Fotografia di Anais Stupka

Se hai meno di 20 anni e vuoi darti alla fotografia, devi conoscere la storia di Anais

Anais Stupka ha 17 anni, fa la fotografa e, tra le altre cose, ha già vinto un Sony Picture Award.

di Sumaia Saiboub
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16 giugno 2020, 10:23am

Fotografia di Anais Stupka

C’è chi ci mette decenni e poi ce la fa. C’è chi prova per altrettanti anni e poi si arrende. Qualcun altro ci finisce senza neanche sapere come e perché. Ogni artista ha alle spalle la sua personale esperienza, in alcuni casi liscissima in altri tortuosa, e non sempre dipende dal talento in sé, perché ci sono una miriade di fattori collaterali che possono intervenire nei percorsi individuali di ciascuno, nel bene e nel male.

Del resto, la storia dell'artista che, prima del successo, ha dovuto incassare un rifiuto dopo l'altro, facendo una lunga gavetta e subendo continue sconfitte per poter arrivare dov’è oggi è uno dei topos letterari più duri a morire. Il primo che ci viene in mente: Annie Leibovitz, che ha fatto la staff photographer per ben 13 anni prima di farsi notare nel settore. E se queste storie magari ci possono scoraggiare facendoci pensare che succeda a una persona su un milione, non dobbiamo mai dimenticarci che quella persona potremmo proprio essere noi.

Una cosa è certa: non è mai troppo tardi per iniziare a coltivare le proprie passioni e buttarsi nel mondo per vedere che cosa succede. Ma attenzione: non è neanche mai troppo presto. Se anche tu sei una persona creativa e stai provando a emergere nel tuo settore, ma ti senti continuamente dire che non è ancora il tuo turno, vogliamo raccontarti la storia di chi non si è lasciato intimorire da questi limiti, e anzi ne ha fatto la propria forza.

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Lei è Anais Stupka, fotografa under 18 che ha già vinto un Sony Picture Award nel 2016. Ha iniziato a scattare quando era ancora una bambina, perché suo padre è un fotografo e, per forza di cose, di macchine fotografiche in casa ne ha sempre viste girare, ci racconta. “Mi piaceva andare in giro e scattavo foto di quello che mi colpiva di più. Ho passato la maggior parte della mia infanzia in Germania, allora facevo soprattutto street photography.”

Ma la sua passione per fotografia si è concretizzata solo quando si è trasferita a Milano con la sua famiglia, dove ha iniziato a scattare con una frequenza sempre maggiore, pur continuando a vederla come un hobby -- d'altronde è più che normale non pensare minimamente al tuo futuro professionale quando hai 11 anni. E poi è arrivato il momento che ogni artista ricorda come quello in cui viene colpito da un'illuminazione e inizia a vederci chiaro. Per Anais è vincere il Sony Picture Award, a soli 12 anni che le fa capire cosa vuole fare nella propria vita: la fotografa. "Sicuramente, avere dei genitori che in questo senso ti sostengono è fondamentale,” riflette Anais, e infatti a inviare la candidatura per lei era stata proprio la sua mamma.

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Per quanto breve -- anche se è iniziato talmente presto che stiamo comunque già parlando di 5 anni --, il suo è stato un percorso non privo di ostacoli. Nonostante il supporto della famiglia, molti potenziali datori di lavoro hanno visto e continuano a vedere nella sua età anagrafica una complicazione, perché quando hai 17 anni puoi anche aspettare, arriverà il tuo tempo, le dicono. "Non lascio che questi commenti mi fermino o anche solo mi limitino,” ci dice Anais con determinazione. E questa forza la deve anche alle sue esperienze di vita, che le hanno insegnato quanto sia tutto relativo nel modo in cui ci rapportiamo all’età, ma anche alla cultura, all'identità, al genere e alle altre persone in generale.

In poco meno di un decennio Anais ha vissuto in Germania, Italia, Inghilterra, Singapore e Stati Uniti. "Sono molto fortunata ad avere visto e vissuto in così tanti posti. Ho avuto la possibilità di conoscere diverse culture, religioni, stili e modi di pensare, e di conseguenza di mettere tutto in prospettiva e in discussione. La mia arte e le mie foto sono un prodotto di tutte queste diverse esperienze." Proprio come il tema dei suoi ultimi lavori, esito di una riflessione sugli standard di bellezza e in particolare della bellezza nera: “In un posto ero troppo chiara, in altri troppo scura, oppure troppo magra o troppo grassa, troppo alta o troppo bassa. La nostra società continua a considerare le persone sulla base di parametri estetici, secondo dei canoni che determinano cosa è migliore e cosa è peggiore. Io li voglio destrutturare e superare del tutto. Sono interessata al progresso, la perfezione non mi interessa.”

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Un ruolo importante in quest’ottica l'ha giocato proprio il suo stile di vita, che potremmo definire “nomade”: "Se resto in un posto per più di due anni mi annoio terribilmente," ci spiega. "Posti diversi e persone diverse mi stimolano tantissimo. Sono molto fortunata ad avere visto e vissuto in così tanti luoghi." Ed è durante il periodo trascorso a Boston, in Massachusetts, che individua lo stile fotografico più consono alla sua sensibilità artistica: il ritratto, perché secondo Anais ogni viso è in grado di racchiudere e restituire “un misto di culture ed espressioni." Questa fase è anche il frutto di tanta rabbia che sente dentro di lei, e che ci confessa di sfogare attraverso l'arte, trasformandola in forza motrice del suo processo creativo.

Molta ispirazione la trae anche dai fotografi che ammira, come Steve McCurry, che è il suo fotografo preferito. Già da bambina passava le ore a sfogliare i suoi libri e, con tenerezza, ci confida che ha sempre sentito una sorta di connessione con gli scatti del fotografo statunitense, come se parlassero direttamente a lei. Anche il lavoro di Sasha Samsonova è un grande modello per Anais, con la sua luce chiara e le modelle capaci di esprimere una femminilità molto potente. Tra viaggi continui e stimoli eterogenei, una cosa rimane sempre la stessa: la sua inseparabile macchina fotografica, vinta proprio al concorso, una Sony A7 con un obiettivo 55mm.

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È sempre con questa attrezzatura che ha realizzato anche il tuo ultimissimo progetto: una serie di fotografie realizzate a distanza su Facetime. “I primi shooting erano terribili,” ci confessa, “non essendo lì fisicamente per guidare da un punto di vista artistico le modelle, è stato molto difficile. Poi sono migliorata, per fortuna.” Ma Anais sta già pensando al futuro, e a cosa può fare in questo momento difficile. "Ho moltissime idee! Più che altro voglio provare cose nuove, e concentrarmi su progetti di beneficienza." Molti degli scatti realizzati in remoto, infatti, diventeranno dei book che Anais venderà ai modelli che ha scattato, ma non vorrà in cambio dei soldi. Ha chiesto a ognuno di loro di devolvere una cifra a scelta a una associazione no-profit che si occupa di piantare nuovi alberi.

Quindi, se siete giovanissimi e volete darvi alla carriera creativa, sappiate che c'è spazio per tutti, anche per voi, perché "il mondo della fotografia è come una montagna da scalare, ogni talento la rende più alta e contribuisce alla crescita dell'intero settore, perciò non solo c'è spazio, ma c'è bisogno di voi," conclude Anais.

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Crediti

Testo di Sumaia Saiboub
Fotografie di Anais Supka

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