarebbero attratti da questo tipo di modello di business rispetto a quello tradizionale."

2. Il talent scout

Si inizia sempre tirando in mezzo quell'amico che ha un volto particolare che fa impazzire fotografi e stylist, e così si diventa il nome da chiamare quando si cercano “new faces” da inserire nell’ennesimo progetto branded. Che si parli poi di Milano, New York o Londra il discorso non cambia: più particolare e autentico è il talent, più forte diventa il ruolo dell’agenzia sul mercato. Ci sono le famosissime Midland e Antiagency, ma anche più piccole realtà in giro per il mondo, che vengono contattate per fornire tutto ciò che le grandi agenzie di management artist non possono dare: volti non commerciali con determinate caratteristiche e interessi, e per questo difficili da scovare attraverso dinamiche tradizionali.

Persona è l’agenzia milanese che più di ogni altra sta cambiando le regole in Italia, attraverso collaborazioni con agenzie pubblicitarie, fashion show e progetti editoriali internazionali. Abbiamo chiesto loro come è nato il progetto e in cosa si differenziano dalle altre agenzie: “Il modo di fare scouting, così diverso rispetto a 30 anni fa, ha oggi delle premesse e dei risvolti più complessi. Perché il modo di fare comunicazione è diventato più complesso con la digitalizzazione. La scelta del talent, prima ancora di parlare di scouting, la scelta del volto da associare a una storia, a un progetto, a un prodotto è oggi legato a urgenze differenti. È cambiato il paradigma rispetto al messaggio, al pubblico e al consumo del prodotto in sé, che deve essere più veloce, più legato alla vita privata dell'utente, più vicino alla sua storia e alla sua personalità.”

La ricerca di personalità, prima ancora che di figure, è la diretta conseguenza di questo shift, già in corso nel post moderno. “Il digitale è il luogo d'elezione della contemporaneità—e dunque anche per lo scouting contemporaneo—, ma questo non lo rende necessariamente il più ‘giusto’,” sottolineano le menti dietro a Persona. “Sicuramente lo è per le necessità di mercato, ma rimane rischioso. La mission di Persona prevede la scelta e la valorizzazione di un talent esclusivamente per l’essere umano che è, a prescindere da tutti gli elementi che lo connotano. Usare la geolocalizzazione di Instagram per beccare, ad esempio, persone che frequentano un luogo e hanno qualcosa da dire dal punto di vista estetico, è un utilizzo strumentale del mezzo.”

3. Il curatore

Anche qui si inizia per gioco, soprattutto se hai passato una buona fetta della tua adolescenza a guardare servizi di moda. Dato che sai a memoria i nomi delle modelle di vent’anni fa, i trend più strani e i servizi di Meisel più controversi, perché non iniziare a postarli sui social per vedere se a qualcuno interessano? Passano pochi anni (a volte anche solo qualche mese), e hai migliaia di follower, magari pure un profilo dedicato. Mettici poi la botta di fortuna di venire intercettato dalle persone giuste, e quello che era un gioco diventa un modo tutto nuovo di fare consulenza, preservando il lavoro di professionisti quasi dimenticati: l’Instagram curator. Oltre a proporre idee creative nuove, questa figura ha anche la possibilità di informare il pubblico sulla storia del design, mostrando da dove arrivano le reference degli stilisti contemporanei.

Per capire meglio questo lavoro, abbiamo parlato con Giulia Lanaro, che da sempre ha la passione per gli archivi moda e da un paio di anni è riuscita a trasformarla in un lavoro: “Ho cominciato presto a utilizzare il mio account Instagram per condividere le immagini che più mi colpivano dalle mie continue ricerche, spaziando dalla moda, all’architettura, all’ interior design e al cinema. Adoro trovare l’origine di ciò che vediamo oggi. Cerco di proporre ciò che non troveresti in Internet altrimenti, e questo rende il profilo ancora più unico. E anche funzionale,” aggiunge, perché “Instagram è come un biglietto da visita. Tramite la piattaforma, sono stata contattata da designer e fotografi di moda per collaborare a collezioni o campagne pubblicitarie, e questa per me è la più grande soddisfazione."

4. Il designer 3D

Fino a non molto tempo fa era impossibile pensare a una collezione senza la grossa macchina produttiva, i budget e gli spostamenti di persone. Ci è voluto il lockdown ad accelerare l'idea che si può sempre ricorrere alla tecnologia per raggiungere quei luoghi dove non è possibile arrivare fisicamente.

Pezzodistudio è uno progetto di tre ragazzi che si sono incontrati a Milano studiando Product Design all'Università, e in meno di un anno hanno collaborato con Prada, Dolce & Gabbana, Nike. "Tutto è iniziato con una semplice idea,” ci hanno raccontato, “dare a un capo di moda un impatto visuale pari a quella di un prodotto tecnologico, cambiare il modo in cui la moda viene comunicata e percepita. Abbiamo iniziato a sperimentare con Formy Studio, e da allora altri marchi hanno iniziato a contattarci. Crediamo che la tecnologia cambierà per sempre la percezione del fashion, e siamo convinti che il fotorealismo sia un approccio potentissimo in questo senso: permette di andare contro le regole del mondo reale, di giocare con la fisica, di creare cose che non esistono e di inserire dettagli altrimenti impossibili. In questo modo, il consumatore si sente sorpreso e presta maggiore attenzione al soggetto.”

La tecnologia 3D è, per ora, il loro metodo principale: "Oggi il 3D aiuta a creare una forte identità per i marchi, attraverso contenuti sorprendenti e pubblicità accattivanti per le loro piattaforme digitali. Un domani, verranno creati nuovi tipi di esperienze, che andranno oltre al concetto di e-commerce attuale. Non si tratta della tecnologia in sé, ma di ciò che si può fare utilizzandola: finché la creatività sarà al centro della progettazione della moda, il CGI sarà presente, e lo sarà sempre di più, perché permette alla creatività di sprigionarsi senza limiti, dimenticando i vincoli di produzione.”

Pezzodistudio è anche la mente dietro al nuovo progetto Canvas di Sunnei, uno degli esperimenti meglio riusciti di queste ultime stagioni. "La collaborazione è nata dalla loro esigenza di creare un nuovo tipo di esperienza: volevano una collezione con numerosissime varianti e, data l’impossibilità di realizzarla concretamente, siamo intervenuti noi, rendendola digitale. Insieme al team Sunnei, abbiamo progettato ogni dettaglio degli avatar di ciascun modello e ricreato virtualmente tutti i look della collezione. Una volta finita la progettazione 3D, non c’erano più limiti in ciò che si poteva fare con queste ‘persone" virtuali’.”

5. Il Corporate Responsibility Expert

La figura che più di ogni altra rappresenta il cambiamento in atto nelle aziende di tutto il mondo è il Corporate Responsability Expert, che si occupa di minimizzare l'impatto negativo di un’azienda sul mercato attraverso scelte strategiche. Mai come ora, infatti, l'attenzione del pubblico è focalizzata sui messaggi che i brand trasmettono tramite i loro canali.

Secondo BoF, i marchi che si sono impegnati pubblicamente a "fare meglio" sono ora costretti a mantenere le loro promesse, e dovranno imparare dagli esperti a trasmettere efficacemente all’esterno la loro etica del lavoro e a garantire che le loro strutture interne la riflettano. Gucci, ad esempio, ha lanciato quest'anno Gucci Equilibrium, la pagina Instagram in cui è possibile seguire i progressi sugli impegni presi negli ultimi due anni.

"Gucci è guidata da temi che costituiscono le fondamenta del nostro futuro collettivo e che lo influenzano profondamente,” ha dichiarato Marco Bizzarri, Presidente e CEO di Gucci. “Come azienda, continueremo a concentrare i nostri sforzi nel generare un cambiamento positivo per le persone e per la natura in tutte le nostre attività. Abbiamo inoltre la responsabilità, come brand globale, di assumere un ruolo attivo all'interno della comunità, per farci promotori di cambiamento. Gucci Equilibrium ha la capacità di richiamare e unire una comunità di voci diverse con il compito di aiutare a percorrere la strada che ci attende.“

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Crediti

Testo di Irene Tamagnone

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