giulia agostini celebra la naturalezza delle forme femminili

In occasione dell'uscita del nostro nuovo numero dedicato allo sguardo femminile, analizziamo assieme che cosa significa essere donna oggi attraverso l'obiettivo e la voce di alcune creative del nostro tempo.

|
ago 25 2016, 11:20am

"(...) Si nutre di quel viso giorno e notte, lei risponde con sguardo tenero e sincero, gioia di luce e splendore di luna: non stanca per l'attesa né segnata dalla tristezza; non com'è ora ma nel tempo della speranza, non com'è ora ma come lui la sogna." Era la vigilia di Natale del 1856 quando Christina Rossetti compose Nello studio di un artista, la poesia in cui descriveva Elisabeth Siddal mentre questa si faceva ritrarre da suo fratello, il pittore preraffaelita Gabriele Rossetti. Elisabeth, immobile per ore, sembrava perdere la propria identità originaria per diventare poco più che creta nelle mani dell'artista. Non più ciò che era, ma come lui la vedeva: un simbolo di innocenza mariana. Il corpo della donna è sempre stato uno dei soggetti prediletti nella storia dell'arte, una bellezza da dare in pasto agli occhi avidi o sognanti degli spettatori. Le donne sono state sante o demoni, terrene o eteree, ideale petrarchesco o sorelle di Lilith. La dicotomia angelo-puttana fa sentire la propria presenza ancora oggi, nei media come in diversi ambiti della società, portando le donne a sentirsi ridotte a stereotipi o, perlomeno, costrette ad identificarcisi. Ora come forse mai prima nella storia, le donne stanno riuscendo ad imporsi con più forza, non limitandosi più ad essere viste come soggetto d'arte, ma affermandosi in quanto artefici dell'arte stessa, voce narrante che dà spazio a ciò che realmente è la femminilità in tutte le sue declinazioni. Chi può rappresentare con più fedeltà una donna se non la donna stessa, ritrarre la bellezza del corpo femminile senza caricarlo di implicazioni indesiderate? Un esempio è Giulia Agostini, che ha iniziato la propria carriera nel mondo della fotografia scattando se stessa, il corpo che meglio conosceva, ed è poi passata ad immortalare anche altre donne in un secondo momento. Le ragazze di Giulia si muovono libere nello spazio, lo abitano, a volte assimilate da esso, a volte nascoste, a volte in aperto contrasto. Non devono assolvere a nessuno scopo, non sono nulla di diverso da loro stesse. Abbiamo avuto il piacere di incontrare la giovane fotografa padovana per farle qualche domanda.

Ti definisci un'autodidatta e ti sei innamorata della fotografia quando hai tenuto tra le mani la tua prima digitale. Ti ricordi ancora il momento in cui hai capito che la fotografia sarebbe potuta essere più di un semplice hobby per te?
Certo che me lo ricordo! Il mio ragazzo di allora mi regalò una compattina digitale da 8 mpx e iniziai a portarla sempre con me. Devo dire che quasi fin da subito fantasticai sull'idea di come sarebbe stato incredibile che una cosa che mi piacesse così tanto potesse trasformarsi in un lavoro, ma al tempo non presi sul serio la questione fino a quando non vendetti uno dei miei autoscatti ad uno scrittore olandese per la copertina di un suo libro. Fu una buona dose d'incoraggiamento. La foto era stata scoperta dall'autore del libro grazie a Flickr e faceva proprio parte dei primi autoritratti che mi facevo.

Hai iniziato a dipingere prima di avvicinarti alla fotografia. Credi questo si rifletta nel tuo modo di scattare? Che soggetti ami dipingere?
Sì! Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto diventare una pittrice, a volte lo penso ancora. L'amore per la pittura ha influenzato la mia visione fotografica portandomi ad una predilezione per la pellicola colore. Come scelta di soggetti credo di essere un po' noiosa visto che si è sempre trattato di donne seminude…

Come descriveresti la tua estetica?
Faccio fatica a parlare di me e della mia estetica, preferisco lo facciano gli altri. Posso elencarti alcuni tra i grandi artisti che stimo molto e che sono per me fonte di ispirazione: Tom Sandberg, Stanley Kubrick, Paul Thomas Anderson, Daido Moriyama, Franco Fontana.

Le donne sono protagoniste di moltissimi dei tuoi scatti. In questo momento storico si sente spesso parlare di female gaze contrapposto a male gaze. Credi sia importante che nel mondo dell'arte ci siano più donne che parlano di donne per arrivare ad una rappresentazione più autentica di femminilità o è un aspetto che non ti interessa?
M'interessa, anche se è un aspetto che non metto in primo piano. Mi è capitato di vedere ragazze fotografate da me, ritratte poi da altri fotografi e osservando le foto mi è capitato di pensare: "Questa l'ha fatta un uomo!" Spesso indovinavo.

In buona parte dei tuoi scatti immortali il corpo femminile e la sua iterazione con lo spazio. Cosa ti affascina della femminilità e perché spesso scegli di scattare donne seminude?
Io ritraggo donne perché per me è più naturale e perché le forme del corpo femminile mi affascinano senza mai stancarmi. A volte credo possa essere una specie di "transfer": essendo partita con gli autoscatti ed avendo poi sospeso per un lungo periodo questo percorso mi sono limitata a cercare corpi con i quali avevo estrema confidenza, ovvero quelli femminili.

Mi sembra che nelle tue foto venga posto l'accento più sulle forme del corpo che sul viso, che spesso viene celato. Casualità o scelta?
Sì, sono molto interessata alla forma nel suo risultato finale e allo spazio che circonda il soggetto. Mi piacciono molto gli spazi vuoti, mi affascinano i luoghi che danno l'impressione di essere abbandonati o le architetture pulite e lineari. Trovo che il volto sia importante, ma spesso si limita ad uno scatto singolo in mezzo ad una serie di visoni a campo largo.

Hai iniziato con una macchina fotografica digitale e sei passata all'analogico in un secondo momento. Quali vantaggi presenta?
Solo svantaggi ma ne vale la pena.

Hai esposto anche in America, a New York. Hai notato delle differenze con l'Italia? Com'è esporre nel nostro Paese? 
Ho avuto belle esperienze con gli USA e brutte esperienze con l'Italia e allo stesso tempo ho avuto brutte esperienze con gli USA e belle con L'Italia. Esporre a New York è stata una tappa fondamentale per il mio percorso, mi ha dato un sacco di carica e ho lavorato serenamente col curatore e la galleria. Fin dall'inizio è stato tutto molto semplice e diretto, con zero perdite di tempo e poche chiacchiere. Attualmente sto intraprendendo un rapporto lavorativo con una galleria in Svizzera e posso dire che sta andando alla grande.

Stai lavorando a qualche progetto attualmente?
Da poco ho riletto un'intervista fatta Wim Wenders dove dice: "Ci sono periodi in cui non faccio fotografie per settimane o mesi, e non ho neppure l'impulso di portare con me la macchina fotografica: escludo, semplicemente, la possibilità di farne. E ci sono altri periodi in cui portare con me la macchina fotografica è un po' come mettermi la camicia o le scarpe, nel senso che voglio sempre essere pronto a fare foto, come sentendo che sto aspettando d'incontrare la foto che vorrei scattare." E poi cosa posso dire? Ah sì, che voglio andare a Tokyo e ritornare a New York.

giuliaagostini.com

Crediti


Testo Francesca Lazzarin
Immagini Giulia Agostini