Fotografia di Jim C. Nedd

caterina barbieri tra festival, sintetizzatori e il suo nuovo album

Prima del suo live a Terraforma, ne abbiamo approfittato per farle qualche domanda e capire qualcosa in più di questa artista così complessa.

di Antonella Di Biase
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04 luglio 2019, 3:21pm

Fotografia di Jim C. Nedd

Caterina Barbieri è una giovane compositrice bolognese molto stilosa, sotto vari punti di vista. Ha da poco pubblicato il suo terzo album, Ecstatic Computation, con l’etichetta viennese anch'essa moltofiga Editions Mego e sta guadagnando sempre più il riconoscimento della critica internazionale. Musicista fin da piccola è diplomata al conservatorio in chitarra classica e musica elettroacustica produce brani ipnotici e astratti utilizzando dei sintetizzatori modulari. Nella sua musica si sovrappongono complesse geometrie di suoni, che ricordano molto il minimalismo, e che esplorano spazi di immaginazione e ripetizione, “come una sorta di sostanza psicoattiva."

Se l’anno scorso aveva curato la parte musicale dell’installazione site-specific del Planetario del collettivo itinerante BUKA, quest’anno al Terraforma Caterina Barbieri porterà sul palco una performance live nella serata di venerdì. Se avete dato un’occhiata al programma, anche stavolta ci sono tutte le carte in regola perché il festival di Villa Arconati non deluda le aspettative degli appassionati di musica. Ho chiacchierato con Caterina al telefono per parlare del festival, ma anche della tradizione delle donne al sintetizzatore, dell’importanza dell’estetica visiva e del momento di hype che sta vivendo.

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Fotografia di Jim C. Nedd

Visto che definire i generi è un’operazione sempre più complessa, lo chiedo a te: come definisci il tuo genere musicale?
Ti direi elettronica sperimentale, ma la musica elettronica è estremamente fluida. Io non sono un’estimatrice della suddivisione in generi. Il mio mi piace definirlo “ecstatic computation”, che poi è il titolo dell’ultimo disco. “Ecstatic” perché punta a stati di coscienza più elevati e sensazioni di trance ed estasi. “Computation” perché è frutto di tecniche automatiche. La mia musica, infatti, nasce così: programmo manualmente un sequencer, e per comporre creo una libreria di pattern e una serie di tecniche automatiche generative. Insomma tiro fuori un potenziale creativo, estatico, a partire dalla computazione di una macchina.

Parliamo di Terraforma 2019: un artista da tenere d’occhio quest’anno, secondo te?
Ce ne sono molti. Io sono molto curiosa di sentire Renick Bell, un artista collegato alla scena degli Algorave, contesti in cui i musicisti si alternano e programmano la musica in tempo reale, generandola con dei software. Spesso si alternano liberamente alla console: l’idea è quella di viversi la musica come momento collettivo, e a me piace molto. A Terraforma, Renick suonerà da solo, ma proietterà nel bosco i codici che scrive in tempo reale.

Nella musica fatta con i synth modulari c’è una grande tradizione femminile, mi vengono in mente tra le altre Laurie Spiegel e Suzanne Ciani — che due anni fa ha anche suonato a Terraforma. Ti hanno ispirata in modo specifico, loro?
Laurie Spiegel è un idolo assoluto per me, così come Eliane Radigue. Lei, in particolare, ha una storia molto interessante: in quanto assistente di musicisti uomini più famosi, ha vissuto nell’ombra per gran parte della sua vita. Sta avendo qualche riconoscimento solo ora, a ottant’anni, ma in realtà è una grande pioniera, per le profondità che è riuscita a esplorare. Suzanne Ciani è un’altra artista che stimo molto, ho anche avuto la fortuna di conoscerla di persona qualche anno fa, quando ho aperto un suo concerto a Macao.

Ora è obbligatorio farti la domanda sulla questione donne-musica. Secondo te è sempre necessario parlare del gap di genere in quest’ambito, o è meglio tacere e dare per scontato che le donne facciano musica, punto?
La questione donne nella musica è delicata e complessa. Secondo me è importante parlarne, ma bisogna farlo nel modo giusto. Rispetto ad altri paesi, in Italia le donne nel settore creativo-autoriale sono poche. E per questo ci sono ancora resistenze e pregiudizi. Ma iniziative estremizzate nell’altro senso, tipo i festival tutti al femminile, non mi trovano d’accordo, perché ghettizzano e non creano dialogo. La musica al femminile non è un genere. A volte mi capita di essere invitata a suonare non per un vero interesse verso quello che faccio, ma per il semplice fatto che servono donne in line up. È agghiacciante.

Immagino che la tua musica sia frutto di una ricerca sonora molto ampia. Visto che siamo su i-D, un tema attuale che accomuna l’arte e la moda è l’appropriazione culturale. Rispetto ai generi non-occidentali, tu come ti poni?
La musica indiana e in particolare il pensiero che c’è dietro mi hanno ispirata tantissimo. Ho scritto la tesi di laurea sul rapporto tra la musica dell’India del nord e il minimalismo americano. Ma pur avendone la possibilità tecnica e compositiva, non ho mai utilizzato degli elementi o dei ritmi in senso proprio, per evitare di appropriarmene. Ho adottato più che altro la loro filosofia per cui il suono è un mezzo di contemplazione, di elevazione spirituale. Strutturalmente, questo si traduce in una temporalità ciclica e ripetitiva, che è propria della mia musica.

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Negli ultimi mesi stai portando in giro per l’Europa uno show audiovideo, quanto è importante l’estetica visuale per la tua attività artistica?
Molto. Ogni volta che ho pubblicato un disco l’ho sempre accompagnato con dei materiali visivi. Mi piace molto anche fare del merchandising originale. Incanalare la musica all’interno di un universo di immagini, per me, è un modo per renderla più completa. Da qualche mese sto collaborando con Ruben Spini, un artista visivo di base a Milano. Abbiamo presentato il nostro show per la prima volta all’Atonal di Berlino e stiamo continuando a portarlo in giro. A Terraforma suonerò senza visual, ma chi vuole può vederli a Nextones — un altro festival non lontano da Milano organizzato da Threes.

Per quanto riguarda lo stile nel vestire, invece, quanto conta nell’identità di un artista nel 2019?
Non so, io di base metto i vestiti che mi piacciono. Però di sicuro l’immagine è fin troppo importante, basta pensare all’esasperazione di Instagram. Per gli show e per i servizi fotografici, comunque, cerco sempre di lavorare con degli amici per dare rilievo alle loro creazioni. In questo periodo, per esempio, il vestito che indosso quando suono è stato fatto da Micol Ragni, un’amica stilista italiana di base a Londra che ha lavorato con artiste come Bjork, Kelela, Erykah Badu. Mi piace molto il suo stile perché usa tessuti tech che hanno delle proprietà particolari, sono riflettenti e cangianti.

Come te la stai cavando con questo periodo di hype? Riesci ancora a concentrarti sulla musica?
Per via dell’ultimo disco, negli ultimi due mesi non ho fatto altro che suonare in giro e rilasciare interviste. Ma è giusto così, è un periodo. Quest’inverno devo prendermi assolutamente un periodo di pausa, per riposare e ricominciare a comporre.

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Fotografia di Jim C. Nedd

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Ancor prima di Terraforma 2018, quando avevamo incontrato Caterina per l'ultima volta, qui una chicca dal passato di i-D, e cioè il mix che aveva preparato per noi nel 2017:

Crediti


Fotografia di Jim C. Nedd
Testo di Antonella di Biase

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