shyboi porta lo spirito dei soundclash giamaicani nel clubbing

Se stasera siete a Milano andate a sentirla suonare live a Macao. In caso contrario, non preoccupatevi: trovate qui un mix e la sua intervista.

di Sonia Garcia
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30 marzo 2018, 2:24pm

Collage via Instagram.

Prima che attraverso la musica, gran parte dei lavori della giamaicana Yulan Grant—nota anche con il moniker di Shyboi—hanno preso forma nel mondo dell’arte, in particolare quello newyorkese, perché è lì che Yulan vive da 11 anni. Lavora come video-maker, visual artist, curatrice e conta collaborazioni con MoMA PS1, Walker Art Center e CUE Art Foundation. Come dj e producer ha già all'attivo lavori con KUNQ, storico collettivo queer nato in Massachusetts e ora stabile a New York, e Discwoman, piattaforma pensata da e per donne e artiste non-binary che dal 2014 racconta una narrativa diversa dal solito nel clubbing della città.

"I miei set seguono il modus operandi dei miei visual," aveva raccontato un paio di anni fa a Thump, "seguendo quindi processi di interrogazione su identità, nozioni di potere, storie percepite e i legami che si creano tra di essi. Nel club voglio farti incanalare questi demoni, nei lavori visivi creare un confronto."

Ed è proprio Shyboi, insieme a Juliana Huxtable e Kamixlo, la protagonista del primo showcase italiano di Discwoman, il 30 marzo a Macao, Milano, organizzato dal suo laboratorio queer e transfemminista—che prima della serata terrà una tavola rotonda chiamata "Difference as a culturally-propelling force". Prima del suo arrivo in Italia, le abbiamo fatto un po' di domande via e-mail per capire meglio il suo approccio all’arte, l'attivismo transfemminista di cui è ormai un'icona, e il suo ultimo documentario Out an’ Bad, un doveroso squarcio sulla Giamaica queer.

Che esperienza hai con il concetto di “inclusività” nella club culture europea?
Ogni paese europeo è diverso. Le mie esperienze nel Regno Unito sono molto diverse da quelle che ho fatto altrove, ma questo non le rende automaticamente migliori quando penso all’ambiente del clubbing. Non basta mettere donne o artiste non-binary in una line-up. Non basta includere dj queer. Non basta avere uno, o se si è fortunati, due nomi di persone di colore a una serata. Se i promoter e i proprietari dei club non fanno del loro meglio per rendere quello spazio accomodante per persone come me, allora non è davvero inclusività. Ma quando c'è davvero attenzione a queste tematiche e le si associa a soundsystem e visual appositi, il risultato è incredibile. In quelle occasioni emerge l’intimità, i pensieri scorrono liberi e il dancefloor si scioglie su se stesso.

È sempre più complicato parlare di “attivismo” in ambiti che palesemente non sono immuni dai sistemi oppressivi contro cui combattono. Qual è il tuo rapporto con questa dimensione?
Supporto il movimento Antifa e tutte le altre organizzazioni black bloc. Posso solo parlare di quello che succede negli USA, ma quello che fanno là su scala locale è molto importante. Chi è bianco, in questo contesto, dovrebbe mettere il proprio corpo in prima linea contro lo stato che fa differenze di matrice razziale. Sono favorevole al coordinamento di questi gruppi con associazioni il cui principale focus è la liberazione nera (come Afro Marxists o Black Lives Matter). Un sacco di persone pensano che l’attivismo sia semplice, e basti andare alle manifestazioni per essere un'attivista, ma chi rispetto e ammiro davvero sono le persone che hanno dedicato la propria vita all’infelice compito di essere bersagli dello stato. L’hashtag attivismo non dovrebbe essere confuso con il lavoro che la gente compie dal basso, perché sono queste ultime a volere davvero un mondo migliore e non solo i like sui loro post di Instagram.

In che modo razzismo ed eteronormatività hanno influenzato il tuo modo di vivere l’industria del clubbing? Cosa è cambiato rispetto a quando ha iniziato?
Ho iniziato nella club scene QTPOC di New York. Suonavo per e con amici che rispetto da anni, perciò non sono mai emersi grossi problemi con le persone dietro l'organizzazione degli eventi, mentre con i proprietari dei locali o con il management qualche scaramuccia c'è stata. Persino negli spazi più insospettabili puoi notare differenze di trattamento tra te e i maschi bianchi con cui ti trovi a lavorare. È questo che mi ha fatto venire voglia di andare ancora più a fondo con la mia roba, attaccarmi al microfono e andarmene.

Produrre è diverso. Non ho alcun tipo di background musicale. Quando arrivavo in studio le prime volte c’era una sorta di bro attitude nell'aria. Se non possedevo quella terminologia musicale specifica e quel tipo di dialettica ben precisa, mi rendevo subito conto di come l’attitudine dei tecnici del suono cambiava. Era come se aspettassero che io facessi un passo falso. Ora sono abbastanza fortunata da avere una rete di donne e artisti non-binary straordinariamente talentuosi con cui lavorare. Ci amplifichiamo a vicenda.

Dove e come emerge maggiormente la tua eredità giamaicana, quando lavori?
La mia eredità è più evidente, quasi ovvia forse, nei miei lavori visual e di installazione. Durante la realizzazione di questi progetti medito maggiormente sulla mia infanzia e sulla crescita in generale. Nel djing emerge lo stile un po' aggressivo che ho quando suono. Vedo ogni set come un sound clash, con la differenza che non sto competendo con nessuno della line-up, lo faccio per mettermi alla prova. Provo ad accostare diversi tipi di tracce per la prima volta, e vedo se funziona. Amo sfidare me stessa durante i set, lo faccio di continuo.

Ci parli del documentario a cui stai lavorando?
Out an’ Bad è un breve documentario che attraverso gli eventi del Pride JA—manifestazione organizzata da e per la comunità LGBTQIA di Kingston—offre uno sguardo all’interno delle rispettive narrative e storie all’interno della vita notturna giamaicana. Sono queer ed essere cresciuta in Giamaica mi aveva portato a credere che le celebrazioni dei pride non avrebbero mai potuto prendere piede, invece negli ultimi anni sta succedendo e senza mai alcun tipo di incidente. Questo serve a bilanciare la narrativa di violenza che si sviluppa quando si parla dell’isola. È un’opportunità per i giamaicani e per i membri della diaspora caraibica per vedere quanto lavoro dal basso viene fatto sull’isola. Non è la storia o esperienza di tutti, ma è una che sono comunque grata di poter raccontare.

Crediti


Testo Sonia Garcia
Collage via Instagram

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