Adolfo Gallela, Lil Keni and Waltpaper at Webster Hall, 1995. Copyright Adolfo Gallela. All Rights Reserved.

Rarissime foto degli iconici club kid newyorkesi

Perché i Club Kid di New York City non invecchiano mai.

di Brittany Natale
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06 dicembre 2019, 6:00am

Adolfo Gallela, Lil Keni and Waltpaper at Webster Hall, 1995. Copyright Adolfo Gallela. All Rights Reserved.

Prima che ci fossero gli influencer di Instagram c’erano i Club Kid, un gruppo di giovani dallo stile estremo che diventarono icone della cultura pop grazie alle loro apparizioni, non sono nei club di New York, ma anche nei talk show, nei magazine e nelle campagne di moda. Designer di gioielli, artista e Club Kid DOC, Walt Cassidy AKA Waltpaper ricorda la sua esperienza in quanto parte integrante di uno dei più gruppi che hanno dato forma alla cultura club degli anni ’90. E lo fa nel suo nuovo libro: New York: Club Kids.

New York: Club Kids, disponibile già ora, getta uno sguardo sulla coloratissima ed emozionante vita dei Club Kids di New York, un’esistenza punteggiata da feste incredibili, outfit stravaganti e una totale liberazione del sé. Racconti personali e aneddoti accompagnano le immagini — foto di Björk nel club, ritratti di Chloë Sevigny, Polaroid di Amanda Lepore —, molte delle quali mai viste prima, sviluppate dai negativi appositamente per questo progetto. Ma non è un semplice libro: la pubblicazione sfocia oltre la cornice della club culture, analizzando l’importante lavoro portato avanti proprio dagli stessi Club Kids, ossia la creazione di spazi inclusivi dove l’idea di fluidità di genere e di sessualità possa essere esplorata, l’espressione di se stessi sia libera e possa prendere forma un vero e proprio senso di comunità, specialmente per i gruppi solitamente marginalizzati. The Club Kids ha gettato le basi di una conversazione che stiamo portando avanti ancora oggi.

i-D ha recentemente parlato proprio con Walt Cassidy riguardo al clubbing degli anni ’90, all’importanza degli spazi che incoraggiano la libertà di espressione, agli effetti che hanno avuto i social media sulla vita notturna e a come la TV sia stato forse il medium precursore di Instagram.

La cultura del clubbing negli anni ‘90 ha creato spazi radicalmente inclusivi. Perché pensi che la formazione di questi spazi fosse così importante a quel tempo?
Questi erano spazi sicuri in cui potevamo esprimerci liberamente — avevamo dei team di guardie di sicurezza che ci controllavano, ci assicuravano che nessuno sarebbe stato aggredito da qualcun altro e che facevano in modo che anche noi non ci facessimo male da soli. Avere anche solo quella certezza ci rendeva assolutamente liberi. Sapere che potevamo andare in uno spazio vestiti come volevamo, ballare con assoluta libertà e sperimentare qualsiasi tipo di droga senza essere perseguitati in alcun modo. Quando eravamo ancora teenager venivamo attaccati anche solo attraversando la strada. Non era ancora diffusa la tolleranza che c’è ora, e su cui stiamo lavorando ancora oggi, specialmente verso la comunità trans. Sono stato attaccato dalle scuole elementari fino al liceo. Sono stato picchiato, mi lanciavano uova addosso — mi hanno proprio tormentato. Qualcosa che sentivo dentro mi ha sempre fatto andare avanti, non sono mai stato il tipo di persona che si nascondeva.

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Joseph Cultice, Sara K. in High Times, 1994. Copyright Joseph Cultice. All Rights Reserved.

Nel frattempo sono arrivato a New York e ho scoperto questi posti magnifici che mi davano così tanta ispirazione e mi facevano sentire al sicuro. È stato incredibile, perché ha permesso me e a quelli intorno a me di fiorire ed elevare le nostre percezioni in termini di genere, moda, creatività. Anche se non eri un Club Kid, e diciamo che eri solo un frequentatore di questi spazi, avresti comunque potuto vedere questo gruppo di persone totalmente libere e capire che cosa significa sentirsi così. In questo modo siamo potuti essere anche un esempio per i ragazzi che venivano dalle periferie, stimolandoli forse a sentirsi più liberi e a conoscere altre realtà oltre al loro contesto. Questo è davvero prezioso. Un altro aspetto importante di questi spazi è che eravamo pagati — ci venivano date opportunità lavorative grazie alla nostra creatività. Guadagnavamo il denaro con cui potevamo vivere durante la settimana. La vera tragedia quando hanno chiuso tutti i mega club di New York è stata che molti di noi si sono trovati senza opportunità lavorative. Molte delle persone che lavoravano nei club erano attori, musicisti e pittori, e usavano il loro salario per sostenere i loro progetti. Questo è il motivo per cui New York ha profondamente sofferto quando l’industria dei nightclub è diventata il target di un’operazione di “pulizia” e tutto d’un tratto le persone che ne facevano parte non potevano pagare l’affitto né sostenere le loro aspirazioni artistiche. Quello è stato davvero un momento culturalmente molto triste per la storia di New York.

Pensi che i Club Kid degli anni ’80 e ’90 sarebbero stati diversi se ci fosse stata la tecnologia che abbiamo oggi?
Credo che ogni generazione porti con sé lo stesso tipo di energia, capisci cosa intendo? Da giovani si è programmati per usare i mezzi disponibili in quel momento — qualunque materiale grezzo, qualunque canale. Nei primi anni ’90 non avevamo Instagram o altri social media, ma avevamo i talk show durante il giorno. E usavamo queste piattaforme nel modo in cui viene usato Instagram oggi. Avevamo trovato un modo per farci vedere e per farci notare e per poter partecipare a questi show televisivi, nello stesso modo in cui un influencer coltivano oggi la loro identità, la promuovono e creano un audience per loro stessi. Dovevamo fare anche noi così, avevamo solamente dei mezzi diversi per farlo. Avevamo i nightclub e vivevamo in un mondo analogico. Quindi il modo in cui ci definivamo non passava attraverso uno schermo del computer, ma dovevamo davvero lavorare sulla nostra identità. Le decisioni che prendevamo riguardo a come apparire, che fossero i capelli o come ci vestivamo, era quello che parlava per noi e raccontava chi eravamo al pubblico, mentre ora su un profilo Instagram puoi mostrare tutto più velocemente. Dovevamo indossare il nostro profilo sul nostro corpo e portarlo per le strade, nei nightclub, in televisione e nei magazine. Ma è lo stesso processo — i giovani che intendono l’identità come un brand esistevano già; solo che questo concetto negli anni ‘90 era nuovo. Penso che sia una cosa comunemente accettata oggi e che trovo molto emozionante.

Puoi parlarci un po’ dell’importanza della moda e del trucco per i Club Kid e l’importanza di definire la propria identità?
Per qualsiasi persona o artista, il tuo network, i materiali e i rifornimenti sono molto importanti. In quel periodo New York City era piena di materiali e c’era tanto su cui potevi lavorare. Era stupendo. Dovevi solamente girare per le strade e scovarli. MAC era un brand nuovo a quel tempo, prima che fosse comprato da Estee Lauder, ed era un brand pazzesco perché prima, se volevi quel livello di intensità di colore, dovevi affidarti al trucco da palcoscenico, e il risultato era sempre troppo teatrale. Poi è arrivato MAC, offrendo questi colori brillanti ma senza quell’effetto posticcio. Riguardo alla moda, noi Club Kid abbiamo introdotto l’idea di moda usa-e-getta. Ci costruivamo gli outfit da soli con materiali che compravamo a Canal Street nei negozi di prodotti industriali e li incollavamo giusto per una notte. Non creavamo look di moda da conservare, era un gesto assolutamente temporaneo. Tutto era fatto per essere indossato una sola sera, per poi essere buttato, o meglio riadattato e riutilizzato in qualche altro modo. Penso che questo fosse un tratto essenziale degli anni ’90, legato all’idea di decostruttivismo, e in effetti è in quel momento che ha preso piede. Questa attitudine si poneva in netto contrasto rispetto all’approccio della moda degli anni ’80, quando le persone collezionavano pezzi di Jean Paul Gaultier e Stephen Sprouse e la gente era ossessionata dal possedere gli oggetti. Negli anni ’90 tutto ruotava attorno al distruggere e ricreare e a far sì che il processo si vedesse. C’era una grande onestà alla base della cultura e del momento, e ho sempre pensato che fosse una cosa davvero rivoluzionaria e affascinante.

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Michael Lavine Club Kids at Limelight, 1992. (Clockwise from left) Julie Jewels, Waltpaper, DJ Keoki, Sacred Boy, Björk, Lil Keni, Keda, Reign Voltaire. Copyright Michael Lavine. All Rights Reserved.

Sei riuscito a conservare qualcosa?
Sono riuscito a tenere le fotografie, i documenti e alcuni ephemera — tutto questo è servito come base per il libro. Ho chiesto in giro per recuperare dei vestiti, pensando che qualcuno li avesse conservati, ma sono davvero difficili da trovare perché non erano fatti per restare. Questo è ciò che li rende speciali, perché hanno vissuto solo quel momento.

Gli effetti dei Club Kid sono stati trasversali. Quali sono alcuni di questi che riconosci nella cultura contemporanea?
Penso che l’influenza più grossa sia stata l’idea che l’identità possa diventare un brand, e questo è abbastanza. Quando lo facevamo noi c’era un atteggiamento di fondo che portava le persone a non chiedersi perché lo stessero facendo, ma a farlo e basta — se eri una voce creativa dovevi essere un performer, un artista, dovevi avere una manifestazione tangibile della tua creatività o un prodotto da offrire. Una cosa che si deve ai Club Kid è l’idea che le nostre personalità sono abbastanza. La realtà era che molti di noi erano artisti; io dipingevo e illustravo, tutti avevamo talenti diversi che alimentavano la nostra persona e la nostra identità. Ma quello che volevamo dire al pubblico in televisione e sui magazine era che eravamo favolosi così come eravamo; quello era abbastanza e non dovevamo fare nient’altro. Era un’idea nuova e abbastanza scioccante per il tempo.

Penso che le persone facciano fatica ancora oggi a capire cosa significhi dare un valore a questo approccio. Credo anche che la nozione di genere, per come se ne parla oggi e il modo in cui viene percepita come entità fluida, rimandi all’idea di linee sfocate, al fatto di non dover rendere conto di niente a nessuno. Non dobbiamo dichiarare alle altre persone quali sono le nostre identità di genere o quali sono le nostre preferenze sessuali. Ci deve essere permesso di esistere in un mondo astratto che porti ciascuno a relazionarsi con gli altri come individui,senza metterci in una scatola come collettività. Penso che questo sia un discorso di emancipazione a cui le persone stanno aggiungendo finalmente il linguaggio appropriato e un dialogo strutturato. Quando non avevamo ancora questa terminologia e questo linguaggio, lo improvvisavamo. Agivamo d’intuito. È così emozionante vedere che il linguaggio e la conversazione si stiano sviluppando su temi del genere, andando verso la fluidità.

Puoi raccontarci una tipica serata da Club Kid?
Credo che una delle idee più sbagliate sui Club Kid sia quella secondo cui tutte le serate fossero un’orgia di edonisti che barcollavano per tutta la notte. In realtà, quelli di noi che partecipavano attivamente al gruppo avevano un approccio molto strutturato. Eravamo parte del team dei club, che erano una vera e propria macchina vivente nel supportare le nostre personalità. Dietro le quinte c’erano team di PR, fotografi, tecnici delle luci, security, tutti i tipi di management. Avevamo i nostri uffici nei club dove andavamo di giorno per progettare i diversi eventi. E avevamo un nostro magazine.

Le nostre notti erano solitamente molto piene — giravi per molti locali nel corso della notte. Non era difficile che si passasse per tre locali in una sola notte, e questo accadeva ogni sera della settimana. I nostri eventi erano strutturati in modo tale che appena avevamo il look pronto — io ci mettevo più o meno tre ore per prepararmi —, ci fiondavamo nello studio del fotografo dove ci scattava uno a uno. Queste immagini erano poi usate per il magazine, per i flyer delle feste e per la televisione. Dopo andavamo a cena in un club e infine a una festa non ufficiale. Queste feste “fuorilegge” erano organizzate per generare hype, dare il via alla serata e radunare nei club la maggior pare della gente il prima possibile, così che avrebbero iniziato subito a bere e i bar avrebbero guadagnato più soldi. La strategia è sempre stata: “Come portiamo tutta la gente nel club prima dell’una di notte?” Per questo c’erano le feste “illegali”, che erano eventi tipo flash mob: ci presentavamo in un posto tutti vestiti, creavamo un finto bar e qualcuno portava la musica. Facevamo festa finché non arrivava la polizia, e se la polizia attardava ad arrivare qualcuno la chiamava. Il picco delle feste era proprio quando arrivavano i poliziotti: mollavamo i drink e correvamo verso la libertà, che era il nightclub dove lavoravamo. Era tutto molto “dobbiamo rifugiarci al Limelight!“, il club era felice perché era pieno di Club Kid già alle 10:30.

Da lì, solitamente, andavamo a cena, dove invitavamo al nostro tavolo le celebrità più eccentriche del momento, così succedeva spesso di sedersi insieme a qualcuno famoso nella televisione degli anni ’70. Dopo, dovevamo essere esattamente di fronte al club per l’open bar, così che la gente che veniva alla festa si sentiva tipo “wow, sono nel posto giusto al momento giusto”. Da quel momento avevamo diverse responsabilità durante la nottata: alcuni di noi dovevano ballare, altri intrattenere, altri accompagnare le persone da una stanza all’altra. C’era bisogno di persone molto attive, così che mantenessero alto il livello di energia nel club mentre accadevano diverse cose in tempi diversi in tutto lo spazio disponibile. Per esempio, ci poteva essere una sfilata all’inizio della serata, poi una performance sullo stage principale in un’altra parte del club, poi qualcos’altro accadeva nello spazio VIP. Le nostre responsabilità come Club Kid e come PR era quello di aiutare le persone a esplorare lo spazio e portarle a sperimentare tutte le cose divertenti che accadevano. Solitamente, tutto finiva intorno alle 4:30 di mattina, quando venivamo pagati per il nostro lavoro. Poi spesso finivamo in qualche afterparty o a qualche altra festa “illegale”, che veniva organizzata un po’ per caso durante la nottata nel club. Altre volte andavamo a casa di alcuni dei Club Kid a fare after. A quel tempo c’erano due grandi case con più piani, e vivevamo tutti insieme. Questa è una cosa che forse non tutti hanno capito dei Club Kid: c’era tra noi un’unità familiare, vivevamo insieme, lavoravamo insieme, passavamo tutti i giorni insieme alla scoperta di nuovi stimoli. Era una famiglia vera e propria e questo stile di vita mi ha sempre ammaliato; è un aspetto che cerco di far trasparire nel libro.

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Joseph Cultice, Chloë Sevigny in High Times, 1994. Copyright Joseph Cultice. All Rights Reserved


Come pensi che il tuo essere stato un Club Kid abbia influito sulla tua arte di adesso e il tuo approccio alla vita?
Penso che sia sempre stato presente, non ho mai messo in sordina quella parte della mia vita. L’ho sempre pensata come il mio fondamento. Mi ha dato un codice etico in base a cui operare e mi ha dato la sicurezza di essere un individuo, di tessere la mia vita in un modo autentico. Mi ha dato la possibilità di fare questo, ed è stata una cosa meravigliosa. Una delle ragioni per cui ho prodotto il libro è perché mi sono trovato a fare molti lavori di gioielleria, fino a creare un brand di gioielli, e nel farlo continuavo a pensare ai giorni da Club Kid, a guardare tutte quelle foto e rendermi conto di quanto il gioiello fosse importante per me senza che nemmeno me ne accorgessi. Utilizzavo il gioiello come mezzo in modo intuitivo. Non avevo intenzione di diventare un designer di gioielli, non ci ho mai pensato. Poi sono finito a utilizzarlo come mezzo d’espressione. Quella è stata la spinta che per iniziare il libro: mentre guardavo alle vecchie foto ho capito che dovevo raccontare la mia esperienza da Club Kid degli anni ’90.

Le immagini sono fantastiche — penso davvero che spingeranno le persone a fare molte più foto per se stessi.
Sai, dico sempre ai giovani artisti di tenere il proprio archivio molto attivo. È difficile adesso, perché è tutto in forma digitale, quindi sparisce molto facilmente. Ho scatole piene di negativi e stampe, sono così tangibili e più facili da tenere. Ho timore per gli archivi futuri digitalizzati e di come verranno preservati. Il 70 % del libro è inedito, sono immagini mai viste, prese direttamente dai negativi, scannerizzate e stampate. Ho paura che molto contenuto digitale verrà perso, quindi credo sia importante per i giovani e gli artisti la cura dei loro archivi, perché credo che diventerà una moneta di scambio più in là nel tempo.

Le cose che stai facendo ed esprimendo da teenager saranno la valuta che userai per il resto della tua vita: il tuo nome, la tua identità e il tuo archivio. Qualsiasi persona che sa dare importanza a questi aspetti ne trarrà i benefici, perché solo in questo modo puoi sempre tornare indietro. Quello che capisci con la maturità è che stai già facendo quello che sentivi di dover fare della tua vita quando eri più piccolo. Penso che i giovani siano spesso portati a pensare “devo arrivare a quest’altro punto,” ma una volta che maturi inizi a capire che eri nel posto giusto fin dall’inizio — in una sorta di chiusura del cerchio.

Molte persone giovani, incluso me, la pensano in questo modo. Quanto è importante prendere atto del percorso fatto e capire che ci si trova in una continua evoluzione di se stessi?
Assolutamente. Hai presente quando vengono levigate le pietre? Metti una pietra grezza nella macchina e gira e gira finché la pietra non diventa splendente, più intricata, più evoluta e più raffinata. Credo che l’esistenza sia così, siamo tutti la stessa pietra [fin dall’inizio] e attraversiamo la vita diventando sempre più splendenti. È importante e bellissimo essere coscienti di questo.

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Jojo Americo (Field), Connie Girl with mural by Martine at Patricia Field (Polaroid), 1990. Copyright Jojo Americo (Field). All Rights Reserved.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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