In memoria di Jordan, la pioniera del punk che ne ha creato lo stile da zero

Chiunque ami il punk si è ispirato a lei, anche se probabilmente non ne ha la più pallida idea.

di James Anderson; traduzione di Gaia Caccianiga
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05 aprile 2022, 9:28am

Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2019 per l’uscita dell’autobiografia di Jordan “Defying Gravity”. Oggi, in occasione della morte della modella, attrice e punk abbiamo deciso di riproporvelo.


Ci sono poche cose punk come la vita di Jordan. Nata a Seaford, nel sud dell'Inghilterra, con il nome di Pamela Rooke, inizia a farsi chiamare Jordan a 14 anni. Prende lezioni di danza classica sin dall'infanzia, poi scopre David Bowie e inizia a frequentare i locali gay di Brighton e Londra. A metà anni '70 si trasferisce nella capitale e lavora da SEX, la boutique di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren nella sua storica location al 430 di Kings Road.

Leggendo la sua biografia, possiamo dire che Jordan è stata una pioniera, intelligente, determinata e ribelle. Voleva essere un'opera d'arte vivente, ma senza mai compromettere i propri valori. I suoi look erano così estremi che il personale del treno che prendeva ogni giorno da Seaford a Londra la faceva spostare in prima classe, per proteggerla dall’indignazione e dalla violenza che il suo aspetto scatenava tra la folla. Vent'anni prima che Madonna sdoganasse lo stile sadomaso con il suo libro fotografico Sex (1992), Jordan era l'unica che osava pavoneggiarsi per le strade inglesi indossando abiti fetish o trasparenti senza niente sotto, abbinati a capelli ossigenati e occhi pesantemente truccati di nero. L'atteggiamento coraggioso di Jordan e i suoi look pionieristici l’hanno resa la musa ideale di Viv e Malcolm, rendendola intanto protagonista indiscussa della scena punk nata nel paese pochi anni prima grazie ai Sex Pistols (di cui McLaren era manager). Nei decenni successivi, tutte le ragazze punk hanno preso ispirazione da Jordan e le sono debitrici per aver spianato loro la strada sperimentando con look eccentrici e fuori dagli schemi.

Nei primi anni '80, dopo aver recitato in Jubilee di Derek Jarman, dopo essere diventata amica con Andy Warhol e David Bowie, dopo essere apparsa sui primi numeri di i-D, dopo aver vissuto in un appartamento vicino a Buckingham Palace con un’amica dominatrice e il cantante dei Sex Pistols Johnny Rotten, dopo aver fatto da manager a Adam and the Ants (che è poi diventata una delle più grandi band pop del Regno Unito), ecco, dopo tutto questo Jordan ha viaggiato molto per poi cadere nel tunnel dell’eroina, prima di scappare di casa e tornare a Seaford. Lì ha sconfitto la sua dipendenza e si è dedicata a una nuova carriera di successo, come allevatrice di gatti sacri di Birmania e infermiera veterinaria.

Jordan ha sempre cercato di evitare le luci della fama e raramente ha parlato con i media del suo passato. Una delle ultime volte che l’ha fatto era stato in occasione di Defying Gravity, la sua autobiografia scritta a quattro mani con l’autrice Cathi Unsworth. In occasione dell’uscita della biografia, noi l’avevamo intervistata per saperne di più su questo progetto e sulla sua vita.

jordan punk

Cosa ti ha spinta a scrivere Defying Gravity?
Mi hanno chiesto più volte di scrivere un libro, ma ho sempre pensato che fosse da narcisisti. Poi, un paio di cose mi hanno fatto cambiare idea: in primis la magnifica mostra Punk 1976-78 del 2016 presso la British Library, che mi ha fatto capire quante persone sono ancora oggi incuriosite da quell'epoca e dal mio ruolo in quella scena. Un anno prima, nel 2015, avevo venduto alcuni dei miei vecchi vestiti a un’asta, li avevo da una vita, chiusi in un armadio. Volevo assicurarmi che venissero conservati e che avessero lo spazio che meritavano. L’ultima volta che ho indossato il top Venus [un pezzo molto raro di Westwood/McLaren del 1971, NdA] che è andato all’asta per migliaia di sterline, è stato nel 1985 al Live Aid! Non mi ha messo tristezza venderli—mi è sembrato di fare la cosa giusta, perché sapevo che collezionisti e musei se ne sarebbero presi cura e che la gente avrebbe amato vederli dal vivo.

Sei sempre stata molto interessata ai vestiti sin da piccola—da dove proviene questa tua passione per il look e l’immagine?
Non so davvero da dove venga, era una cosa istintiva, ma credo che studiare danza abbia aperto il mio mondo. Adoravo la danza classica, ti dà dei principi rigorosi, ti espone a costumi eccentrici e a molta fantasia, ti modella. Ti insegna a superare il dolore e la fatica e a cercare di eccellere e fare del tuo meglio. Ho sempre saputo cosa volevo indossare: alle elementari ero famosa per i miei piccoli abiti vaporosi e infatti nel libro c’è una mia foto di quando ero bambina in cui indosso un vestito da damigella mentre mostro le mutande a chi sta facendo la foto.

Le tue uscite clandestine nei gay club della Brighton e Londra degli anni ‘70 hanno influenzato il tuo interesse per la moda? E pensi che la cultura LGBTQAI+ sia stata fondamentale per la nascita del punk?
Decisamente. È lì che mi sono fatta le ossa e ho iniziato a divertirmi con gli abiti. A scuola mi prendevano in giro, nessuno capiva perché portassi i capelli corti o perché erano di più colori diversi. Ai tempi, i locali gay erano per la maggior parte frequentati da uomini—non c’erano molti locali gay per donne a Brighton. Gli amici di quel giro che ho incontrato lungo la strada mi hanno fatto scoprire diversi tipi di musica, diversi modi di interagire con le persone… Ma soprattutto mi hanno insegnato che potevo vestirmi come preferivo e non sentirmi mai a disagio. In un certo senso, questo è il vero punk per me: essere inclusivi.

È importante per te che Defying Gravity riconosca quanto le donne fossero fondamentali nella scena punk?
È molto importante. Nel punk c’era parità di sessi. Tutti condividevano i propri vestiti, i propri trucchi. Il confine tra uomo e donna era molto offuscato. Le donne potevano formare band, potevano semplicemente prendere una chitarra come facevano i ragazzi e via. Artisticamente parlando, le donne sono sbocciate in quel momento e hanno spiccato il volo.

Hai indossato dei look che lasciavano a bocca aperta; prima e durante il periodo punk scatenavi il panico per le strade…
Qui a Seaford è stato molto difficile, ci sono state molte occasioni in cui ho avuto grossi problemi con persone che mi ritenevano oscena e che non capivano i miei look. Sul treno da Seaford a Londra alcune persone mi hanno aggredito. Credevo che una volta trasferitami a Londra le cose sarebbero state più semplici, ma non è stato proprio così. C’erano ancora gli uomini che mi fischiavano dalle impalcature e che pensavano che fossi una facile solo perché mi vestivo in quel modo. E ho anche avuto la reazione opposta—gente spaventata dal mio aspetto perché sfidavo la normalità, perché sfidavo la visione della gente sul concetto di sessualità e lo facevo deliberatamente, non come un oggetto sessuale, ma come qualcuno sicuro della propria sessualità. Erano dei look che rafforzavano questa identità. Mi sentivo a mio agio ed ero sicura di me. Mi guardo indietro e mi sorprendo che non mi abbiano mai arrestata, perché a volte andavo in giro con veramente pochi vestiti addosso! Amavo il mio aspetto e non mi importava di cosa pensassero gli altri. Sono stata cacciata da scuola quando avevo 14 anni per questo, il mio preside era seriamente preoccupato dalla possibilità che i miei compagni iniziassero a copiarmi. Ho dovuto spiegargli che le persone non mi avrebbero copiato, perché in realtà tutti mi prendevano in giro!

jordan punk

Alcune persone hanno raccontato quanto fosse terrificante andare da SEX o Seditionaries, soprattutto perché avevano paura di te! Com’era lì, per le persone che ci entravano per la prima volta?
Non si riusciva a vedere attraverso la finestra dall'esterno, perché c’era il vetro smerigliato come in un ambulatorio dentistico. La forma del negozio era quella di un corridoio buio e lungo, in fondo c’ero io lì in piedi, con il mio sguardo intimidatorio, con i miei capelli cotonati truccata di scuro, davanti a una tenda di gomma, e dietro c’era un piccolo camerino. Tutto sembrava un po’ sadomaso e certamente non era un posto dove accogliere le persone con un: "Ciao, come posso aiutarti?" Odiavo quel genere di cose! Ci tenevamo davvero alla qualità di quello che stavamo vendendo. So che la gente si lamentava per il costo, ma Malcolm e Vivienne non lasciavano nulla al caso. Se volevano un certo tessuto o bottone, sarebbero andati in capo al mondo pur di trovarlo. Non ci piacevano le persone che entravano a caso con un sacco di soldi, ma che in realtà sembravano degli attaccapanni. Preferivamo chiedere alla gente: "Perché stai comprando questo capo? Che significato ha per te? Come ti piacerebbe indossarlo? Ci sono molti modi per indossarlo, lascia che te li mostriamo." Quindi non si trattava solo di rifilare qualcosa a qualcuno e prendere i loro soldi. Se una persona non aveva abbastanza soldi, gli facevo lo sconto se aveva fatto molta strada per venire da noi. Gli vendevo le cose al prezzo che potevano permettersi di pagare. Perché ci tenevano molto e amavano i nostri abiti.

Ho letto nel libro che Vivienne ti ha licenziata nei primi anni ‘80 perché ti sei sposata, sono rimasto abbastanza sconvolto. Siete ancora amiche?
Sì, abbiamo fatto una lunga intervista con lei per il libro. Abbiamo passato quattro ore insieme e ci siamo divertite molto. Ci rido su adesso, visto che lei è stata sposata due volte! Posso capire il suo punto di vista ai tempi. Non voleva che mi sposassi perché era preoccupata che non sarei andata a lavorare, ma da qualche altra parte a fare altre cose, che è proprio quello che è successo dopo il matrimonio! Mi telefonò anni dopo e mi chiese di tornare a lavorare nel negozio, dicendo che tutti la stavano fregando e che aveva bisogno di una persona fidata.

Il punk è un argomento che è stato esplorato in moltissimi libri, film, documentari e riviste, è stato soggetto di dottori di ricerca e dissertazioni universitarie. Tu sei stata parte di quella cultura, dunque, come lo descriveresti?
Penso che sia nato da un momento particolarmente oscuro della storia, un momento in cui i giovani hanno sentito il bisogno di usare i loro corpi e le loro azioni per cambiare le cose. Usavano le loro mani per fare musica, o per creare fanzine, si attivavano perché non erano soddisfatti delle loro vite. Era un periodo in cui la gente ha deciso di prendere in mano la situazione.

Oggi i giovani dove possono trovare lo stesso tipo di energia che ha caratterizzato il punk negli anni '70?
Ho incontrato molti giovani con cui ho parlato a lungo. Per esempio c’è gente che mi ferma per strada o chi sta facendo progetti per l'università e mi contatta. Ma il clima politico e sociale era così diverso da oggi. Sfortunatamente, oggi conformarsi è molto importante, a quanto pare. I bambini si vestono come i genitori, mentre io avrei preferito morire piuttosto che farmi vedere vestita come i miei! C’è troppo marketing e branding. Dall’altro lato, è quasi impossibile andare a vivere da soli prima dei 35 anni, perché il costo degli affitti è inaccessibile. Ai tempi, la gente viveva negli squat o in condizioni simili—gli dava la libertà di fare quello che volevano. L’attivismo è l’unica soluzione al giorno d’oggi. Concordo con Vivienne sul fatto che le persone debbano pensare al futuro di questo pianeta. E credo che la cosa più importante sia avere una propria identità—la gente non sempre capisce quanto questa cosa sia fondamentale. Non seguire le mode. Non avere paura. Trasformare i propri sogni in realtà.

"Defying Gravity - Jordan’s Story" di Jordan Mooney e Cathi Unsworth è edito da Omnibus Press e acquistabile qui.

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Crediti

Immagini d'archivio di Michael Costiff

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