dal roots alla dancehall: la lettera d'amore di beth lesser alla jamaica

Discutiamo i molti volti della scena musicale giamaicana con la fotografa che durante gli anni '70 si trovava lì a documentarla.

di Tish Weinstock
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14 gennaio 2016, 3:46pm

Beth Lesser avrebbe sempre voluto fare la scrittrice, ma il destino ha deciso diversamente. Beth finì per sposare l'uomo dei suoi sogni e passò la vita a fotografare la Jamaica che cambia. Nata e cresciuta a New York, Beth scoprì i suoni vibranti e le melodie dolci della musica isolana quando era ancora una bambina. Però fu solo negli anni '70 che se ne appassionò realmente. Conquistata dal suono, l'estetica e la cultura che ruotavano attorno al genere, Beth si recò più volte in Jamaica per poter assimilare il più possibile. Nel corso del decennio seguente, lei e il marito percorsero l'isola di lungo in largo, immortalando per la loro rivista autoprodotta, The Reggae Quarterly, impianti audio, studi di registrazione e la folla di personaggi colorati che li circondava. Suo marito nel frattempo faceva passare la loro musica al suo piccolo programma radio. Prima della sua prossima mostra, From Roots to Dancehall, alla KK Outlet Gallery di Londra, in collaborazione con Riviste Magazine, l'artista ci parla un po' della sua arte.

Quando entrò in contatto con il reggae e che ruolo ha avuto nella sua vita?
Durante l'infanzia, quando i miei genitori passarono le vacanze a Jamaica, che rappresentava una tappa obbligatoria, e mi portarono in dono un disco di un gruppo folk chiamato Fratt's Quintett. Un album che mi affascinò profondamente. Amavo tutto di quel disco: il linguaggio, le melodie, i temi, le voci. Giunsi al reggae partendo dalle band punk e il movimento 2 tone, ma alla fine degli anni '70, mi sembrava che quella musica rock non avesse nient'altro da darmi. Era come se fosse stata prosciugata della propria vita. Le band stavano diventando pretenziose, troppo piene di sé. Ma il reggae… Il reggae era pieno di vita. Così io e mio marito iniziammo ad ascoltarlo sempre di più e più l'ascoltavamo, più ci coinvolgeva, più ci dava soddisfazione.

Quale fu la sua prima impressione sulla Jamaica?
La Jamaica mi sorprese. Dall'estero, in quegli anni, si aveva l'impressione che quella scena musicale fosse costituita da seriosi rastafariani che predicavano e fumavano il bongo. Ma quando arrivammo, i negozi di dischi vendevano le musicassette, tracce registrate live di session eseguite con i più recenti impianti audio in cui i DJ parlavano sopra i beat più amati del momento - cosa che iniziarono a fare anche i rapper americani - e i loro testi erano tutt'altro che casti e puri. La musica era vivace e allegra, e le parole improvvisate dai DJ erano spensierate e ironiche. Molto lontani da attendere Armageddon, i giamaicani si divertivano un sacco! Eravamo affascinati dall'energia e ci tornavamo spesso.

Cosa l'ha affascinata particolarmente delle persone che ha incontrato, il loro senso dello stile e ciò che avevano da raccontare?
La loro forte individualità. Ogni persona aveva uno stile personale e ne andava fiera. Si mettevano in posa senza difficoltà, senza che dovessi dir loro cosa fare, o anche solo dare un consiglio. In realtà, posavano e chiedevano uno scatto ancor prima che prendessi in mano la macchina fotografica. Nonostante il caldo e altre condizioni altrettanto oppressive, avevano energia da vendere. Volevo catturare quella sicurezza, quella giovialità, quell'energia.

Ci potrebbe parlare un po' delle vostre zine?
Dopo la prima rivista d'ispirazione Rasta su Augustus Pablo e la sua crew, abbiamo deciso di crearne una patinata, che documentasse la scena musicale giamaicana nella sua totalità; reggae, dancehall, vecchi successi - tutto. Questo era Reggae Quarterly, che ebbe solo otto edizioni nell'arco di sei anni perché non potevamo permetterci di più.

Che reazione suscitarono le sue immagini all'epoca?
All'inizio non interessavano a nessuno. Gli artisti non erano cool per gli standard nordamericani. Il look punk era ancora popolare e i ragazzini volevano che la loro musica pop fosse il più nichilista possibile. In Jamaica, anche quelli del Tuff Gong, l'etichetta discografica di Bob Marley, pensavano stessimo perdendo il nostro tempo scattando artisti semisconosciuti del ghetto, che non sarebbero mai diventati nessuno. Prima che le persone riuscissero a vederla in modo diverso ci volle un bel po'.

Cosa risponderebbe a chi cercasse di etichettare come orientalismo questa volontà di presentare la Jamaica come un qualcosa di diverso o esotico?
Lo scattare foto era diventato un modo per comunicare. Ogni volta che tornavo in Jamaica, compravo delle copie delle immagini di ogni soggetto che immortalavo. Essere in grado di restituire qualcosa agli artisti in quel momento mi gratificava. D'altro canto però, le persone che hanno visto queste foto nelle gallerie hanno sollevato la questione dell'appropriazione culturale. Eccoci, bianchi che espongono immagini di persone di colore e che scrivono di musica nera. Anche se capisco le motivazioni dietro questa reazione, considero le mie opere come un archivio, incluse le fotografie di Kingston degli anni '80. Se ci fossero stati molti fotografi giamaicani che scattavano foto, sarebbe diverso. Potrà anche essere un pensiero controverso, ma a volte serve qualcuno di esterno da un contesto per notare il valore di una cosa e abbia il coraggio prendere l'iniziativa.

Al momento a cosa sta lavorando?
Sto contemplando l'idea di inserire tutti i miei lavori in una piattaforma interattiva su internet. Ciò comprenderebbe tutte le mie immagini - quelle dove i soggetti avevano gli occhi chiusi, quelle rovinate dagli anni, quelle che sottoesposte e così via. La piattaforma includerebbe anche i miei libri, le otto edizioni di Reggae Quarterly, alcuni episodi del programma radio di mio marito di quegli anni, un resoconto scritto di recente che spiega come fosse cercare di lavorare nell'ambiente di Kingston negli anni '80 e qualsiasi altra cosa mi venga in mente.

kkoutlet.com

Crediti


Testo Tish Weinstock
Foto Beth Lesser

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