Da sinistra a destra: Janibell, 2019; Massima, 2016; John, 2020; Aheem, 2020, Tutte le fotografie di Marie Tomanova

Il sogno americano esiste ancora, lo dimostra "New York New York" di Marie Tomanova

In esclusiva, il nuovo progetto della fotografa ceca. Un viaggio tra le comunità underground newyorkesi che non hanno intenzione di rinunciare ai propri sogni.

di Marco Frattaruolo
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09 luglio 2021, 11:48am

Da sinistra a destra: Janibell, 2019; Massima, 2016; John, 2020; Aheem, 2020, Tutte le fotografie di Marie Tomanova

La storia di Marie Tomanova sembra uscire dal copione di un film mumblecore ambientato a New York che tanto andava qualche anno fa. Cresciuta in una fattoria della Cecoslovacchia, a venticinque anni (siamo nel 2011) si mette uno zaino sulle spalle e parte alla volta degli Stati Uniti. Prima il North Carolina, dove lavora da ragazza alla pari, e poi New York.

Qui, è facile immaginarla persa tra le strade della grande metropoli, sola e curiosa. È lì dove conosce il critico e studioso d’arte Thomas Beachdel, che la introduce nel mondo dei prestigiosi musei newyorkesi. E tra le stanze del Guggenheim incontra le opere di Francesca Woodman, rimanendo estasiata dalle sue composizioni e dalla potenza dei suoi nudi.

Per le strade di New York Marie comincia a fotografare persone nelle quali, come lei stessa ammette, si rispecchia. Sono per lo più giovani che fanno parte delle comunità che stanno ai margini (black, asian, latinos, queer), che rivendicano i propri spazi e che, affascinati da Marie, decidono di posare per lei. Marie ne ritrae da vicino i dettagli, gli sguardi e la prima collezione di questi ritratti costituisce il suo libro di debutto, Young American, che viene presentato dalla casa editrice Paradigm come “quell'idea di America ancora piena di sogni e possibilità, speranze e libertà.”

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Kate (Mirror), 2019, foto di Marie Tomanova

Nelle sue fotografie è possibile cogliere tracce di Nan Goldin, Corinne Day, Richard Kern e Ryan McGineley. È proprio quest'ultimo a curare l'introduzione di Young American, elogiandone la capacità nello scovare la bellezza nelle cose insolite.

Sono gli anni del #metoo, delle proteste del movimento Black Lives Matter, della tetra presidenza Trump e della “era pandemica” a segnare il contesto delle nuove opere di Marie, che proprio in questi giorni, ospite del festival di fotografia francese Rencontres d'Arles, si appresta a presentare il suo ultimo lavoro New York New York, il libro fotografico la cui introduzione questa volta è affidata Kim Gordon, che celebra la nuova opera di Tomanova ricordando quello che per lei è stata New York negli anni ‘80 e ‘90.

Cogliendo l'occasione del suo viaggio in Europa per la presentazione di New York New York, abbiamo contattato Marie mentre era in viaggio da Parigi ad Arles per parlare dei suoi lavori, di come le comunità l'abbiano aiutata ad affrontare il suo strappo con il passato e se, nonostante tutto, ha ancora senso parlare dell’American Dream.

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Hannah, 2019, foto di Marie Tomanova

Ciao Marie! Nei prossimi giorni presenterai il tuo nuovo libro New York New York. Come ti senti a riguardo?
Ho visto solo ieri il libro per la prima volta. Potrebbe essere un po’ troppo semplice come commento ma: lo adoro! È pieno di persone speciali e sono felice del fatto che il progetto sia concluso e che posso tenere tra le mie mani il risultato finale.

Ci racconti come e quando hai iniziato a fotografare? Quale processo—artistico, ma anche personale—ti ha portato fino a qui?
Sono nata e cresciuta a Mikulov, in Repubblica Ceca, agli inizi della decaduta del comunismo. Ero molto timida e passavo la maggior parte del mio tempo libero lavorando nei campi con la mia famiglia. La mia infanzia è stata scandita dal lavoro nei campi. Desideravo avventure, ed ero pronta a scappare dalla routine delle piccole città. Appena mi è stato possibile, sono fuggita seguendo le mie passioni, dipingere e disegnare, e ho iniziato a studiare arte all’Università, spostandomi in una città più grande. Lì, la maggior parte dei professori erano uomini, e dovevo costantemente fare i conti con atti di misoginia e sessismo. Non riuscivo a vedere una carriera per me come artista donna in Repubblica Ceca. Così, dopo aver terminato il Master, ho rinunciato alla pittura e sono partita per gli Stati Uniti.

Inizialmente, mi sono dedicata alla scrittura di diari. Poi un giorno mi sono imbattuta nella mostra di Francesca Woodman al Guggenheim Museum nel 2012, che includeva i suoi lavori e i suoi diari, e sono rimasta folgorata. Mi sono iscritta ai corsi serali della School of Visual Arts ed è lì che è iniziato il mio amore per la fotografia. I miei primi lavori sono stati profondamente ispirati da Woodman, incentrati sull'autoritratto e sull'identità, mentre cercavo di trovare il mio posto nel mondo dell’arte.

Ci sono voluti un paio d'anni prima che fossi abbastanza sicura di me per fotografare degli estranei. Ma una volta passata dagli autoritratti ai ritratti, ho scoperto la vera bellezza della fotografia. È diventato uno strumento per incontrare persone, un modo per affrontare questioni d'identità, quella degli altri e la mia. Nei volti delle persone ho visto me stessa e quello che volevo fosse davvero l'America. Il lavoro ha poi preso forma in Young American, una pietra miliare della mia vita. Per me, immigrata dell'Europa dell'Est, che non conosceva una sola persona quando è arrivata a New York, è stato un momento prezioso.

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Gracie, 2020, foto di Marie Tomanova

Tempo fa, avevi parlato con i nostri colleghi di i-D del tuo progetto Young Americans. Il tuo nuovo lavoro sembra ripartire proprio da lì. Quali sono le somiglianze e divergenze tra i due progetti a livello di temi e output finale?
Penso sia un’evoluzione di Young American. Ma penso anche che ci siano delle differenze sostanziali. Con New York New York mi sento più a mio agio, mi sento più come se appartenessi a quei luoghi. New York New York è un paesaggio nel senso espanso del termine e al contempo è anche un ritratto.

In New York New York emerge un maggiore distacco tra il tuo sguardo e i soggetti rispetto a Young Americans, nel quale, invece, si percepiva una forte immedesimazione. Come mai? E con quale fine?
Non penso di aver consapevolmente pianificato queste differenze. New York New York volevo che unisse l’idea di paesaggio a quella di ritratto. Si tratta davvero di un paesaggio di persone. La tua domanda è davvero fantastica, ed è uno dei punti di cui parla lo storico d’arte Thomas Beachdel nella sua prefazione al libro.

In altre tue opere come Self-portraiture e It was once my universe ti esponi in prima persona. Ti senti a tuo agio nel farlo? Cosa cambia rispetto a quando ritrai altri soggetti?
All’epoca non mi sembrava di espormi troppo, ma quando riguardo quelle foto ora, penso che ci sia troppo nudo. E non perché quello mi metta a disagio, ma perché ho cominciato a sentire che il nudo non mi rappresenta più davvero. Sono cambiata, mi sono allontanata dall’autoritrattistica negli ultimi anni, anche se sto editando quegli scatti per un nuovo libro che verrà pubblicato quest’anno, che include il lavoro di una dozzina di artisti. Per me, gli autoritratti parlavano di una connessione con la natura e una connessione con il mio passato, la mia infanzia. Mentre gli scatti di New York erano un cercarmi nel paesaggio della città. Quando scatto foto di altre persone, si innesca una comunicazione. Si tratta di onestà.

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Nicky, 2016, foto di Marie Tomanova

Che rapporto instauri con le persone che fotografi? Come le scegli e ci entri in contatto? C'è qualche aspetto emotivo, psicologico o estetico in particolare che cerchi?
Amo le persone e amo entrare in contatto con le persone. Cerco sempre una connessione onesta, e voglio che siano se stesse e che io sia me stessa. Tutto il mio lavoro fondamentalmente parla di questo: di persone con cui sento di potermi identificare e che possono identificarsi con me.

Nel tuo libro di debutto, l'introduzione era firmata da Ryan McGinley, mentre in New York New York da Kim Gordon. Come sono nate queste collaborazioni? E cosa ha significato per te entrare in contatto con loro?
Ryan McGinley è stato di grande aiuto e ha scritto l'introduzione per il libro Young American. Ryan è venuto a vedere la mostra e siamo rimasti seduti insieme per ore a guardare e discutere il mio lavoro. È stato stupefacente. Ero una ragazza di una piccola città dell'ex blocco sovietico, seduta a discutere del mio lavoro con uno dei miei eroi. E questo quando nel mio paese d’origine nessuno mi sosteneva in quanto donna. Ho finalmente capito di avere del potenziale ed è stato fondamentale.

Io e Kim abbiamo lavorato insieme a un servizio fotografico per Suited nell'agosto del 2019—ero così entusiasta di incontrarla! Sono rimasta senza parole dalla sua personalità, da quanto si senta a suo agio nella propria pelle. Quando ho letto la sua prefazione, sono rimasta davvero sbalordita perché parla dell’arrivare a New York e mi ci identifico molto. E quello è il senso di New York New York: diventare i tuoi sogni. E il luogo è importante per riuscirci. New York è così lontana da Mikulov, ma sono riuscita a raggiungerla, così come è stato per Kim e per Ryan, e per così tante persone del mio libro. Stiamo vivendo i nostri sogni. New York è libertà.

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Ashley, 2019, foto di Marie Tomanova

Uno dei temi centrali delle tue fotografie è il senso di comunità, cosa ha significato per te, in particolare nella tua esperienza newyorkese, queste forme di appartenenza e identità?
La comunità, il senso di appartenenza e l'accettazione dell'identità significano tanto per me e sono l'essenza del mio lavoro. Sono così stanca dell'intolleranza. Il mio lavoro parla dell'essere quello che sei e dell'essere accettato per quello che sei.

Ti sei trasferita dalla Repubblica Ceca negli States, com'è stato abituarti alla cultura occidentale proveniente da una società post-sovietica?
Ovviamente, qualsiasi tipo di cambiamento come questo è difficile. Ma quello di cui mi sono meravigliata è che c'è così tanto in Occidente. E c'è ancora un'enorme differenza tra il vecchio blocco sovietico e la cultura occidentale. La gente si dimentica com’era la vita là, quella mentalità chiusa. Vivevo in una città al confine con l'Austria e non potevo andarci. Potevo vedere l'Occidente, ma non raggiungerlo. Eravamo occupati. E questi ricordi non se ne vanno e basta, si infiltrano e influenzano chi sei.

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Makenna e Doe, foto di Marie Tomanova

Poi sei tornata in Repubblica Ceca. Ti va di parlarci del perché di questa scelta, di com’è stata e di quali sono state le tue prime reazioni e i tuoi primi pensieri quando sei tornata a casa?
Sono tornata in Repubblica Ceca dopo 8 anni di esilio, perché finalmente mi era stato concesso. Volevo andare a casa, volevo vedere la mia famiglia. 8 anni sono tanti. È stato un processo emotivo. Sono stata sopraffatta per tutte le due settimane e mezzo che ho trascorso a casa durante il Natale del 2018. È stato prezioso per me vedere le cose più ordinarie attraverso i miei occhi e catturarle per sempre sulla pellicola. Come guardare il tramonto sul nostro giardino, attraversare il cancello della nostra proprietà dopo aver visto i miei amici nel bar locale, come facevo sempre. È stato magico e spaventoso. Vedere le stesse identiche persone sedute sulla stessa identica sedia del bar di 10 anni fa.

Mi sono innamorata della vita frenetica e in continua evoluzione di New York, dove nulla rimane uguale a lungo. Quindi, quando stavo editando le fotografie poche settimane dopo essere tornata a New York, è stato piuttosto emozionante, perché i due luoghi che considero casa non potrebbero essere più diversi. E questo è ciò che le immagini di It Was Once My Universe significavano, e significano ancora. Poi, nel tempo, ho notato che i miei sentimenti hanno iniziato a spostarsi verso il desiderio di casa, la nostalgia e la tenerezza.

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Fernanda, 2019, foto di Marie Tomanova

Ci racconti anche del progetto che ne è scaturito, It Was Once My Universe?
It Was Once My Universe è un progetto profondamente personale sul mio ritorno a casa nella Repubblica Ceca. Durante il mio esilio di 8 anni, ho rivissuto e idealizzato casa nella mia testa quindi quando sono tornata a Mikulov ero impreparata al conflitto che poi avrei vissuto. Mi sentivo come un alieno in casa mia. Quella è casa, ma ora lo è anche l'America. Questo lavoro parla di questo disorientamento. Il timbro della data nelle foto è importante perché sottolinea un momento preciso. Eppure c'è qualcosa di molto strano, mentre tornavo a casa, la telecamera era ancora impostata sul fuso orario di New York. Le immagini ingannano in modo sottile ma potente, come la nostalgia, come il ricordo, come un sogno. Mostrano sia la specificità di un momento, ma anche la flessibilità del tempo e dello spazio.

Dopo quest'ultimo decennio complicato, tra Trump, abusi della polizia, discriminazioni, Covid-19, pensi che gli Stati Uniti siano ancora quel luogo dove tutto è possibile?
Sì, assolutamente. Molti media, i-D compreso, hanno inserito Young Americans in un contesto di speranza per il futuro, specialmente durante un periodo difficile come la presidenza di Trump e la sua retorica anti immigrazione. Il mio antidoto era Young Americans, è quello il mio sogno americano. E lo è ancora di più con New York New York—si tratta di libertà, mia e degli altri, di tutti—dell’essere se stessi. Rendi il mondo ciò che vuoi. Trova il tuo potere. Trova la tua comunità. Trova il tuo modo d’essere. L’amore. Lo stare insieme.

“New York New York” è stato presentato il 7 luglio al festival di fotografia francese Rencontres d'Arles. La pubblicazione negli Stati Uniti si terrà il 29 settembre alla Dashwood Book di New York.

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John, 2020, foto di Marie Tomanova
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Seashel, 2019, foto di Marie Tomanova
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Chidera, 2019, foto di Marie Tomanova
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Phineas e Cameron, 2019, foto di Marie Tomanova
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Chiki, 2020, foto di Marie Tomanova
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Isabel (Skinned Elbow), 2020, foto di Marie Tomanova
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Gracie (Red), 2020, Marie Tomanova
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Sam, 2021, foto di Marie Tomanova
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Shane e Luisa, 2021, foto di Marie Tomanova

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Crediti

Testo di Marco Frattaruolo
Fotografie di Marie Tomanova

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