Alle radici del cybersex con Helena Velena: le mutazioni della sessualità virtuale tra tecnologia e femminismo

Helena Venena ha concepito l'interazione umano-macchina molto prima dell'arrivo di "Titane", così, l'abbiamo incontrata per parlare dell'invenzione della tuta per il cybersex, del sex working online e della capitalizzazione della cultura e del corpo.

di Camilla Rocca
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20 ottobre 2021, 1:37pm

i-Dentità Ribelli è la rubrica di i-D Italy in cui scaviamo nei meandri dell’archivio Ragazzi di Strada per indagare le sottoculture e gli stili giovanili che hanno preso forma in Italia tra gli anni Cinquanta e i primi Duemila.

Attraverso materiale visivo, footage, interviste e aneddoti, l’obiettivo è quello di raccontare come diverse generazioni di giovani italiani hanno saputo cogliere, interpretare e fare proprie le sottoculture e le scene musicali e stilistiche provenienti dall’estero.

In questo quarto episodio della rubrica andiamo a indagare la nascita e l’evoluzione dei cybersex in Italia.


“Ma che caz*o è sta roba? Non si sente niente! È una sola!” grida una donna ricoperta di cavi e fasce dal palco della fiera Erotica. Siamo a Bologna, nel 1994, e quella a urlare era Milly D’Abbraccio, scagliandosi contro i primi barlumi del cybersex in Italia. Dal ’94 a oggi, il settore ha cambiato radicalmente forma e mezzi, creando accesi dibattiti all’interno del discorso pubblico, acuiti dall’avvento dei new media e dello sviluppo pervasivo della cultura dell’immagine, che ha ridefinito il ruolo del pubblico: non più spettatore passivo ma prosumer, soggetto che consuma contenuti e allo stesso tempo ne produce di nuovi, altri.

La capitalizzazione dell’immagine resa possibile e incentivata da piattaforme come Instagram, TikTok e OnlyFans—per citare le più utilizzate oggi—ha suscitato diverse ramificazioni di pensiero sulle dinamiche relative alla mercificazione dei corpi che si definiscono femminili, sollevando un dibattito complesso che potremmo semplificare con una polarizzazione: emancipazione della donna contemporanea o fallimento delle lotte femministe passate?

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A questo proposito, si esprime anche Elisa Cuter nel suo saggio Ripartire dal Desiderio: “In un contesto in cui bisogna vendersi, le donne sembrano decisamente più adatte, proprio perché la Storia le ha sempre abituate a farlo. Inoltre, ci sono anche altri aspetti che rendono il femminile, come concetto creato dalla separazione del lavoro, più adatto alla terziarizzazione e alla rivoluzione digitale.”

Una questione strettamente legata al cybersex, di cui Helena Velena è considerata la pioniera in Italia. Nata a Bologna in un corpo maschile, diventa nota nella scena punk e no-wave bolognese degli anni ‘80 col nome di Jumpy Velena, fondando prima l’iconica band RAF Punk e poi l’etichetta Attack Punk Records. Verso la fine del decennio, Jimpy diventa Helena e inizia il percorso di transizione, mentre si avvia verso una serie di studi teorici e pratici sul tema del cybersex. Proprio in quegli anni, fonda la Cybercore, un’azienda che realizza banche dati e messaggerie per il neonato Videotel rivolte nello specifico al target delle “minoranze sessuali”. 

Nel 1994 Helena partecipa alla fiera Erotica con uno strumento rivoluzionario, che diventa la principale attrazione dell’edizione di quell’anno: la tuta per il cybersex. “All’epoca era inconcepibile fare interagire un device con la rete Internet, era una novità pazzesca. Per realizzarlo, andammo ad Amburgo a conoscere due ingegneri, amici di amici, che stavano lavorando su quello che sarebbe poi diventato ‘l’Internet delle cose’, ovvero l’Internet che fa interagire i device via wireless. Quando arrivai là, scoprii che Stahl, uno dei due, era appassionato di BDSM e fetish, così gli proposi di lavorare sull’ipotesi di fare interagire dei sex toy. C’era però un problema: questa tuta necessitava di una vera e propria performance per farne comprendere l’utilizzo,” racconta Helena.

“Così proposi di chiamare Milly D’Abbraccio; tra tutte le porno-dive dell’epoca, era quella che aveva l’aria un po’ particolare e cyber: era alta quasi due metri e aveva i capelli corti. Poi, però, scegliemmo un altro ragazzo, uno studente di informatica molto competente, che comprese subito il potenziale rivoluzionario del device. Non fu lo stesso per Milly D’Abbraccio, che all’epoca era occupata con altri suoi lavori e dedicò poca attenzione allo sviluppo della performance,” continua Helena.

Milly DAbbraccio con laTuta Cybersex
Milly D'Abbraccio, Fotografia di Luciano Nadalini, l’Unità (8 maggio 1994)

“Il primo giorno, durante la performance con la tuta per il cyber sex, Milly d’Abbraccio non appena la indossa esclama: ‘Ma che cazz* è sta roba?’ Non aveva capito che il device attivava un vibratore e delle fasce vibranti che stimolavano determinati punti del corpo. La logica dietro alla tuta era la possibilità di avere un contatto fisico con una persona lontana attraverso l’Internet e i device connessi tramite la rete.”

“Cybersex è l’utilizzo della tecnologia per migliorare le esperienze irl. Il concetto di virtualizzazione, invece, nasce da una paura del reale, che produce il simulacro, cioè un falso di cui non esiste più alcun originale. Noi oggi viviamo così: la maggioranza delle persone che stanno sui social network adesso sono dei simulacri.”—Helena Velena

“Per questo,” continua Helena, “nasce l’ esigenza di utilizzare i social network o addirittura piattaforme come OnlyFans per il sesso, perché anche il rapporto deve rimanere completamente virtuale.”

polaroid helena venena di camilla rocca

Nato come sito per monetizzare sulla creazione dei contenuti, OnlyFans è ad oggi la piattaforma più conosciuta e utilizzata per la divulgazione e la fruizione virtuale di contenuti pornografici amatoriali (e non). Durante la pandemia, inoltre, il sito ha visto una crescita esponenziale per quanto riguarda sia utenti che creator, ed è utilizzato principalmente da sex worker, celebrità che se ne servono per creare hype, utenti amatoriali che sperimentano con la nudità e l’espressione del corpo. “OnlyFans è un sistema di monetizzazione come altri, se ti iscrivi devi dedicarci del tempo, come se fosse un qualsiasi altro lavoro. Oltretutto, il proprietario mi spiegava che gli utenti che vendono sono uomini, mentre se sei donna è molto difficile, perché c’è tanta competizione e devi posizionarti all’interno di nicchie specifiche.”

Piattaforme e social media come OnlyFans si propongono ora come i nuovi spazi (virtuali) in cui prende forma e si alimentano i movimenti controculturali di oggi, passando da strade, TAZ e centri sociali alla rete, all’attivismo social, ai magazine, cluster, blog alle realtà non profit. Ma si tratta di in un’area culturale e controculturale grigia, ancora indefinita e non normata, il cui comune denominatore è quello di isistere sul “women empowerment”, senza tuttavia riuscire a proporre una posizione ideologica radicale o una nuova politica femminista.

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“La mancanza di controcultura nella contemporaneità ha reso la sessualità una merce. Le nuove donne dell’empowerment femminile—che si dicono femministe anche loro, in quanto aiutano le donne ad avere successo—propongono il potere del corpo, ovvero della merce-corpo,” afferma Helena. Il programma del femminismo 4.0, secondo lei, consiste principalmente nel prendere coscienza del proprio corpo e di utilizzarlo come strumento di emancipazione. Un concetto che, però, secondo Helena, rischia di scontrarsi con la realtà dei fatti, rendendo l’emancipazione non più un percorso di crescita personale e (contro)culturale, ma l’ennesimo sistema di capitalizzazione. Come spiega Helena, “il capitalismo si basa sul concetto di investire una somma di denaro su qualcosa che produce profitto. Il capitalismo pulviscolare, invece, si basa su un capitale formato da innumerevoli granelli, ognuno dei quali è un piccolo imprenditore. OnlyFans fa parte di questo sistema, fondato su un capitale umano di tanti utenti diversi, che passano tutti attraverso la monetizzazione.”

“La controcultura, invece, si è sempre basata sul concetto di produrre contenuti e basta,” continua Helena, “perché quello che interessa davvero è l’atto di produrre e non il ritorno economico. Penso, ad esempio, al social Clubhouse, che è stato creato utilizzando un mega database di coach, ovvero di persone che ti aiutano ad avere successo, ad avere autostima… In pratica, siamo passati dal manuale di auto-aiuto alla creazione della figura dell'‘aiutatore professionista’, che ti insegna come aumentare i follower su Instagram, ma anche come credere in te. Insomma, venditori di felicità senza alcun compratore, e sono quasi tutte donne, col seno in evidenza, oppure nude col giubbotto di pelle che ti spiegano come aumentare la fiducia in te stessa tramite la liberazione del corpo.”

helena con indosso il cybersuit

Le femministe della generazione precedente, che si sono battute per la parità di genere e l’anti-violenza (leggi: #MeToo), hanno lottato per anni contro la mercificazione del corpo femminile, quello stesso corpo che ora viene usato dalle femministe 4.0 per emanciparsi. “Ci troviamo davanti a due visioni opposte del femminismo: da una parte, l’empowerment femminile attraverso il corpo e la ‘mercificazione’ di sé; dall’altra il movimento Me Too, con le ‘vecchie femministe’ che sostengono che ‘la violenza è degli uomini e non bisogna vendersi ai loro sguardi’,” afferma Helena, definendo queste ultime “vetero-femministe” “perlopiù TERF: nel momento in cui si sono rese conto di avere fallito nel loro immaginario e nella loro narrazione, hanno trovato un nemico più facile—le donne transgender.”

“Stavo ascoltando un programma di studenti su Radio Onda Rossa e una ragazza che si occupa di parlare di femminismo nelle scuole spiegava che le piacerebbe sentire più maschi definirsi femministi, allora ho chiamato in radio per intervenire. In risposta, uno dei ragazzi si è definito ‘un compagno anticapitalista-leninista-marxista’. Ma quello che ha espresso non è la sua posizione ideologica, è il fatto di non avere una narrativa propria e di doverne utilizzare una vecchia. Questo è il vero problema oggi,” conclude Helena.

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Crediti

Testo: Camilla Rocca e Lorenzo Ottone
Fotografie: Camilla Rocca, Luciano Nadalini

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