queste illustrazioni ci parlano di omosessualità e attivismo in marocco

Soufiane Ababri racconta come combatte l’omofobia e il razzismo attraverso il suo lavoro.

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dic 21 2017, 11:28am

Originario del Marocco e oggi residente in Francia, il giovane artista Soufiane Ababri affronta certo le tematiche che gravitano attorno alla sfera LGBTQ, ma non solo. Dalla virilità al postcolonialismo, dall'omofobia nel continente africano all'esotismo sessuale, dalle questioni di genere all'importanza di una comunità, dalle teorie queer al razzismo, i disegni di Ababri—che a prima vista possono sembrare quasi ingenui per la loro semplicità—pongono, attraverso il prisma della sessualità maschile, domande che intersecano intimità, politica, ironia e serietà.

Che genere di infanzia hai avuto?
Sono cresciuto in Marocco, tra Rabat e Tangeri. Vengo da una famiglia molto religiosa appartenente alla borghesia medio-alta; per i miei genitori è sempre stato fondamentale che io studiassi, perché è così che sono stati in grado di lasciare la loro cerchia sociale. Ho avuto un'infanzia semplice, ma segnata da battutine e insulti causate dal mio lato più femmineo. Questi episodi hanno influenzato in modo decisivo il modo in cui mi relaziono con le altre persone, spingendomi anche a dare una connotazione teatrale a tutta la mia vita.

Quando hai iniziato a disegnare?
La passione per il disegno è nata piuttosto tardi: la mia carriera come artista era già cominciata da un po' e un giorno ho improvvisamente deciso di lasciar perdere le altre tecniche pittoriche e concentrarmi sul disegno, rendendolo il punto focale di tutto il mio lavoro. L'avevo sempre considerato un mezzo espressivo minore, così come molti altri artisti, ma è diventato uno strumento per riflettere sugli equilibri di potere che gravitano attorno al mondo dell'arte. Come ogni altra istituzione scolastica, anche l'Accademia d'Arte che ho frequentato tendeva a normalizzare e uniformare il modo di pensare dei suoi studenti, e scegliere il disegno è stato un modo per combattere questo meccanismo.

Cos'è che ti ha avvicinato all'arte?
Non poter diventare uno scrittore, credo.

In che modo definiresti il tuo lavoro?
Lavoro sul ruolo che la violenza ha nella storia dell'arte e nella Storia più in generale. Mi concentro sulla situazione delle minoranze—siano esse etniche, sociali o legate alla sessualità—perché credo che chi ne fa parte veda il mondo in modo diverso dagli altri. Un altro dei punti su cui più mi concentro è il diritto alla visibilità, legato alle modalità in cui gli artisti scelgono di reinventarsi continuamente.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri?
Il primo posto spetta sicuramente a Jean Genet, poi ci sono molti scrittori: Reinaldo Arenas, Mohamed Choukri, Marguerite Duras, Guillaume Dustan, Mohamed Leftah e Tony Duvert. Ma anche la vita e le opere di Felix Gonzàles-Torres mi hanno segnato in modo indelebile, così come la pittrice americana Alice Neel e l'artista inglese David Robilliard.

I tuoi disegni mettono in discussione l'idea di virilità degli uomini gay. Perché questa tematica è così centrale nelle tue opere?
Viviamo in una società violenta nei confronti degli uomini che scelgono di non giocare al gioco della virilità e che non vogliono rientrare nelle categorie che altri hanno prefissato per loro (diventando così dei "depravati" agli occhi di queste persone). Proprio com'è successo a me, chiunque subisce questo tipo di violenza ne rimane irrimediabilmente influenzato. Lavoro per capire come possiamo smantellare i meccanismi di dominio che impongono ruoli e schemi per esercitare un forte controllo sulle vite altrui. Sono gay, e questo mi spinge a parlare del concetto di virilità in una cultura che soffoca le donne, i gay, i ragazzi effeminati, i bambini e tutte le minoranze in generale.

Dove trovi ispirazione?
L'ispirazione arriva dalle persone che incontro per strada, nei musei, negli spazi pubblici o nei locali gay; ma anche dal cinema, dai video su YouTube, dalle riviste e via dicendo. Tutto ciò che i miei occhi incontrano influenza la mia arte, in un modo o nell'altro. E scatto anche una marea di fotografie rubate, le trovo vicine alla poetica di Jean Genet, è un modo di definire il mio lavoro attraverso l'appropriazione di un attimo che non mi appartiene, ma che posso comunque distorcere seguendo la mia fantasia e rompendo quindi l'incantesimo di una società fondata sul gioco sociale della virilità. Che chi dice che tutti gli arabi siano che gli arabi sono ladri, giusto? Quindi perché no!

Hai disegnato la serie Bed Works disteso sul tuo letto, perché?
È un modo di distanziarmi dal lavoro in atelier, da tutto ciò che evoca l'immagine di un artista virile, forte e dominante. Lavoro in uno spazio domestico solitamente consacrato al riposo, all'amore e alla lettura e così facendo lo trasformo in qualcosa di lontano dagli stereotipi. Ma anche la posizione stessa è importante, perché ricorda il modo in cui gli artisti orientali disegnavano la civiltà araba, gli schiavi e le donne: chi doveva essere sottomesso veniva raffigurato sempre e solo disteso e passivo.

A cosa è legata invece la scelta di usare solo pastelli?
La logica è sempre la stessa: allontanarsi dalla pittura e lavorare con materiali che normalmente non verrebbero considerati nobili.

A disegni quasi ingenui unisci slogan molto forti e messaggi impegnati. Come trovi equilibrio tra forma e concetto?
Il mio obiettivo è evocare un senso di empowerment negli spettatori, ma soprattutto di parlare di diritti senza ricorrere mai al linguaggio usato da chi domina.

Nel tuo lavoro analizzi temi estremamente contemporanei come visibilità, razzismo, sessualità, post-colonialismo, omofobia ed esotismo. In che modo riesci a intersecarli in una stessa opera?
È la mia vita a essere intersecata tra questi diversi temi: mi trovo sospeso in un vortice di questioni che cerco di affrontare dipingendo. Spesso si pensa erroneamente che questi problemi siano ormai stati superati, ma non è così. Basta pensare ad Adama Traoré, alle famiglie che manifestano (ancora) contro i diritti della comunità LGBTQ, alle leggi sull'omosessualità in Marocco, alle persone di colore che nelle stazioni della metropolitana parigina ancora comprano prodotti per sbiancare la pelle. Come immigrato di colore gay percepisco tutti questi eventi come attacchi diretti che scelgo poi di combattere nella mia arte.

Esistono situazioni spiacevoli con cui devi regolarmente fare i conti?
Sì e no, sono ossessionato dalla storia recente della comunità a cui appartengo; sono questi i temi che mi perseguitano: il colonialismo, l'omofobia, il razzismo e la violenza.

Definiresti il tuo lavoro come "omoerotico"?
Per me, il mio lavoro è prima di tutto un linguaggio politico che affronta le problematiche legate alla sessualità e al corpo come oggetto; si tratta di riflessioni nate nel Maggio del '68, grazie ai movimenti studenteschi e alla prima ondata di femminismo. Di conseguenza, politicizzare l'erotismo è per me fondamentale e sì, lavoro su un immaginario erotizzato, su ragazzi che non sanno controllare le loro pulsioni, su chi non sa celare i suoi difetti.

Pensi che potresti esporre le tue opere in Marocco, paese non propriamente noto per le sue politiche pro LGBTQ?
Ultimamente, ho esposto a Douala, in Camerun [Peuple érotique! Peuple exotique! è una mostra in cui Ababri analizza l'omofobia istituzionale del paese, ndt]. Quindi perché non farlo anche in Marocco? Mi piacciono le sfide.

Come reagisci nel vedere le tue opere ovunque su internet?
Ne sono felice! È un modo per diffonderle, per comunicare e per aprire discussioni con altri artisti provenienti da tutto il mondo!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando alle prossime mostre a cui parteciperò in Francia e a un solo show a Berlino, in più ho ricevuto delle proposte per collaborare a scenografie e documentari che analizzano i temi di cui mi occupo da tempo.

Soufiane Ababri dans le cadre de l’exposition « Traversées Ren@rde » jusqu’au 28 janvier au Transpalette de Bourges et « I am what I am » galerie ICI à Paris à partir de février.