Immagini via @santhelia

Optical, architetture e vecchie stampe: ecco il tattoo artist Alessandro Santhelia

"I miei lavori si basano su fotografie reali, oppure stampe antiche o dipinti che rielaboro e trasformo."

di Giorgia Imbrenda
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27 dicembre 2019, 10:34am

Immagini via @santhelia

Tatuaggini è la rubrica di i-D che vi fa conoscere i nuovi tattoo artist italiani di cui non avete mai sentito parlare. Sono giovani, hanno uno stile unico e stanno riscrivendo le regole della loro industria. Li scegliamo perché rispettano i valori in cui i-D crede e per cui lotta da sempre, che sono tolleranza, diversity e inclusività. Oggi vi presentiamo Alessandro Santhelia in arte @santhelia. Se volete farvi tatuare da lui, questo è il suo account Instagram. Siamo sicuri risponderà ai vostri DM in tempo zero.

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Ciao Alessandro, ci racconti il primo tatuaggio che hai fatto? Quanto eri terrorizzato da 1 a 10 quando hai preso in mano la macchinetta e ti sei reso conto che per la prima volta stavi per tatuare un’altra persona?
Il primo tatuaggio che ho realizzato ha visto come cavia la mia attuale compagna. Il gioco di parole “vorrei un diamante per sempre” le si è ritorto contro, complice il supporto di un amico e tanta incoscienza. Durante il tatuaggio non ho percepito bene cosa stesse accadendo, pensavo solo a seguire le fini linee dello stencil del diamante, della grandezza di forse un paio di centimetri. Il risultato è stato pessimo, ma ho un ricordo positivo di quella prima avventura, potrei quantificare il mio terrore con un 5.

Come descriveresti il tuo stile di tatuaggio?
Non riesco a definire con un nome l'insieme di elementi che costituiscono i miei tatuaggi, sono molteplici stili o tecniche che assemblo, compongo e spesso sperimento. Forse Optical è l'espressione che meglio funziona, perché utilizzo numerosi riferimenti e tecniche di quella tipologia di arte.

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Ho letto che hai avuto un passato da architetto; come sei diventato tatuatore? C’è un nesso tra le due attività?
Affronto i miei tattoo come se fossero dei progetti di architettura. Ci sono numerose analogie con il mondo della progettazione: i limiti del corpo umano possono essere simili a quelli che lo spazio impone quando si affronta un progetto. Ho lavorato a lungo come tecnico progettista specializzato nella normativa igenico-sanitaria degli studi di tattoo, quindi ho alle spalle circa dieci anni di “gavetta” da architetto. È stato proprio durante una di queste occasioni lavorative che mi è stata data la possibilità di tatuare e poi diventare apprendista, anche se eseguivo i miei lavori grafici già da anni su muri e arredi.

Qual è il tatuaggio più assurdo che hai fatto da quando sei tatuatore?
Una piccola vagina dal diametro di un centimetro circa sul braccio di un collega.

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Hai mai detto di no alle richieste dei tuoi clienti? Se è successo, per quale motivo?
Capita spesso di dover declinare le richieste dei clienti, alcune volte il motivo è perché desiderano tatuaggi su parti del corpo molto esposte, come volto o mani, e non hanno una storia pregressa che giustifichi una piena comprensione di un tatuaggio del genere, oppure perché sono troppo giovani per capire cosa significhi un tatuaggio in queste zone. In altre occasioni il motivo riguarda le tematiche: se sono davvero discordanti da quelle che propongo, ritengo che il progetto non potrà venire bene. Declinare un lavoro è un gesto di onestà verso il cliente, perché i presupposti non ti permetteranno di dare il tuo meglio, anche se solitamente viene inteso in senso opposto.

Come mai hai deciso di non fare uso del colore e tatuare principalmente in bianco e nero?
Utilizzo prevalentemente il colore nero, ma saltuariamente accosto il colore, solo uno alla volta, per accentuarne alcuni dettagli. Gli elementi in colore sono sempre marginali e mai i soggetti principali. Non vi sono motivi precisi, credo che sia stata una scelta dettata solo dal mio gusto estetico. Nessuno mi negherà in futuro di cambiare idea e iniziare a utilizzare il colore in modo costante.

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I tuoi disegni rappresentano spesso volti, noto l’influenza dell’arte optical ma anche dei graffiti; da dove hai tratto queste influenze?
I miei lavori si basano su fotografie reali, oppure stampe antiche o dipinti che rielaboro e trasformo. Queste influenze sono parte del mio retaggio culturale e di studio, che cerco sempre di ampliare.

Il tuo rapporto con i social? Quanto e come influiscono sul tuo lavoro?
I social mi hanno dato visibilità e mi hanno permesso di farmi conoscere a un pubblico vasto, quindi per me sono stati una sorta di trampolino. Li uso quasi quotidianamente, anche se ho imparato a considerarli una vetrina lavorativa e non uno svago in cui tuffarmi quando ho qualche minuto libero. Come in tutti i lavori, ci sono differenti metodi per divulgare i propri progetti, e nel mondo del tatuaggio il più rapido ed efficace al momento è Instagram, quindi cerco di sfruttarlo al meglio.

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Il miglior studio di tatuaggi in Italia oggi?
Lo studio migliore è quello dove crei un legame con i suoi componenti e ti senti a casa, non un estraneo. In questi anni ho girato molto come guest e sono stato molto fortunato, perché ho trovato pochissimi studi in cui non mi sono sentito a casa. Ogni studio mi offre qualcosa di diverso; ecco perché non riesco a individuarne uno che sia migliore da altri.

Chiudiamo con una domanda personale: qual è il tatuaggio che hai fatto a cui sei più legato in assoluto?
È un volto di vergine piangente che ho effettuato sul petto di un cliente. Sono molto affezionato a questo lavoro. In quel periodo avevo molti dubbi rispetto a ciò che stavo facendo stilisticamente e quel tatuaggio mi ha confermato che la strada che stavo imboccando era quella giusta. È stata la conferma che cercavo, quindi lo reputo un portafortuna.

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Ecco un altro tatuatore che abbiamo intervistato di recente, Alessandro Capozzi:

Crediti

Intervista di Giorgia Imbrenda
Tutte le immagini via @santhelia

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