Pepe Serrano: “Stare con la mia community è come stare tra i banchi di scuola”

Per celebrare la collezione Pride di Calvin Klein abbiamo incontrato giovani artisti queer di tutta Europa. Qui, Pepe Serrano, “transformista” con base a Madrid, ci spiega perché dobbiamo conoscere il passato queer dei luoghi da cui veniamo.

di Creato con Calvin Klein
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01 dicembre 2020, 9:49am

Nel corso dell’ultimo anno, trovare un motivo per festeggiare è diventato sempre più complicato. In particolare, per i membri delle comunità queer il 2020 non è stato certo una grande, infinita parata. Tuttavia, anche se quest'anno le occasioni per celebrare in carne ed ossa le nostre identità e comunità sono state rimandate a data da destinarsi, le persone queer di tutto il mondo hanno dimostrato un dinamismo e una capacità di resistenza tali da essere d’ispirazione. Abbiamo dimostrato che l'orgoglio queer, il cosiddetto Pride, va ben oltre i confini di una singola parata o del Pride Month, perché è qualcosa che ognuno di noi porta dentro di sé, ogni giorno di ogni anno. 

Per celebrare l'intero spettro delle identità LGBTQIA+ e la gioia generata dalla libera espressione sé, Calvin Klein ha lanciato la campagna #PROUDINMYCALVINS, invitando nove talenti queer internazionali ad esprimere la versione più autentica di loro stessi in una serie di video e immagini. Nel corso di quest'anno, Calvin Klein ha collaborato con i leader delle comunità queer di tutto il mondo per celebrare i temi dell'amore, della famiglia, dell'alleanza e dell’identità, ma ha anche lanciato la collezione Pride, disponibile tutto l’anno.

Determinato a mantenere viva a lungo l’atmosfera di festa, i-D ha chiesto a cinque artisti emergenti della comunità LGBTQIA+ internazionale di raccontarci cos’è per loro il concetto di Pride, le comunità di cui fanno parte, cosa rende la vita queer nelle città in cui vivono così interessante e quali cambiamenti vorrebbero veder realizzati nella lotta tutt’ora in corso per l’uguaglianza dei diritti queer. Oggi intervistiamo Pepe Serrano, che si descrive come un’apprendista dell’”arte del trasformismo” e usa la sua identità transgender come medium artistico, reinterpretando le tradizioni folkloristiche dell’Andalusia, regione di cui è originaria, attraverso la lente della queerness contemporanea.

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Cosa significa per te il concetto di Pride?
Accettare chi sei e sperimentare il potere che ne deriva. Le persone LGBTQAI+ sono costantemente oggetto di ricerca—si discute continuamente dei nostri diritti, del nostro corpo e delle sostanze chimiche che abbiamo in circolo. L’orgoglio, il Pride, è la cosa che ci unisce e ci permette di condividere il nostro potere come comunità. Per me è tutta una questione di sbarazzarsi di categorizzazioni e definizioni, riunendosi in quanto collettivo. È una forma di resilienza. 

In che modo il concetto di Pride fa parte della tua vita?
Mi sento orgoglioso quando vedo che se libero me stessa dalle costrizioni sociali e mi muovo per il mondo con orgoglio, questo ha davvero effetti incalcolabili sulla mia comunità. Quando gli spettatori mi osservano fare quello che faccio, le mie azioni liberano di riflesso anche loro, ispirandoli a diventare quello che sono davvero. Il concetto di Pride ispira anche gli altri ad essere orgogliosi, è qualcosa di magico. Espande il mio potere, e questo permette agli altri di scoprire il loro.

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Quando hai iniziato a usare la tua identità transgender come veicolo per la tua creatività? 
Tutto è iniziato con le mie performance. Quando facevo teatro, mi veniva sempre chiesto di interpretare personaggi femminili, e notavo sempre che il pubblico reagiva in modo diverso quando mi presentavo in modo più androgino o femminile. In quei momenti è scattato qualcosa… Era lì che entravo in contatto con le mie vere frequenze. Quello è stato il punto di partenza, ma è stata una transizione che non mi sono resa conto di aver affrontato, se non anni dopo averla conclusa. Una volta che ho iniziato a presentarmi per quella che ero davvero, la gente ha iniziato a comunicare con me a un livello più profondo. Ma più faccio quello che faccio e più esperienze metto nel mio bagaglio personale, più mi rendo conto che sto facendo esattamente quello che facevo quando avevo cinque anni: giocare con la mia identità e cercare di trasformarmi nelle cose che ammiro. A quei tempi, l'idea di trovare la bellezza nella mostruosità era davvero importante per me. E ora, vent'anni dopo, mi ritrovo a fare la stessa cosa, trasformandomi in un vampiro transgender che canta il flamenco!

Quali sono i migliori aspetti dell’essere queer, transgender e vivere a Madrid?
È una città davvero libera e aperta. In un attimo ti può succedere di tutto, perché qui entrano in contatto molti tipi diversi di persone, tutte negli stessi luoghi. Puoi essere in giro da qualche parte, e poi ritrovarti improvvisamente insieme al tuo idolo, che però appartiene a una generazione completamente diversa dalla tua. Non ci sono strutture gerarchiche, tutto è abbastanza fluido. 

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Ti consideri parte di una comunità specifica?
La mia comunità è formata principalmente da artisti queer e transgender. È questo che mi ispira e mi fa venire voglia di creare. Ci sono così tanti grandi artisti e attivisti nella nostra storia, e per me far parte di una comunità significa imparare la storia da cui si origina, perché non te la insegnano altrove. Tutti noi conosciamo Stonewall e queste enormi cose che sono accadute negli Stati Uniti, ma credo che sia necessario compiere uno sforzo e studiare la nostra storia. Possiamo farlo solo entrando in contatto con le persone che l'hanno vissuta o a cui è stato raccontato cos’è successo decenni, secoli fa. Ecco perché dico che stare con la mia community è come stare tra i banchi di scuola: qui imparo a creare, a condividere il nostro passato e a trarne ispirazione per sentirmi parte di un qualcosa. 

Si dice spesso che il primo Pride sia stato stato una rivolta. A mezzo secolo di distanza dai Moti di Stonewall, per cosa pensi la comunità LGBTQIA+ debba ancora lottare?
Mettere fine alle lotte interne. Dobbiamo dimenticare alcune delle nostre necessità personali e cominciare ad agire come un tutt'uno. E dobbiamo essere politici, il che significa molte cose—sì, anche essere attivamente provocatori, ma non solo: significa cambiare il modo in cui ci si comporta nella vita quotidiana. Il solo fatto di presentarsi per quello che si è rappresenta un forte atto politico. 

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