Tatuaggi in cui la Berlino degli anni '20 incontra i porti di mare degli Stati Uniti

Sono firmati da Alberto Lelli, che nei suoi lavori fonde le linee del Bauhaus ai colori dell'Old School, portandoci in un nostalgico viaggio nel tempo.

di Gloria Venegoni
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03 marzo 2021, 6:02pm

Classe 1996, made in Bologna, Alberto Lelli ha le idee molto chiare su cosa sia per lui il tatuaggio e sulla storia che questa forma d’arte si porta dietro, alla quale guarda con un pizzico di nostalgia, scegliendo così di adottare un modo di tatuare old school, più vicino alla pratica artigianale che alle estetiche più contemporanee.

Dopo essersi fatto le ossa nella bottega di Marco Leoni, presso il Body Markings di Bologna, nel 2016 Alberto segue Mattia Jey nell’apertura di Horror Vacui, studio di tatuaggi situato sempre nella sua città natale. Nel 2019, dopo essere stato invitato come guest da oltre sessanta tattoo shop da tutto il mondo, decide di spostarsi in pianta stabile a Londra, dove si unisce al dream team del Seven Doors di Brick Lane.

Grande appassionato del Bauhaus, dell’arte a cavallo tra anni ‘60-’70, e dichiaratamente innamorato del proprio lavoro, Albertino ha saputo creare uno suo stile personale completamente nuovo. Attingendo da una solida conoscenza della storia dell’arte e rielaborando simboli e tratti del tatuaggio tradizionale americano, inquina queste influenze con elementi dell’arte futurista e del Bauhaus. Il risultato è un tatuaggio particolarissimo ,che rende ogni suo lavoro immediatamente riconoscibile.

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

Cosa ti ha fatto avvicinare alle forme d’arte pittorica e alla storia dell’arte? 
Fin da piccolo ho sentito la necessità di esprimermi disegnando. Quando si è bambini, si sente la pressione delle imposizioni esterne, così disegnare era diventato per me un modo di esprimere le mie emozioni liberamente. E lo è tutt’ora. Per questo ho scelto il liceo artistico a Bologna, dove ho potuto approfondire le materie di indirizzo, prediligendo la storia dell'arte e la grafica.

Sono sempre stato fortemente affascinato dai manifesti pubblicitari del ventesimo secolo, in particolare quelli dagli anni '20 in poi, che nonostante la semplicità dei tratti riuscivano a trasmettere concetti molto complessi. Penso che sia cruciale conoscere chi e cosa c’è stato prima per intraprendere un mestiere in campo artistico. Non può esserci innovazione senza un bagaglio culturale da cui attingere nei momenti di ricerca e studio.

Qual è stato il tuo primo tatuaggio? E perché l’hai fatto?
Mi sono tatuato per la prima volta sette anni fa, subito dopo aver compiuto diciotto anni. Per l’emozione all'idea di lasciare qualcosa di indelebile sulla mia pelle, la notte prima non chiusi occhio. Il soggetto proveniva dalle tradizioni marinare: un faro, simbolo della direzione da seguire, della speranza nei tempi bui e della forza spirituale. Grazie alla sua luce, il faro ti ricorda dove vuoi arrivare. 

Cosa ti ha fatto capire che volevi diventare tatuatore e cosa ti piace di più della tua professione?
Ho capito che sarei diventato tatuatore il giorno stesso del mio primo tatuaggio. Entrando nel tattoo shop rimasi subito colpito dall'atmosfera, dai dipinti alle pareti e soprattutto dall'odore fortissimo del Dettol, un disinfettante per superfici di cui allora ignoravo l’esistenza. Ancora oggi, per me, quell'odore è in qualche modo l’odore del tatuaggio. La soddisfazione più grande del mio lavoro è l’idea che le persone ti affidino una parte del loro corpo perché tu ci lasci un segno permanente—e, una volta realizzato, le rende più felici con sé stesse.  

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

Sei molto affezionato al tuo periodo a Bologna presso Body Markings (BM) come apprendista tatuatore. Vuoi parlarci di quel periodo? E c’è qualcosa che lo differenzia dai tirocini che vengono svolti oggi?
Ho passato mesi a pulire lo studio da cima a fondo, tutti i giorni. Intanto, osservavo il lavoro dei tatuatori e prendere in prestito qualche libro da cui ispirarmi per disegnare la sera, dopo aver sgobbato tutto il giorno. Grazie a questa gavetta ho imparato che un tatuatore deve saper eseguire qualsiasi tipo di tatuaggio. BM è un negozio di vecchio stampo, dove non importa la tua opinione rispetto a ciò che ti richiede il cliente: devi essere in grado di eseguirlo, e sempre al meglio. Non concordo con chi si rifiuta di eseguire lavori dove il soggetto non è allineato con il proprio stile o profilo artistico, non è il tatuaggio che mi è stato insegnato. 

Mi sento davvero fortunato ad avere iniziato a tatuare al BM, un pezzo di storia del tatuaggio aperto nel 1993 da Marco Leoni, che nel 1993 ha organizzato una delle prime convention d’Italia. È diventato da subito una tappa obbligata per il tatuaggio a livello mondiale, ogni tattoo artist di fama internazionale vi ha messo piede. Questo genere di botteghe ormai si contano sulle dita di una mano e rimangono le ultime vere testimonianze di un tipo di tatuaggio che non esiste più, uno stile di vita veramente da pirati, sempre al limite e ai margini di una società che non ti capiva. Nella bottega di Marco ho potuto assaggiare po' di quel mondo e conoscere la persona a cui devo di più professionalmente: Mattia Jey Marangoni.

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

Com’è stata la tua esperienza con Horror Vacui, invece? E come mai ti sei poi spostato in UK?
Horror vacui per me è una famiglia. È stata un'esperienza eccezionale, un gruppo di tatuatori giovanissimi che è riuscito a dare una nuova voce al tatuaggio bolognese e continua a essere un punto di riferimento nel settore. Mi sono trasferito a Londra perché era da diverso tempo che stavo pensando di fare un'esperienza all’estero più lunga di una guest [periodo che l’artista passa da “ospite” in un tattoo shop che non è il proprio, NdR].

Hai riscontrato grosse differenze tra la il panorama del tatuaggio in UK e in Italia? 
In UK c'è più rispetto verso il tatuaggio come forma artistica e il tatuatore come professionista e artigiano. Già agli inizi del Novecento in Gran Bretagna esistevano tatuatori di professione; inoltre, durante i movimenti giovanili degli anni ‘60-’70 il tatuaggio si è diffuso parecchio negli usi e nei costumi della popolazione. In Italia è molto più raro trovare persone dell'età dei nostri nonni con tatuaggi—eccetto nelle poche città portuali che abbiamo o le figure provenienti dai monasteri—, perché il tatuaggio è stato associato alla criminalità fino agli anni Novanta. Per quanto riguarda gli stili, sicuramente qui ci sono molti più tatuatori e la competizione è parecchio alta: questo porta le persone a cercare una via creativa per distinguersi e crearsi una propria nicchia di clienti. 

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

Parliamo del tuo stile. I tuoi tatuaggi sono inconfondibili, e per quanto in qualche modo richiamino l’Old School, non si inquadrano in uno stile preciso. Anzi, sembra che questo stile tu lo abbia inventato ex novo, portando una ventata d’aria fresca in un panorama che forse sembra si stia appiattendo. Da dove hai preso l’ispirazione?
Sono molto legato allo stile tradizionale, perché penso che un nuovo stile debba comunque fondare le proprie radici nelle forme e nei temi del passato. Da grande appassionato del periodo futurista e Bauhaus—delle loro linee semplici, dei colori forti e delle geometrie—, ho cercato di ispirarmi agli elementi di queste correnti e coniugarli con i temi classici del tatuaggio. Un'espressione che mi piace usare per descrivere il mio lavoro è "contraddizione tra passato e futuro.” 

A volte viene rivendicato il fatto che ci siano poche correnti nuove e pochi stili nuovi nel panorama del tatuaggio contemporaneo e che vengono riproposte le stesse tecniche a oltranza, tanto che la figura del tatuatore sembra aver perso il suo lato artigianale. Tu cosa ne pensi? 
Purtroppo, secondo me, il problema non consiste tanto nel numero di nuove correnti, ma nel fatto che molti finiscono con imitare lo stile di alcuni professionisti, creando solo dei filoni-clone. Il problema non sta nella mancanza di materiale o ispirazione, ma nella mancanza di ricerca personale. Come in tutti i tipi di espressione artistica, lo stile deve essere in continua evoluzione e non ci si può semplicemente limitare a seguire le idee altrui.

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

C’è qualche tattoo artist con cui sogni di collaborare in futuro?
Mi piacerebbe collaborare con la mia ragazza. Al momento il lavoro ci obbliga a vivere in due città diverse, finendo per avere pochi momenti di condivisione. Sofia è la persona più brillante e creativa che conosca, e nonostante le nostre professioni siano diverse (io tatuatore, lei designer di moda), sono sicuro che riusciremo a inventarci qualcosa. 

Una delle diatribe storiche del tatuaggio è: tatuaggio “puramente ornamentale” vs “tatuaggio con significato”. Tu cosa ne pensi?
È normale che la motivazione dietro al primo tatuaggio sia qualcosa di forte, dal momento che ti spinge a procurarti un segno permanente. I tatuaggi che vengono dopo non devono necessariamente avere significati profondi. In ogni caso, rappresenteranno per sempre la memoria di quel periodo della tua vita.

E per finire, una domanda easy un po’ alla “canale YouTube di Ink Magazine”: la peggiore esperienza con un cliente?
Non ricordo, sai? Per me, una volta che esco dal tattoo shop a fine giornata, è come se venissi sottoposto a un neutralizzatore. Ricordi la penna di Man in Black? Esattamente quella. È come se mi “sparafleshassero” con quello strumento e mi cancellassero la memoria del giorno.

Intervista al tattoo artist Alberto Lelli
Intervista al tattoo artist Alberto Lelli
Intervista al tattoo artist Alberto Lelli
Intervista al tattoo artist Alberto Lelli

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Crediti:

Testo di Gloria Venegoni
Immagini su gentile concessione di Alberto Lelli

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