i-D premiere: vi presentiamo Simone Bozzelli, la versione italiana e 2.0 di Xavier Dolan

Classe '94 cresciuto nella videoteca sottocasa, il regista italiano lavora su un cinema che è una danza tra eros e violenza: corpi che si cercano, si respingono, si seducono.

di Martina Zigiotti
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02 aprile 2021, 12:41pm

La corrida è una sfida performativa, una danza tra toro e torero su cui aleggia una domanda carica di tensione: chi vincerà e chi soccomberà? Lo stesso accade nel cinema di Simone Bozzelli: capire chi è il più forte e chi il più debole nel braccio di ferro tra i personaggi dei suoi film è un’indagine affascinante e spaventosa allo stesso tempo. Regista e fotografo abruzzese classe ’94 cresciuto nella videoteca sotto casa, Simone non ha paura di guardare dal buco della serratura e mostrarci quello che succede quando l’eros irrompe nei rapporti umani, destabilizzando ogni certezza e ogni identità:

Sono diventato regista perché ho una domanda che mi ossessiona e a cui cerco di dare risposta: che cosa siamo disposti a fare per la persona che amiamo? Il desiderio è al cuore della mia poetica. Il desiderio di compiacere l’altro, il desiderio del corpo altrui, e il mio desiderio in quanto regista di mettere per immagini l’ambiguità e l’intimità dei rapporti umani.

Durante gli anni alla NABA di Milano, dove ha studiato montaggio, Simone inizia a girare i suoi primi cortometraggi, con i quali esplora e racconta quegli squilibri di forze e quella coesistenza di attrazione e violenza su cui si intessono i rapporti umani. L’esordio è Mio fratello, che nei pochi metri quadrati di una camera da letto vede consumarsi una relazione difficile tra due fratelli. Poi esce Heroes, un breve documentario che racconta la devozione assoluta di una donna per David Bowie. Dopo arriva Loris sta bene, storia di un giovane ragazzo disposto a tutto per il suo innamorato.

La cosa che mi interessa indagare è il fatto che, in ogni relazione tra due persone, che siano amici amanti o fratelli, c’è sempre un rapporto di sopraffazione e di idealizzazione. Metto in scena la dipendenza affettiva, legata alla paura di perdere l’oggetto d’amore.

Al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove nel 2018 inizia a frequentare il corso di regia, Simone continua a esplorare il desiderio e la sopraffazione con Amateur, selezionato in Concorso alla Settimana della Critica di Venezia nel 2019. Il film racconta di un pomeriggio pigro, una camera da letto, l’incontro tra Serena e Christopher, il tentativo di sedurre e sottomettere l’altro, l’umiliazione ma anche la dolcezza:

Mi piace far dialogare la violenza con la tenerezza, perché, anche in un rapporto tra carnefice e vittima, c’è comunque una forma di cura dell’uno verso l’altro. La radice quadrata di questi rapporti è che c’è una dinamica di co-dipendenza: il carnefice non può fare a meno dell’umiliato e viceversa.

In Amateur, come in tutti i precedenti lavori di Simone, a essere messo in scena non è mai l’atto sessuale nel suo compiersi, ma la dinamica che lo precede e lo stato d’animo che lo segue, al fine di indagare di quel mistero profondo e insondabile che sono le relazioni umane: “Non ho mai filmato un rapporto sessuale, non per una qualche forma di pudore, ma perché per me è molto più interessante ed erotico che ci siano dei puntini di sospensione, che ognuno può riempire con il proprio immaginario.

Così come negli horror mostrare il mostro depotenzia l’orrore, così nei miei film mostrare l’atto sessuale depotenzia l’erotismo.

Il cinema di Simone è un’indagine sul desiderio che si fa anche estetica e sensoriale: parti del corpo ripresi con focali corte che fanno risaltare le pieghe della pelle, i peli della pancia, le gocce di sudore. I dettagli “sono sempre la parte di un tutto, di quello che ci ricorda la persona amata,” specifica. E se il cinema non permette di raccontare il più ineffabile dei cinque sensi, l’olfatto, la ricerca di Simone va anche in questa direzione: “È una percezione che mi piace esplorare attraverso la scenografia, i costumi, il trucco. L’odore, a differenza del profumo, contraddistingue le persone, ed è come evocarne il nome”.

Il fil rouge dell’opera di Simone, intessuto sulle dinamiche dell’attrazione destabilizzante e della codipendenza tra vittima e carnefice, ritorna in J’ador, vincitore del premio come Migliore cortometraggio alla Settimana della Critica della 77° Mostra del Cinema di Venezia. La storia si svolge nell’arco di un pomeriggio, in cui il quindicenne Claudio e il leader carismatico di un gruppo di fascistelli romani, Lauro, si confrontano instaurando un rapporto teso e ambiguo, in cui è difficile capire a che gioco stanno giocando. “Se nei miei film si percepisce un senso di pericolo, è perché l’esperienza del desiderio fa paura. Implica la perdita di controllo, la vertigine e il vuoto,” afferma Simone.

All’attività registica, Simone affianca un mondo di immagini fisse. A differenza della macchina complessa del suo cinema, i suoi scatti fotografici appaiono più naturali, impulsivi: “Con le mie fotografie cerco di catturare momenti e corpi delle persone che conosco e a cui sono legato. Scattare per me è un territorio di esplorazione estetica per il mio cinema.” Entrambi i medium, per Simone, mirano alla stessa visione: rendere palpabile l’impalpabile, raccontarci la violenza e l’intimità, il magnetismo e la repulsione.

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Crediti

Testo di Martina Zigiotti
Immagini: still dai film di Simone Bozzelli

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