"Penso al set e mi viene da vomitare"—Robert Eggers sull'horror più allucinante del 2020

Finalmente è arrivato anche in Italia, quindi quale momento migliore per leggersi questa intervista al regista di "The Lighthouse"?

di Douglas Greenwood
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22 giugno 2020, 9:56am

Ogni tanto arriva un film così potente da entrare immediatamente nel Pantheon dei classici del genere. The Lighthouse è uno di questi. L'ultimo film del regista di The Witch, Robert Eggers, è un agghiacciante horror psicologico che pesca a piene mani dai canoni tradizionali del genere, rivisitandoli con un taglio unico e originale.

Il film dimostra tutto il suo potenziale già a partire dalla trama. Il guardiano di un faro e il suo nuovo assistente, interpretati rispettivamente da Willem Dafoe e Robert Pattinson, arrivano su una tempestosa costa di rocce del New England nel XIX secolo. È lì che trascorrono insieme la stagione più rigida e ventosa dell'anno, costretti a stare rinchiusi nella struttura fallica del faro locale ed entrando in un loop di psicosi e deliri. E se questo non vi sembra già abbastanza inquietante, ci sono anche delle sexy e mostruose sirene e alcuni gabbiani stalker ad alimentare questa situazione a dir poco sinistra.

L'immaginario del film aveva già da tempo preso forma nelle menti di Robert e di suo fratello Max, che hanno co-scritto la sceneggiatura, ed era nato dall'idea di voler raccontare una "Storia di fantasmi ambientata in un faro." Il film ha cambiato forma dall'idea iniziale, ma l'estetica compatta e potente che avevano delineato è rimasta intatta: è girato in 35 mm e bianco e nero, in modo da sembrare un footage di stock un po' rovinato dal tempo. Ed è questo impianto visivo che ha fatto ottenere al direttore della fotografia del film, Jarin Blaschke, una nomination agli Oscar.

The Lighthouse ha debuttato a Cannes nel 2019, con tanto di standing ovation e critiche super positive, per poi farsi strada al Toronto Film Festival, dove è stato accolto con lo stesso calore ed entusiasmo. Successivamente, Robert Eggers si è spostato a Londra per la première inglese. Distrutto dal jet lag e dopo una lunga giornata con la stampa, la sua stanchezza era palpabile durante le ultime interviste, ma ha comunque trovato le forze per raccontarci com'è avvenuto il processo di creazione di questo suo capolavoro horror, di come sia riuscito a definire quell'atmosfera straziante e del ruolo che sente di aver avuto nella rinascita cinematografica di Robert Pattinson.

Da quel giorno sono passati alcuni mesi, ma a causa della pandemia da Covid-19 l'uscita in Italia di The Lighthouse è stata rimandata più volte. Ora è finalmente disponibile per la visione sulla piattaforma di streaming CHILI, quindi quale miglior momento per pubblicare un'intervista al regista di questo film, Robert Eggers?

È stata una giostra di interviste, vero? Ti piace ancora parlare del film?
No. Sono contento e mi sento privilegiato del fatto che a molti interessi il mio film, quindi so che il mio ruolo è importante nel parlare con la stampa. Però non mi fa piacere, questo no.

Credi che sia necessario che un regista analizzi nel profondo il proprio lavoro?
È importante perché penso... Insomma, senti. [Alcuni secondi di silenzio palpabile, NdI] Non mi interessa molto leggere di come i registi spieghino nel dettaglio il proprio lavoro. Preferisco guardare il film e farne esperienza nella mia maniera, e trarre io stesso le conclusioni del lavoro. Non credo sia necessario, ma il mondo la pensa così. Quindi okay, sono qui e parteciperò con tutto me stesso senza venire meno ai miei valori.

Credo che sia interessante ascoltare i registi rispetto alla propria pratica, lo trovo molto d'aiuto, e lo adoro. Ma d'altra parte credo di aver già letto abbastanza interviste di Bergman, di Tarkovsky e di molti altri miei eroi in cui parlavano di drammaturgia. Io sono un filmmaker e non un membro dell'audience.

E sei cosciente del fatto che esiste una generazione di giovani filmmaker che sono interessati a sapere come procedi tu, nella tua pratica?
Sì, assolutamente.

Robert Pattinson in Robert Eggers' The Lighthouse A24 2019

Ero alla proiezione al Toronto Film Festival, e un ragazzino si è alzato dalla sedia alla fine del film dicendo che questo film è un vero e proprio capolavoro. Era quella la tua intenzione?
Insomma, ovviamente fa molto piacere. Posso accettare un complimento, ma certamente non avevo idea di come questo film sarebbe stato recepito dal pubblico, ed ero terrorizzato a Cannes. Alla gente è piaciuto The Witch. E pensavo che anche The Lighthouse fosse abbastanza bello da ricevere un po' di distribuzione: mi aspettavo che sarebbe andato subito on demand, un weekend a New York e in qualche cinema di Los Angeles e poi addio. Speravo che avrebbe smosso qualcosa, e che qualcun altro mi avrebbe chiesto poi di fare un altro film dopo quello. Invece è stato un successo, e mi ha cambiato la vita.

Quattro anni tra un debutto e un capolavoro non è certamente molto. Ma in un momento in cui i filmmaker sono abituati a produrre un film ogni anno o due, quanto tempo c'è voluto per riprendere a lavorare dopo The Witch?
Non ho perso tempo. Stavo già lavorando a un altro progetto anche mentre ero al Sundance [con "The Witch", NdI]. Il fatto è che il destino segue strani percorsi in questo tipo di industria. Ho sempre lavorato senza sosta, ogni fo***to giorno per cinque anni dopo la première di The Witch. Anche ora sono in fase di preparazione per un nuovo progetto, che mi sta consumando ogni energia, ma finché sarò sul set a dire "Azione!", non so quale sarà davvero il mio prossimo progetto. Forse passeranno altri cinque anni prima di riuscire a realizzare il prossimo film, prima dovrò concludere tutti gli altri progetti. Chissà.

Robert Pattinson and Willem Dafoe in the lighthouse 2019 2020 cinematography

Hai adottato un approccio purista per questo film. Mi chiedo quanto fossero vivide le immagini nella tua mente prima di realizzarlo e quanto le inquadrature finali abbiano rispecchiato quelle che avevi immaginato.
L'atmosfera è sempre la mia priorità in un film. Le forme, le sensazioni, gli odori, la texture. Il bianco e nero e la pellicola da 35 mm erano una certezza fin da subito, dal momento in cui lo chiamavamo "Una storia di fantasmi ambientata in un faro". Sono molto più fiero di questo film che di The Witch perché è stato molto più coerente con le mie idee iniziali.

Girare il film è stato un processo molto arduo a causa del clima. Le intemperie sono state per voi una benedizione al fine della resa del film?
Sono state più di una benedizione – erano una necessità. Non puoi girare questo film in altro modo. Abbiamo scelto la location di Cape Forchu, sulla punta meridionale della Nuova Scozia, proprio perché sapevamo che il clima ci avrebbe distrutto ogni giorno. Era ciò che volevamo, e abbiamo dovuto farlo.

Robert Pattinson ha dichiarato, prima di girare questo film, che era interessato a partecipare solo a progetti assurdi. Sei lusingato da questa affermazione?
Sì! Ovviamente, sono lusingato. Ho capito che Rob era interessato a questo film quando l'ho conosciuto a Los Angeles e ne è rimasto davvero intrigato, il che mi ha fatto molto piacere.

Ti eri già prefigurato il modo in cui Pattinson avrebbe recitato nel film?
Non avevo mai guardato la saga di Twilight prima di un paio d'anni fa, ed è assolutamente orribile. Ma lui mi è sempre piaciuto e ho sempre pensato che fosse un tipo interessante. Ha qualcosa di misterioso, e c'era qualcosa di misterioso anche nel personaggio del film. Con gli anni l'ho visto diventare un attore incredibile, così l'ho contattato un film più convenzionale e l'ha rifiutato, anche se è rimasta l'intenzione di laborare a qualcosa insieme, prima o poi. Dopo ho guardato The Lost City of Z e Good Time, e mi sono convinto del tutto -- non che non lo fossi già, ma lui in quei film è proprio incredibile.

Si sono create dei momenti di tensione sul set? Dev'essere stato un ambiente incredibilmente ostile per girare un film.
Pensavo che tutti sarebbero arrivati alla fine del film tenendosi per mano e sentendosi migliori amici, perché è andata così con The Witch. Il clima sul set di The Lighthouse non era gioviale, ma non era nemmeno teso... Rob e Willem non sono mai entrati in contrasto, ma non avevano nemmeno molta voglia di scherzare. Ogni tanto capitava di farsi una risata, ma generalmente eravamo tutti estremamente concentrati.

È stato un sollievo quando avete finito di girare?
Sì. Mentre si parla con la stampa si rischia di riscrivere la storia, deformando la narrazione, e ho davvero molti bei ricordi di quei giorni. Ma ricordo anche che quando abbiamo finito, l'idea di girare ancora quelle scene mi faceva venire la nausea. Mi si contorceva lo stomaco a pensare a quanto è stato stressante e difficile.

Hai fatto un diario di questo film. C'è una linearità tra quello che hai scritto e l'opera?
In parte, ma non troppa. Quando realizzi un film fai un grande casino, e poi, una volta che hai finito, dai fuoco a tutto.

Se avessi l'opportunità, faresti tutto di nuovo?
Sì. E non cambierei assolutamente nulla, anche quelle cose che mi fanno venire da vomitare. Perché si impara dalle situazioni difficili e dagli errori.

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E finché non potremo tornare al cinema, sarà proprio così:

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