mai snobbare un giovane designer agli esordi, regola numero 1.

Reduci dalla tornata menswear SS18 ci si ritrova a chiedersi: ma tutta questa moda, poi, come viene vista al di là dei social?

di Jacopo Bedussi
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30 giugno 2017, 4:25pm

Le opinioni su queste fashion week appena terminate sembrano unanimi. Cioè il ragazzo è intelligente ma non si impegna. Niente di sconvolgente. I temi gender-fluid, idolatrati solo un paio di stagioni fa sono ormai doxa accettatissima, condivisa, quasi annoiata, avanti il prossimo. E così i flussi migratori, la politica, e tutte quelle invettive un po' sociali e un po' terzomondiste a oggi rimasticatissime e in verità presenti molto più nelle cartelle stampa che negli abiti. Con Gucci e Vetements, generatori di zeitgeist a getto continuo, (quasi) assenti dalle scene ci si è trovati un po' tutti a concentrarsi sul resto del cast e sulle ballerine di fila. Ed è stato forse anche più interessante, per farci un'idea di chi siamo, dove siamo e che cosa vogliamo.

L'idea condivisa è riassumibile pressappoco così: ci troviamo nel picco della parabola di influenza dello streetwear sul fashion e premere di più sull'acceleratore pare impossibile causa limiti fisici del sistema. La comunicazione (e qui bisognerebbe capire finalmente cosa si intende con questa parola, o non se ne esce. Perché viene sempre usata in senso abbastanza deteriore per definire tutto quello che non è prettamente design e materiali, mettendo nello stesso barile cose che non c'entrano niente l'una con l'altra. La comunicazione sono gli uffici stampa, il brand storytelling, gli influencer, i social media, la coolness, le collaborazioni, ASAP Rocky, We should all be feminists e le adv campaign porcelle di Ekhaus Latta, cioè in soldoni il 90% di ciò che compone il 'sistema moda') ha preso il sopravvento sugli abiti, la disruption è giunta alla battaglia finale, epocale, un cambio di tendenza pare ormai improbabile se non impossibile. L'armageddon del senso è alle porte.

Gli addetti ai lavori si dividono tra apocalittici e integrati, dove per apocalittici intendiamo quei pochi passatisti dandy e un po' stantii che ancora sognano di antichissimi fasti anni 80, più nostalgici che critici, e per integrati quel gradiente che va dall'entusiasmo indiscriminato per qualunque stramberia vada in scena a Tbilisi a un più democristiano 'Largo ai giovani!' senza ulteriori specifiche. E se gli apocalittici vantano questo titolo perché nella moda essere apertamente reazionari non va di moda e l'inclusività è il passepartout fondamentale per cavalcare il susseguirsi stagionale ed evitare la sclerotizzazione del gusto, è invece interessante analizzare gli intenti degli integrati: come Angelo Flaccavento, ad oggi il più autorevole, colto e illuminato giornalista italiano del settore che lancia strali infuocati sullo show fiorentino di Off White c/o Virgil Abloh in occasione di Pitti Immagine definendo l'architetto-designer-stratega come colui che "rappresenta in maniera lampante i molti difetti e le poche qualità della moda di oggi. Un comunicatore, in un sistema nel quale la comunicazione ha spodestato, forse per sempre, il contenuto, per non parlare del design". 

E la tanto vituperata sfilata era questo evento magniloquente di fronte a Palazzo Pitti, con tifo da derby ad opera di teenager indiavolati e lì per i vestiti fino a un certo punto. Soprattutto pareva necessario esserci per lo strabordare di coolness e ospiti internazionali (ma anche local, tipo questa Dark Polo Gang) da milioni di follower e senso dell'adesso oggettivamente palpabile, con pretese forse troppo alte e proiezione site specific di Jenny Holzer, artista di rango, sulla facciata di Palazzo Pitti. Anche qui i soliti riferimenti a migranti e mondi possibili etc. etc. Forse tacky, ma non sarebbe bastato capovolgere il prisma per vederne le buone intenzioni e le belle idee per cui si sfila e sciogliere la naïveté in una certa tenerezza che dei giovani è key asset?

L'impressione che resta è amara dunque: cioè largo ai giovani purché facciano quello che piace a noi. Per non parlare poi di un'idea della comunicazione in generale datata o forse, molto peggio, furba. Perché ipotizzare un sistema in cui la comunicazione possa essere priva di contenuto è ingannevole e fuorviante. Non esiste comunicazione senza contenuto e non esiste contenuto senza comunicazione. Anche su tutta questa critica alla mancanza di design restano grandi dubbi, come se si cercasse consapevolmente il misunderstanding. Perché il design non è un disegno, un cartamodello, una forma o dei volumi. Il design è molto più profondamente, e forse banalmente, la progettualità che sta dietro, o meglio dentro, questi benedetti abiti. E nonostante tutto, nonostante la comunicazione e la disruption, di vestiti e felpe e maglioni e pantaloni stiamo sempre parlando. A conferma che malgrado le Cassandre rimaniamo nello stesso field, e stiamo ancora nel recinto della stessa arte applicata, come si diceva nel giurassico.

Si insinua un dubbio: non è che, ora che i fatturati arrivano dalla strada ed è cambiato dopo 40 anni il paradigma estetico e valoriale attraverso cui si giudica cosa è in e cosa è out, i critici anche seri che si dichiarano obiettivi, invece che provare a comprendere hanno deciso di mandare a monte la partita e gridare che la casa sta bruciando? Perché a ben vedere pare che questa nuova onda tutta americana e fortemente black sia sulla strada giusta per far saltare il banco. E anche che sia in grado di 'fare sistema', un leitmotiv nella moda europea e bianca, da tutti auspicato ma mai realizzato.

Lasciando perdere Kanye West, ormai forse perso nei suoi deliri di onnipotenza, la nuova moda nera sta macinando successi. Si pensi a Off-white certo, ma anche i fratellini Heron Preston e V Lone che hanno presentato (e sfilato) a Parigi rispettivamente con ospiti Bella Hadid e ASAP Rocky e tutte le conseguenti filiere di instastars. La frenzy era alle stellGae, code sotto il sole, t-shirtmania per i gadget, roba che forse neanche Gaultier negli anni 90. E poi tutte le infinite collabo con i grandi marchi ma anche tra di loro, tipo Heron Preston e Off-White, a spingersi a vicenda, lavorando in cordata e mai in solitaria, e sempre gli uni agli show degli altri, come una vera comunità creativa o anche come una nuovissima Gestalt black.

Snobare tutto ciò perché troppo mainstream sembra il nuovo vezzo della stampa specializzata, ancora lì a disquisire di volumi e forme e colori. Nel frattempo comunque, alla sfilata di Yohji Yamamoto, maestro maximo del concettualismo giapponese e del vestire in nero ormai dagli anni 70, idolatrato da quegli stessi giornalisti inviperiti e pessimisti, in prima fila troneggiava come guest James Harden, superstar NBA e 5 milioni di follower su Instagram. Indossava un outfit custom-made realizzato dal suddetto Yohji, oggi settantaquattrenne, a dimostrare che i visionari hanno un consapevolezza del presente e del futuro ben più ampia degli amici giornalisti.

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Crediti


Testo Jacopo Bedussi
Immagini via Instagram

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