Tutte le immagini su gentile concessione di Beniamino Barrese.

se il rapporto madre-figlio ti sembra complicato, questo è il film che fa per te

Benedetta Barzini è stata una delle prime top model in Italia, oltre che attivista e femminista. Suo figlio Beniamino Barrese la racconta in un film pieno di conflitto, e che ti farà piangere un po'.

di Benedetta Pini
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08 ottobre 2019, 5:00am

Tutte le immagini su gentile concessione di Beniamino Barrese.

Vorrei andare in un'isola talmente lontano che non ci arriva nessuno, senza carta di credito, senza computer, senza conti in banca, senza niente.

Questo è il desiderio più grande di Benedetta Barzini, prima modella, poi attivista, femminista, giornalista e infine docente. Una carriera iniziata per caso a soli vent'anni, quando fu notata mentre passeggiava per Roma da Consuelo O'Connell Crespi, giornalista italo-americana ai tempi direttrice di Vogue Italia. Il suo primo servizio fu con Irving Penn, e da quel momento iniziò una carriera da top model che nel giro di pochissimi anni la portò a posare per Dalì, Andy Warhol, Bert Stern, Ugo Mulas e Richard Avendon, finendo nel pieno del turbinio dei folli anni '60 a New York.

Con l'arrivo degli anni '70 Benedetta torna in Italia, dove la radicata misoginia del mondo della moda la getta nel pieno delle rivendicazioni per i diritti delle donne, la parità di genere e l'anticapitalismo, diventando una militante dell'estrema sinistra. Conduce la sua battaglia tenendo interventi in televisione e conferenze nelle università, impegno che continua ancora oggi in veste di modella, giornalista e docente, con un approccio sempre agguerrito per difendere le sue posizioni e continuare la lotta. Semplicemente, oggi lo fa da un palcoscenico molto più autorevole. E la sua voce arriva a molte più persone.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

La storia dell'industria del tessile e dell'abbigliamento è una storia vergognosa, e il divario tra la moda come mezzo per una libera espressione di tutti noi e la moda come sistema di oppressione da parte di chi la produce è gigantesca. In un mondo saturato dalle immagini, quelle della moda hanno bisogno di rendersi molto accattivanti. Sono associate alla moda l'idea di glamour e le immagini prodotte dai fotografi e dalle modelle servono a definire giorno per giorno le regole da seguire. - Benedetta Barzini durante una sua lezione

Ma ora Benedetta vuole solo scomparire nel nulla. Non un suicidio, ma un passaggio a un'altra vita, lontana da tutto e da tutti. Vuole: "Andare via da quest’uomo bianco che ha devastato il mondo." Un desiderio che la accompagna fin da giovane come "un senso di calma e tranquillità al pensiero che il mio corpo stesse scomparendo, che non ci fosse nessun corpo."

Per rispondere a questa esigenza, suo figlio Beniamino Barrese decide di mettere Benedetta di fronte a quell'obbiettivo tanto odiato, che diventa uno specchio in cui prendono forma i suoi tormenti e le sue contraddizioni, trascinate come un macigno per una vita intera e trasformatesi in profonda tristezza e frustrazione:

"Mi sono posta questa domanda: perché esistono gli prototipi di bellezza, perché le modelle sono la polena della nave e invece le donne sono stivate a poppa? Perché l'uomo inventa la donna e questo produce Jessica Rabbit. E forse sarebbe il caso che i corpi sparissero dall'immaginario maschile. [...] Che cosa vuol dire invecchiare? Perché le donne voglio apparire sempre giovani? Perché vecchiaia vuol dire morte, giovane vuol dire vita." - Benedetta Barzini

Un obiettivo che li separa, li fa litigare, fa incazzare furiosamente lei, fa soffrire profondamente lui, eppure necessario a entrambi, perché più lei prende forma e fa i conti col proprio passato, più lui individua il proprio posto nel mondo e la direzione da dare alla sua vita. Passando attraverso la storia della moda, le difficoltà della creazione di un'identità femminile davvero libera dalle aspettative della società, la gabbia dei ruoli precostituiti, il tormento di far emergere una personalità dietro una "bella faccia", una è la cifra di tutto il film: la contraddizione. Le contraddizioni di un'intera vita a lottare per mantenere una coerenza tra i propri i ideali e le proprie azioni, fino a questa, ultima, dolorosa contraddizione: l'immagine di sé attraverso gli occhi del figlio, per restituirle un'immagine che non la opprima ma la renda finalmente libera.

"Ogni volta che qualcuno lo vede è come se mi pugnalassero" ci ha raccontato Beniamino, "perché è tutto vero, ci sono io e c'è la mia mamma." Il film verrà presentato l'8 ottobre al Milano Film Festival al Cinema Odeon, ma non stavamo più nella pelle e abbiamo deciso di incontrare prima Beniamino per farci raccontare di lui, di sua madre e di questo film che hanno fatto insieme. Mi raccomando, portate i fazzoletti, perché il tasso emotivo del film è profondo e toccante.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

Ciao Beniamino, di tua madre si sa molto, ma di te pochissimo. Cos’hai fatto prima di La scomparsa di mia madre?
Ho studiato filosofia, che mi ha permesso di acquisire gli strumenti intellettuali per capire la mia presenza nel mondo. Poi mi sono trasferito in Inghilterra, dove ho frequentato la Scuola Nazionale di Cinema come DOP e ho iniziato a lavorare per sopravvivere, facendo svariati lavoretti freelance nell’ambito della pubblicità, dei cortometraggi e della televisione, ma anche come fotografo per ritratti, pubblicità, copertine di album e cover di riviste. Intanto ho fatto un master in economia politica. A un certo punto ho sentito l’esigenza di raccontare la mia storia e sono tornato a Milano. Nel mio interesse per il cinema confluiscono anche i miei interessi per la performance, il teatro, e l’arte circense. Ho un po’ di passioni mescolate.

Hai sempre fotografato e filmato tua madre, ma come mai a un certo punto hai deciso di voler elaborare un documentario su di lei?
Dopo aver passato tanti anni a fare mille lavoretti in questo ambito ho sentito la necessità di individuare uno strumento che desse un senso, una direzione alla mia vita, perché fino a quel momento quello che avevo fatto non mi soddisfaceva. Era il 2014, vivevo a Londra e questo film è stato lo strumento che cercavo. Ma se questo strumento fosse stato un documentario su una tribù amazzonica non avrei avuto l’occasione di stare così vicino a mia mamma. Ho girato per circa due anni, inizialmente con l’idea di riprendere le sue lezioni e indagare il percorso tra lei e i suoi studenti della scuola di moda: provenivano da tutt’altro mondo e rimanevano sempre un po’ sconvolti dal suo incontro. Ci ho messo un po’ a trovare la forma del documentario, anche perché se le avessi detto di voler fare un film su di lei non me lo avrebbe mai permesso. Poi piano piano ho iniziato a lavorarci, girando le poche volte che me lo lasciava fare nel corso degli anni.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

Quanto c’era di scritto e quanto di improvvisato?
La scrittura esiste nel momento in cui sei obbligato a compilare i bandi per finanziare il progetto, però il mio film è un documentario, quindi reagisce necessariamente alla vita. Puoi fissarti dei punti e farti mille pensieri su come vorresti strutturarlo o come un personaggio dovrebbe comportarsi, ma la realtà ti stupisce sempre e anche una cosa che ti sembrava un errore può diventare una scena bellissima. Quando mi sono reso conto che il tema della scomparsa era centrale, il film ha iniziato a strutturarsi attorno a quello, ma ho potuto farlo solo nel momento in cui ho ordinato i girati e ho capito cosa c’era nelle immagini. Cerchiamo sempre di dare una forma alle cose, ma a volte è la forma che salta fuori spontaneamente dalle cose. Così le forme che cercavo di dare al film si perdevano e ne trovavo altre impreviste.

Eppure lei dice che le immagini, e quindi anche questo documentario, creino una distanza tra di voi—“Io non ho niente a che vedere con le immagini, tu hai tutto a che fare con le immagini, ed è questo il problema”. Lo percepisci anche tu così? Perché ci sono momenti in cui la riprendi, in cui le tue rappresentazioni di lei, il tuo voler restituire la tua immagine di lei crea un legame intimo tra voi, che passa proprio attraverso l’immagine e vi unisce.
Sono d’accordo, la mia intenzione era quella di riscattare mia mamma attraverso lo stesso strumento che l’aveva imprigionata, facendole capire che l’immagine e la bellezza sono state e sono ancora oggi al servizio del commercio e del potere, che se ne serve per comunicare, vendere e convincere, ma forse ci può essere un modo diverso di usare questi strumenti. Il documentario è diventato un terreno d’incontro e un modo per avvicinarmi a lei. Anche perché, concretamente, quando succede che a 30 anni una persona possa fermarsi dal lavoro per due anni e stare così vicino alla propria mamma? Lei ti direbbe che non ci ha uniti, che ci ha solo divisi, che è stato terribile... Ma nella pratica è stato l’esatto opposto.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

Anche perché il tuo linguaggio è quello cinematografico, delle immagini, della fotografia, e non avresti potuto parlare altrimenti di lei… “A me interessano le cose che non si vedono, non quelle che si vedono,” dice Benedetta riferendosi alla fotografia. Ma non credi, invece, che la fotografia abbia proprio il potere di fare emergere ciò che non si vede?
Sì, la penso anche io così. Non è facile costruire immagini belle e che abbiano un senso, un’anima, che trattengano qualcosa di invisibile. Però secondo me è una bella sfida e penso che ne valga la pena.

“Vivo in un mondo dove tutto ormai viene delegato alla fotografia e non alla propria memoria,” commenta all’inizio Benedetta. Ma poi, nel corso del film, è sempre, costantemente circondata da tantissimi oggetti del suo passato.
Io credo che alla fine, per quanto siamo diversi, siamo tutti molto simili. Anche lei ha un rapporto molto complicato col suo passato e con le cose che se ne vanno, che si trasforma nell’attaccamento agli oggetti. Io l’ho fatto con le immagini, ma è la stessa cosa. Continua a dire di volersene andare ma non riesce a lasciare andare tutti questi oggetti.

Beniamino Barrese - La scomparsa di mia madre

La cifra di tutto il documentario è proprio il conflitto, quello interiore di Benedetta. All’improvviso si è ritrovata a essere una top model e a fare della sua immagine la sua carriera e il suo sostentamento. Quando lo spiega nel documentario sembra voler giustificare le sue scelte, cercare una risposta al suo tormento per essere rimasta bloccata nelle immagini di sé, come se la sua personalità non riuscisse a emergere. Secondo te se n’è resa conto a posteriori, perché mentre lo faceva lo faceva e basta, o ne è stata cosciente?
Lei dice che la bellezza non è un merito, è una cosa che capita per caso. Ma essere una modella non è solo bellezza, è un talento che implica una presenza, un carisma, un’intelligenza nel movimento del corpo e nell’espressione. E lei lo sapeva fare in modo naturale. Nella vita ci toccano dei talenti e non possiamo fare altro che utilizzarli per trovare il nostro percorso, e lei ha utilizzato il suo per trovare le propria strada. Secondo me è sempre stata consapevole della sua condizione, ma non aveva gli strumenti per comunicarla. Lei è stata costretta a smettere di studiare a circa 14 anni per via dei problemi di saluti legati all’anoressia, e da quel momento la sua vita ha preso un’altra direzione. Quando le hanno chiesto di scrivere un libro dopo una conferenza e di insegnare, si è trovata all’improvviso impreparata e si è messa a studiare da sola. Da quel momento, più che aver capito i propri pensieri, ha trovato finalmente il linguaggio per metterli in fila ed esprimerli. Essere stata una modella le ha permesso di vivere in prima persona certe dinamiche che sono un emblema della vita di molte donne, qualsiasi ruolo svolgano: ci si aspetta che la donna viva nel recinto disegnato dalla società maschile. Visto da fuori, il suo percorso può sembrare una contraddizione, ma è stata una fortuna perché le ha permesso di conoscere davvero ciò di cui parla, avendoci vissuto dentro per anni. Avevo fatto questo film perché ero interessato a mia mamma, ma sentivo che la sua sofferenza era legata in generale alla condizione delle donne nella società, da sempre legato all’immagine e non alla sostanza, al pensiero, all’opinione.

Come hai vissuto tu, da figlio, questa sua condizione tormentata, estrema nella manifestazione dei sentimenti, dagli scatti d’ira alla dolcezza?
È sempre stata una persona dagli estremi pazzeschi di dolcezza, forza, intelligenza. Finché avevo 16-17 anni non mi ha mai permesso di vedere le parti più oscure di lei, la tristezza, la rabbia, il suo conflitto interiore. Li percepivo, ma per me era una specie di supereroina. Quando sono cresciuto, si è concessa di farmi vedere queste parti ed è stato uno shock. La dea è scesa dal suo piedistallo e si è mostrata umana: lì mi sono reso conto che la vita è difficile, e lo è per tutti. Ho sempre vissuto con estremo affetto le sue manifestazioni emotive. Come ha sempre detto lei, sono l’unico che la vede come persona e non come una mamma, ed è così: è una persona che ho avuto la fortuna di incontrare perché sono suo figlio, ma che mi avrebbe incuriosito anche se l’avessi incontrata casualmente per strada, mi sarei fermato a osservarla e avrei voluto parlarle per ore. È stato doloroso scoprire queste parti di lei e nei film ho cercato di dargli un senso, restituendo la mia interpretazione di una parte di lei. Ma non si tratta di un documentario biografico in senso classico.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

La tua figura nel film è infatti molto docile, comprensiva, le permetteva di esprimersi, di sfogarsi e di avere un ascolto incondizionato.
Sono contento che tu lo dica, perché in molti casi hanno criticato questa mia scelta, dicendo che scompaio nel film e non sono abbastanza presente. Prima di tutto, non ero consapevole che anche io sarei diventato una parte del documentario, perché volevo fosse su di lei. Solo successivamente mi sono reso conto che serviva un controcanto se volevo essere fedele al principio dell’autenticità che guida anche la vita di mia mamma. Non volevo fare il biopic sulla donna super figa con la vita straordinaria. Non dovevo darle delle risposte, la mia risposta è stata quella di restituire dignità al suo percorso e alla sua esperienza. Inoltre volevo evitare un conflitto che mi avrebbe reso impossibile fare il film: dovevo sdrammatizzare, ridere e far finta di nulla, perché ormai so come prenderla.

Ci sono momenti talmente intimi che sembrano rubati, tua mamma era sempre consapevole di essere ripresa?
L’unico momento in cui non lo sa è quando mi manda a quel paese perché la riprendo mentre dorme. Penso che in tutti gli altri casi lo sapesse. Cercavo di evitare di riprenderla di nascosto perché si sarebbe davvero incazzata. A un certo punto avevamo sviluppato un equilibrio molto teso in cui lei aveva capito di dover far finta che non esistessi, perché se avesse continuato a mandarmi al diavolo io non avrei potuto fare nulla. Per lei non era semplice, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

Avete presentato il film già in tantissimi festival, come cambiava la reazione del pubblico?
Dopo la prima volta al Sundance, è passato circa in una cinquantina di festival, e spesso invitavano anche mia madre. È pazzesco come questa storia risuoni in tante culture in modo sempre diverso. La reazione del pubblico cambiava sempre tantissimo, perché mette in gioco un personaggio femminile fuori dal comune, che sorprende. È raro vedere al cinema una donna anziana fiera e combattiva, però allo stesso tempo un po’ sconfitta, alla ricerca di un suo riscatto. Questo tipo di storia instaura un tipo di reazione molto diverso nelle varie società. In Europa viene percepita in modo più naturale, si sorprendono tutti di meno, ma in Georgia o in Polonia sono storie che non esistono. La situazione delle donne è complicatissima ovunque, ma in certi luoghi il dibattito è ancora acerbo o un tabù, come in Turchia o in Iraq. Quando ho iniziato a lavorare al film nel 2014 e cercavo dei pattern per produrlo, queste tematiche erano ancora poco affrontate, ma poi sono esplose, e questo mi ha anche permesso di ottenere più attenzione nella ricezione del film. Ogni proiezione era sempre un modo per vedere come le persone reagivano e che tipo di domande suscitava, molto interessante dal punto di vista degli incontri e delle discussioni.

“Perché l'imperfezione da fastidio?” chiede a una studentessa, e la risposta è illuminante: “L'idea di perfezione è associata a un'idea di potere, mentre l'imperfezione crea insicurezza.” Oggi però l’estetica anche nel mondo della moda sta cambiando radicalmente e si stanno abbattendo molti stereotipi, anche grazie a figure come quella di tua madre. È davvero l’inizio di un cambiamento o credi sia solo l’ennesimo trend che sparirà nel nulla?
Non c’è una risposta. È positivo che ci sia una moltiplicazione di modelli di bellezza e di canoni estetici, bisogna capire come questo si riflette nella società. Adesso le regole stanno un po’ cambiando, ma a volte sono sempre le necessità commerciali a guidarle. Ad esempio, in un momento storico in cui l’età media si sta alzando in Italia, bisogna mettere in primo piano una categoria che prima contava poco per riuscire a tenere alti i profitti, ovvero quella degli anziani, quindi c’è stata un’esplosione delle modelle over 60. È un po’ paradossale. La vera trasformazione secondo me avverrà quando alle persone, attraverso l’istruzione, verranno dati gli strumenti per avere un’autonomia di pensiero su chi siamo e sul perché ci comportiamo in determinati modi. Finché continuiamo a essere passivi nei confronti dei modelli che ci vengono imposti, qualunque essi siano, rimarremo sempre schiavi. Magari pensiamo di essere super autonomi perché possiamo comprarci tutto quello che vogliamo, ma rimaniamo sempre inglobati in un modello specifico con le sue regole, che sia il velo o il jeans a vita alta. Forse la vera rivoluzione avverrà quando avremo questi strumenti. Ma avere questa lucidità di scegliere cosa si vuole fare è difficilissimo. Spesso si passa solo da un modello diverso all’altro senza liberarsene mai.

La scomparsa di mia madre - Beniamino Barrese

A volte bisognerebbe chiedersi il motivo di certe scelte, indagare ciò che ci piace e cosa vogliamo fare, e ancora, perché ci piace, secondo una catena potenzialmente infinita. Insomma, bisognerebbe smetterla di raccontarsi stronzate e iniziare a essere onesti verso se stessi.
Esatto, è un processo faticosisssimo e complesso, che forse ti porta sempre più a fondo senza mai arrivare a una conclusione, ma farlo è ciò che ti rende una persona e non uno strumento nelle mani di un sistema. Capire perché e come vuoi vivere. Mia mamma ha sempre avuto la forza di farsi delle domande e indagarle con le proprie scelte.

A un certo punto tua mamma ha preso ed è andata a Livorno…
Sì, è stata un po’ la prima fase di questo suo desiderio di andare lontano. Se n’è andata quando ho finito il liceo, circa nel 2005. In realtà a Milano ha tenuto uno studio, che è un po’ la sua tana. A Livorno ha parcheggiato tutte le sue cose in una casa di affitto, ma non è ancora riuscita a costruirsi il suo ideale di una vita diversa, neanche lì, anche perché poi ha iniziato a insegnare ed è rimasta legata a Milano. Al momento ha ancora la casa di Livorno, che non riesce a lasciare, la sua casa di Milano e un deposito, sempre a Milano, dove ammassa scatoloni in attesa di non si sa che cosa. Una dimensione sospesa. La contraddizione è umana. Tutti noi cerchiamo una coerenza impossibile tra quello che pensiamo e il modo in cui troviamo, ma non ce la si fa quasi mai a trovarla.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini per gentile concessione dell'ufficio stampa del film La scomparsa di mia madre di Beniamino Barrese

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