tutta l'angoscia degli scatti di roger ballen in mostra a milano

"Se il mio lavoro vi mette a disagio, allora dovreste capire il perché. Riguarda la fotografia o riguarda la percezione che ne avete?"—Roger Ballen.

di Alina Cortese
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18 giugno 2019, 9:25am

Ogni giorno siamo sommersi da una quantità esagerata di immagini. Per questo motivo quando notiamo qualcosa di diverso, qualcuno che spicca tra la folla, ci rimane impresso nella mente. Roger Ballen rientra tra questi rari elementi della nostra società. Dall’uscita nel 2012 del film I Fink U Freeky, creato per i sudafricani Die Antwoord, lo stile di Ballen, che fonde fotografia, disegno, arte e molto altro, ha ottenuto fama mondiale, diventando immediatamente riconoscibile nell’immaginario comune.

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Roger Ballen, Girl in white dress, 2002

A rendere così peculiare il lavoro di Ballen è la presenza di elementi primitivi, l’unione di più tecniche artistiche, il contatto dell'essere umano con animali. Ma più di tutto il resto, la cifra stilistica di questo fotografo è data da un marcato bianco e nero, ottenuto attraverso l'uso costante di macchine fotografiche analogiche. Del resto, la fotografia è sempre stata una costante nella sua vita, sin dalla nascita: la madre Adrienne lavorava presso l'agenzia Magnum Photos a New York e lui stesso a soli diciotto anni decise di aprire una galleria insieme Inge Bondy, la Photography House. Certo non uno spirito sedentario, come dimostra il suo primo libro Boyhood (1979) nato dopo un lungo viaggio a piedi attraverso Asia e Africa.

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Roger Ballen, Froggy Boy, USA,1977

Dopo una seconda laurea in psicologia e un dottorato in Economia dei Minerali decide di tornare in Africa, questa volta definitivamente. Si trasferisce a Johannesburg e percorre più di 300.000 chilometri immortalando su pellicola i Dorps, comunità rurali tipiche del Sud Africa, di cui pubblica un libro nel 1986. Dorps e Platteland, del 1994, sono le ultime due opere di Ballen che possono essere definite di fotografia documentaria; a partire dagli anni '90 inizia a sviluppare quella che lui stesso definisce una "finzione di documentazione." Con questa espressione, il fotografo sottintende il modo in cui agisce nelle sue opere attraverso disegni e installazioni, trasformando la realtà e creandone una nuova.

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Roger Ballen, Transformation, 2004

Negli anni si avvicina anche al teatro e al video, andando così a rendere sempre più definita la sua estetica e il suo stile. Nel 2017 viene pubblicata da Thames&Hudson una grande retrospettiva delle sue opere con il nome di Ballenesque, Roger Ballen: a retrospective. Ballenesque diventa quindi la definizione del suo linguaggio: fotografie al di là dello spazio e dell’immaginazione, nate dall’unione di tecniche artistiche e frutto di un’esperienza creata in anni di sperimentazione.

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Roger Ballen, Alter Ego 6066, 2010

Oggi l’esposizione alla Fondazione Sozzani The Body, The Mind, The Space raccoglie un’installazione site-specific, 50 fotografie dagli anni '70 ad oggi e un video di Roger Ballen. La mostra si apre con l’installazione, che ci immerge immediatamente nell’immaginario dell’artista, come se fossimo capitati dentro uno dei set delle sue fotografie. Essa si sviluppa poi in tre temi: il corpo - the body -, la mente - the mind - e lo spazio - the space.

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Roger Ballen, Prowling, 2001

Le figure in bianco e nero protagoniste delle fotografie della sezione the body scrutano il visitatore, misteriose e cupe; le sagome bianche quasi scheletriche della sezione the mind emergono quasi come spettri dalle pareti nere; le stanze simili a celle della sezione the space esaltano la connessione tra fotografo e fotografia, immortalando pareti riempite da scarabocchi e fili esposti, luoghi dove l’essere umano si fonde con ciò che lo circonda perdendo la sua funzione di soggetto. Infine a chiudere la mostra i video di The Theatre of Apparitions e di Ballenesque.

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Roger Ballen, Blinded, 2005

Per Roger Ballen questi tre temi non solo caratterizzano l’esposizione, ma l'assenza di uno solo di essi implica automaticamente l'assenza stessa dell'immagine in quanto rappresentazione bidimensionale di un ambiente tridimensionale. Plasmare e modellare tale spazio, dunque, gli permette di creare la realtà mutata che diventa il set del linguaggio Ballenesque. La mente, poi, è anch'essa elemento imprescindibile: è attraverso questa che si scatta una foto, non premendo il dito su un pulsante. Infine, per quanto riguarda il corpo, Ballen ritiene che anche gli oggetti possano essere un body, un corpo che occupa lo spazio e diventa soggetto attraverso la mente.

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Roger Ballen, Closeted, 2014

Per questo motivo esseri umani, animali e oggetti inanimati vengono tutti trattati allo stesso modo, senza favoritismi e con tratti che spesso possono apparire duri e inquietanti. Ma come Roger Ballen stesso ha dichiarato: "Perché dovrebbero essere inquietanti? Se il mio lavoro vi mette a disagio, allora dovreste capire il perché. Che cosa vi sta dando fastidio. Riguarda la fotografia o riguarda la vostra percezione di essa?"

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Roger Ballen, Transformation, 2004

La mostra Roger Ballen. The Body, The Mind, The Space è visitabile alla Fondazione Sozzani a Milano fino all’8 settembre 2019

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Crediti


Testo di Alina Cortese
Immagini su gentile concessione della Fondazione Sozzani