jordan è la vera e unica regina del punk inglese

Chiunque ami il punk si è ispirato a lei, anche se probabilmente non ne ha la più pallida idea.

di James Anderson; traduzione di Gaia Caccianiga
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29 maggio 2019, 7:30am

Ci sono poche cose punk come la vita di Jordan.

Nata a Seaford, nel sud dell'Inghilterra, con il nome di Pamela Rooke, ha iniziato a farsi chiamare Jordan a 14 anni. Prendeva lezioni di danza classica sin dall'infanzia, poi ha scoperto David Bowie e ha iniziato a frequentare i locali gay di Brighton e Londra. A metà anni '70 si è trasferita nella capitale e ha lavorato da SEX, la boutique di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren nella sua storica location al 430 di Kings Road.

Jordan è stata una pioniera, intelligente e determinata, non sapeva cosa fosse la paura. Voleva essere un'opera d'arte vivente, ma senza mai compromettersi. I suoi look erano così estremi che il personale del treno che prendeva ogni giorno da Seaford a Londra la faceva spostare in prima classe, per proteggerla dall’indignazione e dalla violenza che il suo aspetto scatenava tra gli altri passeggeri. Vent'anni prima che Madonna sdoganasse lo stile sadomaso con il suo libro fotografico Sex (1992), Jordan era l'unica che osava pavoneggiarsi per le strade inglesi indossando abiti fetish o trasparenti senza niente sotto, tutto condito da una cofana di capelli ossigenati e occhi pesantemente truccati di nero. L'atteggiamento coraggioso di Jordan e i suoi look pionieristici l’hanno fatta diventare la musa ideale di Viv e Malcolm, rendendola intanto protagonista indiscussa della scena punk nata nel paese pochi anni prima grazie ai Sex Pistols (di cui McLaren era il manager). Nei decenni successivi, tutte le ragazze punk hanno preso ispirazione da Jordan e le sono debitrici per aver spianato loro la strada, anche se non ne hanno la più pallida idea.

Nei primi anni '80, dopo aver recitato in Jubilee di Derek Jarman, dopo aver socializzato con Andy Warhol e David Bowie, dopo essere apparsa sui primi numeri di i-D, dopo aver vissuto in un appartamento vicino a Buckingham Palace con un’amica dominatrice e il cantante dei Sex Pistols Johnny Rotten, dopo aver fatto da manager a Adam and the Ants (che è poi diventata una delle più grandi band pop del Regno Unito), ecco, dopo tutto questo Jordan si è sposata ed è caduta nel tunnel dell’eroina, prima di scappare di casa e tornare a Seaford. Lì ha sconfitto la sua dipendenza e si è dedicata a una nuova carriera di successo, come allevatrice di gatti sacri di Birmania e infermiera veterinaria, lavori che svolge tutt'ora.

Fino a poco fa, Jordan ha sempre cercato di evitare le luci della ribalta e raramente ha parlato con i media del suo passato. Ora, Defying Gravity, la sua tanto attesa autobiografia, scritta a quattro mani con l’autore Cathi Unsworth, è finalmente arrivata e racconta la sua vita tra provocazioni e diti medi alzati.

jordan punk

Cosa ti ha spinta a scrivere Defying Gravity ?
Mi hanno chiesto più volte di scrivere un libro, ma ho sempre pensato che fosse da narcisisti. Poi, due cose mi hanno fatto cambiare idea: la magnifica mostra Punk 1976-78 alla British Library del 2016, che mi ha fatto capire quante persone sono ancora oggi incuriosite da quell'epoca e dal mio ruolo in quella scena. Un anno prima, nel 2015, avevo venduto alcuni dei miei vecchi vestiti a un’asta, li avevo da una vita, chiusi in un armadio. Volevo assicurarmi che venissero conservati e che avessero lo spazio che meritavano. L’ultima volta che ho indossato il top Venus [un pezzo molto raro di Westwood/McLaren del 1971, NdA] che è andato all’asta per migliaia di sterline, è stato nel 1985 al Live Aid! Non mi ha messo tristezza venderli—mi è sembrato di fare la cosa giusta, perché collezionisti e musei li avrebbero tenuti e se ne sarebbero presi cura, e alla gente avrebbe fatto piacere vederli.

Sei sempre stata molto interessata ai vestiti sin da piccola—da dove proviene questa tua passione per il look e l’immagine?
Non so davvero da dove venga, era una cosa istintiva, ma credo che studiare danza abbia aperto il mio mondo. Adoravo la danza classica, ti dà dei principi rigorosi, ti espone a costumi e fantasia, ti modella. Ti insegna a superare il dolore e la fatica e a cercare di eccellere e fare del tuo meglio. Ho sempre saputo cosa volevo indossare: alle elementari ero famosa per i miei piccoli abiti vaporosi e infatti nel libro c’è una mia foto di quando ero bambina in cui indosso un vestito da damigella mentre mostro le mutande a chi sta facendo la foto.

Le tue uscite clandestine nei gay club degli anni ‘70 a Brighton e Londra hanno influenzato il tuo interesse per la moda? E pensi che i gay siano stati fondamentali per la nascita del punk?
Decisamente. È lì che mi sono fatta le ossa e ho iniziato a divertirmi facendomi bella. A scuola mi prendevano in giro, nessuno capiva perché avevo i capelli corti, o perché erano di più colori diversi. Ai tempi i locali gay erano per la maggior parte frequentati da uomini—non c’erano molti locali gay per donne a Brighton. Gli amici gay che ho incontrato lungo la strada mi hanno fatto scoprire diversi tipi di musica, diversi modi di interagire con le persone… Ma soprattutto mi hanno insegnato che potevo vestirmi come preferivo e non sentirmi mai a disagio. In un certo senso, questo è il punk per me: essere inclusivi.

È importante per te che Defying Gravity riconosca quanto le donne fossero fondamentali nella scena punk?
È molto importante. Nel punk c’era parità di sessi. Tutti condividevano i propri vestiti, i propri trucchi. Il confine tra uomo e donna era molto offuscato. Le donne potevano formare band, potevano semplicemente prendere una chitarra come facevano i ragazzi e via. Artisticamente, le donne sono sbocciate in quel momento e hanno spiccato il volo.

Hai indossato dei look che lasciavano a bocca aperta; prima e durante il periodo punk scatenavi il panico per le strade…
Qui a Seaford è stato molto difficile, ci sono state molte occasioni in cui ho avuto grossi problemi con persone che mi ritenevano oscena, e che non capivano i miei look. Sul treno da Seaford a Londra alcuni mi hanno aggredito. Credevo che una volta trasferitami a Londra le cose sarebbero state più semplici, ma non è stato proprio così. C’erano ancora gli uomini che mi fischiavano dalle impalcature e che pensavano che fossi una facile solo perché mi vestivo in quel modo. E ho anche avuto la reazione opposta—gente spaventata dal mio aspetto perché sfidavo la normalità, perché sfidavo la visione della gente sulla sessualità, e lo facevo deliberatamente, non come un oggetto sessuale, ma come qualcuno sicuro della propria sessualità. Erano dei look che rafforzavano questa sessualità. Mi sentivo a mio agio ed ero sicura di me. Mi guardo indietro e mi sorprendo che non mi abbiano mai arrestata, perché a volte andavo in giro con veramente pochi vestiti addosso! Ho amato il mio aspetto e non mi importava cosa pensassero gli altri. Sono stata cacciata da scuola quando avevo 14 anni a causa del mio aspetto, il mio preside era seriamente preoccupato dalla possibilità che i miei compagni iniziassero a copiarmi. Ho dovuto spiegargli che le persone non mi avrebbero copiato, perché in realtà tutti mi prendevano in giro!

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Alcune persone hanno raccontato quanto fosse terrificante andare da SEX o Seditionaries…. Soprattutto perché avevano paura di te! Com’era lì, per le persone che venivano per la prima volta?
Non si riusciva a vedere attraverso la finestra dall'esterno, perché c’era il vetro smerigliato come in un ambulatorio dentistico. La forma del negozio era quella di un corridoio buio e lungo, in fondo c’ero io lì in piedi, con il mio sguardo intimidatorio, con i miei capelli cotonati truccata di scuro, davanti a una tenda di gomma, e dietro c’era un piccolo camerino. Tutto sembrava un po’ sadomaso, e certamente non era un posto dove potevamo dire: "Ciao, come posso aiutarti?" Odiavo quel tipo di cose! Inoltre, ci tenevamo davvero alla qualità di quello che stavamo vendendo. So che la gente si lamentava per il costo, ma Malcolm e Vivienne non lasciavano nulla al caso. Se volevano un certo tessuto o bottone, sarebbero andati in capo al mondo pur di trovarlo. Interrogavamo i clienti a volte, perché a nostro avviso stavano comprando un'opera d'arte, qualcosa che dovevano amare davvero. Non ci piacevano le persone che entravano e avevano un sacco di soldi, ma che sembravano degli attaccapanni. Preferivamo chiedere alla gente: "Perché stai comprando questo capo? Che significato ha per te? Come ti piacerebbe indossarlo? Ci sono molti modi per indossarlo, lascia che te li mostriamo." Quindi non si trattava solo di rifilare qualcosa a qualcuno e prendere i loro soldi. Se una persona non aveva abbastanza soldi, gli facevo lo sconto se aveva fatto molta strada per venire da noi. Gli vendevo le cose al prezzo che potevano permettersi di pagare. Perché ci tenevano davvero tanto e amavano i nostri gli abiti.

Ho letto nel libro che Vivienne ti ha licenziata nei primi anni ‘80 perché ti sei sposata, sono rimasto abbastanza sconvolto. Siete ancora amiche?
Sì, abbiamo fatto una lunga intervista con lei per il libro. Abbiamo passato quattro ore insieme e ci siamo divertite molto. Ci rido su adesso, visto che è stata sposata due volte! Posso capire il suo punto di vista ai tempi. Non voleva che mi sposassi perché era preoccupata che non sarei andata a lavorare, ma da qualche altra parte a fare altre cose, che è proprio quello che è successo dopo il matrimonio! Mi telefonò anni dopo e mi chiese di tornare a lavorare nel negozio, dicendo che tutti la stavano fregando e che aveva bisogno di una persona fidata.

Il punk è un argomento che è stato esplorato in moltissimi libri, film, documentari e riviste, è stato soggetto di dottori di ricerca e dissertazioni universitarie...ci sono molti modi di interpretarlo. Tu sei stata una delle prime punk -- quindi come lo descriveresti?
Penso che sia nato da un momento particolarmente negativo della storia, nel quale i giovani hanno usato loro corpi e le loro azioni per cambiare le cose. Usavano le loro mani per fare musica, o per fare fanzine, si sono attivati perché non erano soddisfatti delle loro vite. È stato un periodo in cui la gente ha deciso di prendere in mano la situazione.

Oggi i giovani dove possono trovare lo stesso tipo di energia che ha caratterizzato il punk negli anni '70?
Ho incontrato molti giovani con cui ho parlato a lungo. Per esempio c’è gente che mi ferma per strada, o c’è chi sta facendo progetti per l'università e mi contatta. Ma il clima politico e sociale era così diverso da oggi… Sfortunatamente, oggi conformarsi è molto importante, a quanto pare. I bambini si vestono come i genitori, mentre io avrei preferito morire che farmi vedere vestita come i miei! C’è troppo marketing e branding. Ma è anche un peccato che non ci siano case a prezzi accessibili per i giovani che vogliono andare a vivere da soli ed essere indipendenti. Per un 35enne non è bello vivere con i genitori. La gente ai tempi viveva negli squat e simili -- gli dava la libertà di fare quello che volevano. L’attivismo è l’unica soluzione al giorno d’oggi. Concordo con Vivienne sul fatto che le persone debbano pensare al futuro di questo pianeta. E credo che la cosa più importante sia avere una propria identità -- la gente non sempre capisce che è fondamentale . Non seguire le mode. Non avere paura. Trasforma i tuoi sogni in realtà.

"Defying Gravity - Jordan’s Story" di Jordan Mooney e Cathi Unsworth è edito da Omnibus Press e acquistabile qui.

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Dall'altra parte dell'oceano, intanto, c'era un altro luogo che ha scritto la storia del punk:

Crediti


Immagini d'archivio di Michael Costiff