cosa c'è nell'armadio dei nostri stilisti preferiti?

Karl Lagerfeld e Rei Kawakubo indossano uniformi. Rick Owens veste solo in nero. E Marc Jacobs è passato da studente d'arte a nerd, e poi ancora a drag queen. Quanto queste scelte influenzano ciò che vediamo in passerella?

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lug 4 2017, 10:15am

Phoebe Philo i Stella McCartney, 1999 rok. Zdjęcie: Ron Galella/WireImage.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D US.

Phoebe Philo è arrivata da Chloé nel 1997 come braccio destro di Stella McCartney, l'allora direttore creativo del brand. E aveva un dente d'oro.

In una foto scattata un paio d'anni dopo, entrambe indossano pantaloni a vita bassa e corpetti senza spalline; outfit che ricorda più le All Saints che le custodi di una delle maison parigine storicamente più sobrie e misurate. Nel 2005, Phoebe ha dichiarato al The Guardian che in quegli anni sia lei, sia Stella, avevano un accento che cercava di imitare il cockney tipico della classe operaia londinese e confessato di non disdegnare unghie con brillantini e strass.

Oggi, Phoebe Philo è sinonimo di un look sofisticato, ma non affettato, e il suo incarico da Céline ha dato vita a un'eredità di lusso delicatamente eccentrico. Per circa un decennio si è presentata in passerella a fine sfilata indossando pantaloni eleganti, maglione in lana e scarpe da ginnastica (alternando AirMax e Stan Smith). Tra i suoi giorni di corpetti stringati e la scoperta dei maglioncini girocollo, qualcosa è cambiato. Ed è impossibile non percepire come questo cambiamento abbia influenzato anche gli abiti da lei disegnati: pantaloncini sfilacciati e bikini dorati ad inizi '00 che non potrebbero essere più distanti dalla sobria eleganza della prima collezione resort del brand, vista in passerella nel 2010.

Oggi, gli stilisti sono sempre più di frequente figure pubbliche (se non celebrità a tutti gli effetti). Questa esposizione mediatica spinge a chiedersi quale relazione ci sia tra ciò che gli stilisti scelgono di indossare e gli abiti che disegnano. Come ha guidato lo sviluppo del loro brand il passaggio delle gemelle Olsen da adolescenti con bandana a trendsetter bohémien, fino a diventare vere depositarie del buon gusto? Cosa dice l'uniforme monocromatica di Rei Kawakubo delle sue collezioni? Sono scelte che hanno in sé un messaggio che gli stilisti scelgono deliberatamente di trasmettere?

Il nostro interesse per gli stilisti si è improvvisamente acceso negli anni '90, durante l'era delle top model. Nel 1989 su MTV hanno iniziato a trasmettere House of Style, programma televisivo che voleva documentare le vite di modelle, stilisti e celebrità dell'industria della moda. Arriviamo al 1995, quando il documentario Unzipped (Sbottonate) ha aperto il sipario sul mondo degli stilisti, universo creativo in precedenza sempre rimasto privato; in questo specifico caso, quello di Isaac Mizrahi. Da allora, il flusso d'informazioni sulle scelte di stile personali dei nostri stilisti preferiti continua a essere cospicuo.

Altra prova dell'attento esame dei media: l'annuncio di Martin Margiela, arrivato a metà anni '90, che non avrebbe più rilasciato interviste né si sarebbe più fatto fotografare. (Esiste una sola fotografia del viso di Margiela, fatta nel 1997 circa.) "Non l'ha fatto solo per il gusto della provocazione," ha detto nel 2008 al The New York Times Patrick Scallon, allora direttore della comunicazione di Maison Martin Margiela. "Uno stilista non è un artista nella sua galleria d'arte, non è uno scultore con lo scalpello in mano." In definitiva, Margiela voleva fosse chiaro che 1) le collezioni del brand erano create da un team, non da un singolo individuo, e che 2) i suoi abiti non hanno bisogno di ulteriori commenti, parlano da sé.

E se alcuni stilisti sono desiderosi di ricevere attenzioni, altri hanno saputo sfruttare i riflettori a loro favore per creare brand globali che vendono stili di vita più che abiti veri e propri, ispirati alle loro stesse vite. Negli anni '90, Donna Karan, Ralph LaurenCalvin Klein hanno giocato con le loro personalità, trasformando le loro linee in imperi commerciali. È impossibile separare il Ralph Lauren uomo, spesso fotografato in abbigliamento da cowboy da testa a piedi, dal Ralph Lauren brand, che vende migliaia di jeans ogni anno negli Stati Uniti.

E più foto vediamo degli stilisti, più il legame tra creatore e opera ci sembra chiaro. Gli stilisti di oggi sono collegati ancor più intimamente ai loro "brand personali". Marc Jacobs, Alessandro MicheleOlivier Rousteing hanno profili Instagram separati da quelli dei marchi di cui sono a capo, in cui pubblicano immagini che li ritraggono in tuta, costumi da Halloween, cravatta nera e abbigliamento da lavoro—e non sempre si tratta di abiti Gucci o Balmain. Lo scorso weekend, Marc Jacobs ha indossato una giacca in pelle con frange e stivali Prada durante una parata. Ha anche sfoggiato fasce per capelli e lasciato intendere una propensione per l'estetica drag. Significa che nella prossima sfilata ci saranno più parrucche e sopracciglia disegnate?

Lo stile di Marc Jacobs ha subito una trasformazione radicale durante i suoi tre decenni come stilista, che sembra correlata (a volte palesemente, a volte in modo più trasversale) ai suoi cartamodelli. Nel 1985, quando ha presentato la sua collezione di laurea alla Parsons, Marc indossava una t-shirt con un emoji sorridente—stampa tipica della subcultura raver— e durante gli anni da Perry Ellis ha mantenuto una sorta di stile da studente d'arte anticonformista. Le Dr.Martens e le camicie annodate in vita con cui spesso si faceva vedere sono state un'anticipazione della sua iconica collezione grunge, vista in passerella nel novembre 1993: la cultura che lui stesso imitava.

Marc Jacobs nel suo studio, 1989. Fotografia Rose Hartman/Getty Images.

Quattro anni dopo, nel periodo in cui passò a Louis Vuitton, lo stile di Marc ha transitato verso pantaloni morbidi e camicie button-down. Indossava quella che credeva fosse l'uniforme richiesta a uno stilista che passa le sue giornate tra riunioni e brief. All'inizio dei '00, il suo look ha fatto un ulteriore passo in avanti verso quello che potremmo definire un giovane Jonathan Franzen. Sciarpe in lana e occhiali da lettura hanno spodestato le stravaganze degli anni a Vuitton. Sembrava quasi miracoloso che un uomo che indossava sneaker mezze distrutte e pantaloni eleganti un po' cascanti potesse creare abiti così eleganti e impeccabili per donne sofisticate.

Non è durato a lungo, però. Elementi più temerari—vedi alla voce: capelli blu, kilt e lingerie—hanno iniziato a fare capolino nel guardaroba di Jacobs (in alcune interviste del 2006, lo stilista ha collegato la trasformazione alla sua drammatica perdita di peso e conseguente iniezione di fiducia in sé stesso), e anche sulle passerelle. Alla fine del 2012 veniva spesso visto con pantaloni del pigiama e camicia, capi che ha poi riproposto nella collezione autunno/inverno 2013 di Louis Vuitton. L'anno successivo è uscito in passerella con pantaloni della tuta Adidas, con cui è anche stato fotografato nei mesi successivi per le strade di New York. Durante la sfilata autunno/inverno 17, quasi tutti i modelli indossavano varianti diverse di pantaloni della tuta.

Le passioni e lo stile personale di Jacobs influenzano fortemente le sue collezioni, come testimoniano anche le campagne pubblicitarie per cui sceglie amici musicisti e attori. In un atteggiamento simile a quello di altri stilisti-celebrità, Victoria Beckham in primis, Jacobs usa la sua personalità e i suoi outfit per dare ulteriore sostegno all'identità del suo brand. (Anche Beckham è stata recentemente avvistata con pantaloni della tuta, e anche lei ne ha scelti alcuni per una delle ultime collezioni.)

Al capo opposto di questa analisi si colloca Rei Kawakubo: gli abiti indossati dalla stilista vengono esaminati con precisione maniacale non perché fiera espressione del suo stile, ma perché strumento per nascondere i suoi gusti in fatto di moda. I suoi outfit sembrano voler deliberatamente sfuggire a qualunque interpretazione. Il look di routine? Occhiali da sole neri, camicia, giacca di pelle. Capire cosa vedremo in passerella nella prossima stagione osservando il guardaroba di Kawakubo è impossibile. Il suo stile non ha subito alterazioni significative durante le sue sperimentazioni per Comme. E non vuole neanche essere una figura pubblica ("PER NIENTE. NON MI INTERESSA E NON LO VOGLIO," ha recentemente dichiarato al The Guardian via e-mail.)

Rei Kawakubo. Fotografia Leonard Koren.

Eppure il suo approccio così severo all'abbigliamento è tutto quello che ci serve sapere su Comme des Garçons. È il marchio stesso a rifuggire definizioni o interpretazioni. L'obiettivo è creare estetiche nuove ed eccezionali partendo da zero per ogni stagione. E l'abbigliamento di Kawakubo è l'equivalente visivo di questa visione così chiara e definitiva: un intelligibile spazio bianco. Inoltre, la stilista si considera principalmente una businesswoman, e ora anche retailer per il Dover Street Market, quindi lo stile che sceglie acquisisce oggi un'ulteriore accezione aziendale. Rei indossa quasi solo scarpe Nike; Nike ha uno spazio dedicato decisamente ampio al Dover Street Market. Lì, chi acquista pensa di poter acquistare lo stile di vita di Rei.

La predilezione di Kawakubo per un abbigliamento neutro è condivisa da molti degli stilisti più influenti degli ultimi anni. Karl Lagerfeld indossa la stessa uniforme da decenni (camicia con colletto alto, occhiali scuri e guanti). Le sorelle Mulleavy si presentano in passerella alla fine delle sfilate Rodarte in maglioncini con scollo a V, camicie in denim e jeans. Adam Selman sceglie spesso tute da lavoro e Converse. Un motivo ci sarà se gli stilisti nei film indossano sempre e comunque abiti monocromatici, quasi monastici.

Ma è proprio questo che rende cambiamenti impercettibili e anomalie nel guardaroba degli stilisti indizi così importanti. Marc Jacobs ha smesso di indossare occhiali da vista quando ha lasciato Louis Vuitton, le gemelle Olsen hanno preferito clutch esotiche alle solite borse da spalla prima di fondare The Row e anche Rei Kawakubo è stata recentemente vista con una giacca da biker in pelle rossa. In un'industria che ruota attorno all'apparenza, ma che continua ad appassionarsi al mistero, anche la sparizione di un dente d'oro diventa significativa.

Ma c'è un cambiamento ancora più grande in arrivo, dovuto ai social media. Oggi, i marchi hanno a disposizione influencer e personaggi più o meno celebri su Instagram, Facebook e YouTube per promuovere e rappresentare i loro brand. Hailey Baldwin, ad esempio, ha dieci volte più followers su IG che Marc Jacobs. Ed è certamente più veloce regalare un capo a una star di Snapchat (e associare quindi il proprio marchio allo stile di vita proposto dall'influencer) che costruire un brand di lifestyle da zero. Com'è noto, gran parte del collettivo Vetements rimane anonimo. Demna Gvasalia, stilista a capo del brand, non ha un profilo Instagram pubblico. Ma la foto della figlia di Kim Kardashian, North West, che indossa gli stivali Balenciaga argentati di Gvasalia ha ricevuto più di due milioni di like.

Crediti


Testo Alice Newell-Hanson
Fotografia Francois Guillot per Getty Images