l'orbiting è il nuovo ghosting e ci siamo già passati tutti

Perché scomparire dalla vita di una persona quando puoi continuare a orbitarle intorno?

|
mag 4 2018, 7:00am

Fotografia di Yuyi John

Benvenuti nel 2018, glorioso anno in cui le relazioni fanno così schifo che abbiamo dovuto prendere in prestito un termine astronomico per spiegare un comportamento sociale. Impennate di ottimismo a parte, da qualche giorno su internet non si parla d’altro: l’orbiting sarebbe il nuovo ghosting. Ma partiamo dalle basi: conosci una persona, iniziate a frequentarvi e poi puff, scompare nel nulla. Non risponde ai messaggi, figurarsi alle telefonate. Questo è il ghosting. Nessuno va fiero di averlo fatto, tutti si incazzano quando capita loro. Nessuno ha un buon motivo per sparire, tutti hanno ottime ragioni per non voler dire chiaramente “scusami, ma non mi piaci.” E qui c'è anche una bella lettura sull'argomento.

Ma social media sempre più simili a una puntata di Black Mirror, FOMO che raggiunge impensabili vette e altri mille acronimi, uniti a livelli di solitudine senza precedenti, hanno preparato il terreno per l’arrivo di una forma di ghosting se possibile ancora più fastidiosa, l’orbiting. Ad oggi, neanche l'Urban Dictionary fornisce una definizione di questo termine che esuli dal campo astronomico, ed è qui che arriva in nostro soccorso Anna Iovine di Man Repeller. Partendo dalla sua esperienza personale con un ragazzo conosciuto di recente su Tinder, l’autrice teorizza che l’orbiting sia riassumibile come quella situazione in cui dopo un breve periodo di frequentazione l’altra persona scompare magicamente dalla tua vita, ma non del tutto, continuando invece a mettere cuoricini randomici alle tue foto su Instagram, like ai tuoi flussi di coscienza su Facebook e commentando di tanto in tanto le tue storie.

Spesso siamo noi gli orbiter—o orbitanti, se preferite—quasi volessimo ricordare a chi abbiamo ghostato che Ehi, io esisto ancora! Sono qui! Non mi interessi più di tanto, ma neanche mi sei indifferente! Non dimenticartene! Ne parlo con G., 22 anni di Milano, che mi dice: "Beh, è sempre esistito, non capisco perché tu ti stupisca tanto. Tutti abbiamo persone che 'teniamo buone' per un eventuale futuro, solo che ammetterlo ci fa sembrare degli stronzi. Eppure lo facciamo tutti." Non è della stessa opinione M., 27 anni di Milano anche lei: "Per me non ha senso continuare a interessarmi alla vita di qualcuno se non ho più nulla da condividere con quella persona. Cerco di usare i social per vedere le persone nella vita reale, non per osservare da lontano quello che fanno." Tutto bello, certo, ma alla fine ammette che anche a lei è già successo—almeno finché non ha bloccato l’altra persona su ogni piattaforma a cui si è iscritta nell'ultimo decennio, "Netlog e MySpace inclusi," ci tiene a sottolineare.

Oltre che con G. e M., di orbiting parlo anche con altre persone, coprendo praticamente ogni lettera dell'alfabeto alla ricerca del parere definitivo che mi faccia sentire in pace con me stessa e con le conseguenze indirette della terza rivoluzione industriale. Spoiler: il parere definitivo non esiste, ma tutti quelli con cui mi confronto sono accomunati da un punto preciso. Tutti capiscono immediatamente quello a cui mi riferisco, perché è già successo anche a loro. Solo che prima questa cosa un nome non ce l'aveva, ora sì e quindi il tutto viene in un certo senso legittimato. Come dice David Bidussa, che in un editoriale su Bauman scrive a questo proposito: "Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome."

Ecco, non so se Bauman o Bidussa sarebbero felici di essere stati citati in un pezzo sugli assurdi risvolti delle relazioni sentimentali nel 2018—anzi, mi piace pensare che ne sarebbero inorriditi—ma il fatto rimane: nel mondo del dating ai tempi dei social media è tutto così semplice e intuibile da essere stati costretti a trovare una parola per definire l’indecisione eterna di cui tutti siamo colpevoli, ma di cui nessuno parla volentieri.

Segui i-D su Instagram e Facebook.

Leggi anche: