com'è partecipare ai mondiali? l'abbiamo chiesto alla nazionale italiana femminile

E le abbiamo anche fotografate mentre indossavano la nuova capsule collection firmata Virgil Abloh di Off-White X Nike.

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giu 15 2018, 1:39pm

Giusto ieri scrivevamo che Virgil Abloh sembra essere il Re Mida della moda nel 2018: tutto ciò che tocca, o meglio disegna, diventa oro. Il suo ultimo colpo di genio? La collaborazione con Nike. Dopo i guantoni da portiere, il nuovo Direttore Creativo di Louis Vuitton e fondatore di Off-White torna a lavorare con il brand di sportswear per eccellenza e crea una capsule collection che prevediamo andrà sold out in pochi minuti.

Sara, Barbara e Ilaria sono le testimonial d'eccezione del progetto. Imparate i loro nomi e stampatevi in testa i loro volti, perché nel 2019 saranno loro a rappresentare l'Italia ai Mondiali di Calcio. Giovani, dinamiche e determinate, le abbiamo intervistate per farci raccontare com'è essere una ragazza in un settore molto maschile. Spoiler: quando infili tre goal in una partita tutti smettono immediatamente di prenderti in giro perché sei l'unica donna in campo.

Sara Gama, 29 anni

Ciao Sara, come è nata la tua passione per il calcio? Quanti anni avevi?
Quando ho iniziato a camminare ho iniziato anche a giocare. Ho sempre avuto il pallone tra i piedi e ho sempre giocato con i miei amici e appena ho compiuto sette anni sono entrata in una squadra.

È l'unico sport a cui tu ti sia mai appassionata?
Sì! Ho fatto un po' di atletica a scuola, ma il calcio è lo stato il mio sport fin dall’inizio. Che poi, pensandoci su, sono sempre stata l'unica della famiglia ad avere questa passione.

Che rapporto hai con la moda?
Il mio stile è molto rilassato e spesso sportivo. Però se devo andare a un evento formale mi piace osare e mi lancio con qualche vestito. L'importante è che nell'insieme il look risulti sempre semplice.

Cosa pensi della collaborazione tra Virgil Abloh e Nike?
Sono super felice di aver partecipato a questo progetto, quelli proposti da Virgil e Nike sono capi insoliti e divertenti che altrimenti non avrei mai osato indossare. Invece ho scoperto che mi piacciono, un sacco! Sono una persona piuttosto seria, ma questo lavoro ha saputo tirar fuori un'altra parte di me, quella che si prende più alla leggera e ha voglia di sperimentare.

Il prossimo anno immagino sarà intenso per te, visti i Mondiali. Cosa ti aspetti?
A giugno ci saranno i Mondiali in Francia e inoltre avrò anche la Champions League con la Juventus. L'asticella si sta alzando, perché anche quando raggiungi risultati importanti non puoi che prefissarti di migliorare, ancora e ancora. È così che funziona nello sport, non puoi mai permetterti di abbassare la guardia. E poi ci sono tutti i progetti a latere della mia professione di calciatrice, come questo di Nike, mi auguro che continueremo a collaborare a lungo.

È la prima volta che vieni scattata o hai già partecipato ad altre campagne pubblicitarie?
Mi hanno fotografata per diversi shooting, ma mai per una campagna pubblicitaria. Insieme alla Nazionale ho posato per un editoriale di Glamour, ad esempio. Ci hanno fatto indossare questi abiti incredibili di haute couture ed è stata un'esperienza bellissima. Ma tutto questo arriva dal calcio, è merito di questo sport se posso raccontare di aver fatto queste cose.

Hai incontrato pregiudizi o difficoltà in quando donna?
Diciamo che ci ho messo così tanto impegno e spirito di sacrificio che alla fine è andato tutto liscio. Quando hai una passione nulla ti pesa, ti sbatti e basta. Se ci ripenso adesso mi chiedo come ho fatto a correre per tutti quei chilometri, allenarmi tutti i giorni e poi studiare la notte. Diciamo che la difficoltà maggiore dell'essere donna in un settore fortemente maschile è data dal bassissimo numero di squadre femminili presenti in Italia. È su questo che dobbiamo lavorare in futuro, perché una ragazzina non può e non deve più farsi 100 chilometri per giocare, come facevamo invece io e tante altre mie coetanee fino a qualche anno fa.

E all'estero com'è la situazione? Hai avuto modo di osservare l'ambiente calcistico di altri paesi?
Sono stata in Francia per un po' e prima ho fatto un esperienza a Los Angeles. Gli Stati Uniti sono la vera mecca per il calcio femminile, mentre la situazione francese è più simile alla nostra. Negli ultimi tre anni le cose in Italia sono cambiate: la Federazione ha istituito nuove norme e club come la Juventus hanno dato un grosso impulso al settore. In Italia il calcio femminile può crescere solo se si appoggia ai circuiti maschili, perché è lì che sono le strutture funzionanti e solide. Nei paesi nordici come la Germania o la Svezia, invece, le squadre femminili ce la fanno da sole.

Quindi avere una struttura alle spalle aiuta?
Assolutamente, perché ti permette di accelerare i tempi e poter disporre di un team composto da persone qualificate, riducendo così il gap di sviluppo tra il calcio maschile e quello femminile. In realtà i primi club femminili sono nati a fine '800, proprio come quelli maschili, ma poi c'è stata una forte battuta d'arresto a causa dei pregiudizi. Alcuni paesi l'hanno proprio bandito, come la Gran Bretagna. Quindi i nostri compagni maschi hanno alle spalle un passato ben più solido, mentre la rete femminile è più giovane e quindi non ancora definita.

So che sei un'appassionata di storia del calcio. Chi è il tuo idolo del passato?
Non ho un idolo in particolare, ma studiando la storia di questo sport ho avuto modo di scoprire le vere pioniere del calcio. In tutti i paesi c'è stata una donna che ha sfondato barriere e pregiudizi, e tutte meritano la stessa stima.

Mi racconti qualcosa dei tuoi studi universitari?
Sono laureata in Lingue e Letterature Straniere, ma la storia del calcio femminile in Europa mi piace così tanto e mi ci sono così tanto fissata che la tesi l'ho fatta proprio su questo argomento. Quindi ho analizzato le diverse federazioni europee, concentrandomi su quella francese, italiana e inglese in particolare. A interessarmi sono le dinamiche politiche e sociali che il calcio nasconde, perché lo sport è sempre sintomatico di ciò che accade nel mondo in generale.

Una curiosità, com'è stato avere una Barbie di te?
Da bambina, ovviamente, alle Barbie io preferivo il pallone, anche se non le disdegnavo del tutto e a volte ci giocavo. Vedermi in formato Barbie comunque è stato surreale, la guardavo e non riuscivo a capacitarmi che mi avessero trasformata in una bambola [ride, Nda].

Barbara Bonansea, 27 anni

In primis complimenti e grazie del miracolo al 91simo minuto! Come ti senti?
Sono passati vent'anni dall'ultimo mondiale che abbiamo fatto. Era il 1999 e direi che sono passati decisamente troppi anni da quella competizione. Figurati, io avevo otto anni, neanche sapevo esistesse il calcio femminile!

Cosa ami di più quando indossi gli scarpini e scendi in campo?
Sul campo da calcio mi sento me stessa. È come essere a casa. Per me indossare le scarpe da calcio significa prepararmi a entrare nel luogo in cui più mi sento in pace con il mondo.

Facciamo un salto indietro. Come è nata la tua passione per il calcio? Quanti anni avevi?
Avevo cinque anni quando ho iniziato a giocare nella squadra del mio paese. Ovviamente erano tutti i miei compagni erano maschi, non esisteva che a una bambina piacesse così tanto il calcio. Poi a 12 anni mi hanno chiamato nella squadra femminile del Torino. Ho iniziato come esordiente, poi ho fatto due anni in primavera e a 14 anni sono entrata in serie A. Da lì è stato un crescendo e non mi sono più fermata.

Da piccola chi ti sosteneva di più?
Ho un fratello maggiore e sia lui che mio padre sono dei grandi appassionati di calcio. Abitavamo in collina e passavo tutti i santi pomeriggi giocando con loro. Quando hanno capito che la mia passione per il calcio mi avrebbe portato lontano erano felicissimi per me; solo mia mamma inizialmente era scettica, ma quando ha visto quanto ero felice realizzando il mio sogno ha cambiato idea. Adesso è proprio lei ad accompagnarmi nello spogliatoio, ad andare a parlare con gli arbitri e a venire a vedere ogni mia partita.

Quale sarà il tuo prossimo obiettivo?
Ora che ci siamo qualificate ho la testa in vacanza. Me ne andrò a Mykonos per un po' e quando tornerò in campo spero di ripetere i successi della stagione con la mia squadra la Juve. Certo, quando vinci poi vai a mille, è difficile restare con i piedi ben saldi a terra. Sul lungo termine invece punto a migliorare la nazionale. Dobbiamo arrivare al meglio al 7 giugno 2019, quando inizieranno i mondiali.

Quale consiglio daresti alle ragazze che vogliono seguire le tue orme?
In tante mi scrivono su Instagram, vogliono sapere come ho iniziato e se anche io venivo presa in giro dalle mie compagne perché mi piaceva uno sport "da maschi". A loro dico sempre che ho cominciato al parchetto con i miei amici e non ho avuto problemi di pregiudizi, perché dopo due goal tutti smettevano di prendermi in giro.

Il mio consiglio per loro è di andare avanti decise e determinate, senza dar credito ai pregiudizi. Anche nel 2018 c’è dell’ignoranza. Dobbiamo istruire i genitori, far fare più sport di tutti i tipi ai nostri figli ed educarli in modo più aperto. Ma guardiamo il lato positivo: stanno iniziando a nascere le prime squadre giovanili femminili e spero che ogni ragazza appassionata di calcio decida di continuare a praticare questo sport; ti fa crescere, ti forma e ti educa. È una forma di istruzione.

Cosa pensi della collaborazione tra Nike e Off-White?
Io sono molto strana, mi piacciono tantissimo i colori accesi. Amo l'arancione, il bianco e il nero. Sono felice che abbiano scelto noi per il lancio di questa collaborazione, perché mi permette di esprimere la mia creatività e la mia voglia di vestirmi in modo particolare. E non c'è brand di streetwear migliore di Off-White con cui lavorare: grazie al suo approccio aperto e inclusivo, Virgil Abloh ha saputo sborghesire la moda, rendendola più democratica. E poi è un designer pazzesco, tutto ciò che tocca diventa oro e il risultato è sempre incredibile.

Ilaria Mauro, 29 anni

Come è nata la tua passione per il calcio? Quanti anni avevi?
Ho iniziato giocando con i bambini del quartiere, avevo sette anni circa. Poi ai 12 anni sono passata alla squadra femminile di Tamaiacco; ho fatto un anno di giovanili e poi mi hanno mandata in seria A. Dopo qualche anno in Germania ho deciso di tornare a giocare in Italia, ed ora eccomi qui.

Cosa serve alle squadre femminili italiane per migliorare?
Innanzitutto, tutti i club dovrebbero avere una squadra femminile. La Fiorentina ha iniziato questo percorso due anni fa, seguita l'anno successivo dalla Juventus. Presto arriveranno quelle del Milan e della Roma, ma per fare pubblicità servono squadre maschili forti. È inutile fingere, ciò di cui abbiamo bisogno in Italia è questo, perchè il calcio qui è maschio.

Hai incontrato pregiudizi o difficoltà in quando donna?
All’inizio sì, perchè ero l’unica femmina in una squadra tutta maschile. I commenti arrivavano spesso e volentieri, ma alla fine della partita si trasformavano magicamente in complimenti.

Qual è il tuo rapporto con la moda?
Non sono come Barbara [ride, NdA], che riesce a vestirsi sempre in modo perfetto. Chiaramente ci provo chiaramente anche io, non è che alle cene eleganti mi presento in tuta, ma diciamo che se devo uscire preferisco un abbigliamento più casual.

Quale sarà il tuo prossimo obiettivo?
Il sogno rimane quello di vincere la Champions. Più in generale, vorrei che prima o poi un club italiano arrivasse sulla vetta d'Europa, ma prima bisognerebbe costruire una squadra adatta a entrare in questa competizione. Lione e tante altre città francesi (e non solo) ci lavorano da anni, ma ci vuole un budget sostanzioso, non basta solo l’impegno.

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Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa Nike