lachapelle, maestro del kitsch e del cinismo spietato, arriva in mostra a roma

Colori sgargianti, post produzione aggressiva, ironia, cinismo e critica spietata alla società: vi servono altre buone ragioni per andarci?

|
18 aprile 2019, 10:19am

In questi due anni di amministrazione Trump il clima negli Stati Uniti si è fatto sempre più teso. Il quadro che ne esce è quello di una nazione in balia di razzismo, uso non regolato delle armi da fuoco, noncuranza verso la tutela dei diritti civili e iperstimolazione mediatica.

Da oltreoceano arrivano notizie sconcertanti, ma non bisogna far passare in sordina quelle azioni che, invece, la situazione provano a cambiarla, o almeno a denunciarla, spazzando via l’immagine dell’America alla Sex & the City tutta glamour e romantiche storie d’amore.

Pensate alle Pussy Riot, a Michael Moore con il suo Fahrenheit 11/9, alla marcia sotto alla Trump Tower o agli scatti di Marie Tomanova. C'è un coro eterogeneo di voci di dissenso che si sta facendo sempre più ampio e compatto, unito da un obiettivo comune che travalica differenze e contrasti: mostrare al mondo intero ciò che l’America contemporanea è davvero. E quale modo più efficace se non farlo attraverso il linguaggio internazionale dell’arte?

1555406687320-DavidLaChapelle_06
Archangel Michael: And No Message Could Have Been, Hawaii 2009

È questo che ha mosso il lavoro del fotografo statunitense David LaChapelle fin dagli esordi: servirsi dell’immagine fotografica portata alle sue estreme possibilità estetiche come strumento d’espressione, travalicando il soggetto in sé per farne emergere la carica simbolica che già racchiudeva ma non aveva ancora manifestato. Il suo metodo è noto: immortalare icone del proprio tempo e fissarle nella memoria comune grazie a una post-produzione massiccia, invasiva, grottesca e kitsch che dà avvio a una riflessione lucida, cinica e disillusa sulla sua materia d’analisi, ovvero la società a lui contemporanea.

Non è quindi un caso che, dopo un breve periodo a Londra, tornò a New York e venne notato da Andy Warhol. Ad accomunarli non fu solo un’affine visione dell’arte, il ritrovare l’uno nell’altro quello stesso sguardo combattuto, di amore profondo e di odio viscerale, verso l’allora nascente società dei consumi, ma un medesimo modus operandi, improntato sulla post-produzione, più che sulla creazione.

Se Warhol porterà alle estreme conseguenze questa riflessione con l’opera Brillo Box, aprendo le porte della filosofia dell’arte alle speculazioni su quale sia il confine tra due realtà identiche di cui una è un’opera in un museo e l’altra un oggetto in un supermercato, quindi annullando ogni concezione artistica precedente e decretando la fine del concetto di autore, LaChapelle scelse la strada dell’ironia, sottile e tagliente.

1555406653737-DavidLaChapelle_05
Rape of Africa, Los Angeles 2009

Dopo anni di piccole esposizioni e gavetta a ritmi deliranti per varie riviste, LaChapelle ottiene il suo primo incarico professionale per Interview Magazine proprio grazie a Andy Warhol, che gli permette di realizzare il sogno di ogni giovane fotografo del tempo. Da quel momento si spalancano davanti all’obiettivo di LaChapelle le porte del mondo della pubblicità, della moda e dello spettacolo. Inizia a scattare per Vanity Fair, GQ, Vogue, The Face, Arena Homme e Rolling Stone.

Gli anni '80 sono quelli in cui si dedica a rotocalchi e advertising: fedele agli insegnamenti di Warhol, sempre sul confine tra dentro/fuori la società, convinto che solo facendone parte sia possibile sovvertirla, LaChapelle si dedica a un’immersione totale nella New York degli eccessi e della trasgressione, della facilità e della libertà, dei sogni e delle fantasie senza limiti, ma anche dell’eroina e dell’AIDS. Nel 1984 perde il compagno a causa della malattia, e per affrontare il dolore si chiude in una fotografia più intima e mesta, espressa attraverso un bianco e nero riservato e cupo.

Gli anni passano e la paura di aver contratto il virus si dirada, finché le sue fotografie non tornano a esplodere di colori. Con gli anni ’90 LaChapelle rinasce e inizia a immortalare moltissime celebrità del momento: Courtney Love, Pamela Anderson, Angelina Jolie, Madonna, Elizabeth Taylor, Tupac, Marilyn Manson, Björk, Michael Jackson, Uma Thurman, DiCaprio, Lindsay Lohan, Sarah Jessica Parker, Eminem, Lady Gaga, Nicki Minaj, Kanye West, Rihanna, Travis Scott, per citarne giusto alcuni.

1555406705024-DavidLaChapelle_01
Dynamic Nude, Los Angeles, 2001

Intanto inizia ad affiancare ai ritratti la regia di videoclip musicali e del documentario Rize, incentrato sulle nuove forme di ballo esplose nei ghetti neri di Los Angeles. I suoi lavori mostrano con ironia, cinismo e gusto del grottesco il processo mediatico attraverso cui queste persone celebri sono state private della loro interiorità e trasformate in fantocci, oggetto di feticismi, ossessioni e nevrosi da parte della società, o persino beatificate con conseguenze disturbanti.

L’effetto della postproduzione così marcata di LaChapelle è proprio questo: provocare una sensazione di artificiosità asettica e spersonalizzante, non dissimile da quella suscitata dalla televisione o da certe dinamiche di oggi sui social network.

1555406735701-DavidLaChapelle_02
After the Deluge: Cathedral, Los Angeles 2007

La svolta arriva nel 2006, quando rimane letteralmente folgorato dalla visione della Cappella Sistina di Michelangelo: la sua ossessione diventa ricreare Il Diluvio attraverso la fotografia. “È un momento di transizione per l’umanità, la tecnologia è cresciuta velocemente, ma non siamo cresciuti spiritualmente. Una volta che il Diluvio si è compiuto, l’umanità deve saper ricominciare; così ho messo tutti gli elementi del consumismo, del materialismo a indicare l’inizio di una espiazione di tutte queste realtà per ritrovare le cose intangibili della vita. Perché il progresso deve andare di pari passo alla crescita spirituale della gente,” ha raccontato ad Artibune LaChapelle.

Così abbandona la moda e le riviste per tornare nelle gallerie, avviandosi verso un ripensamento radicale del proprio stile: si lascia alle spalle le icone dello spettacolo per indagare le ossessioni contemporanee, ma questa volta dall’esterno. Si è già sporcato fin troppo le mani, è stato per anni parte integrante del sistema, arrivando a conoscerne nel profondo ogni dinamica e perversione, e ora è pronto a osservarlo con uno sguardo tanto lucido quanto distaccato.

Da lontano, appunto, ovvero da Maui, nelle Hawaii, dove ha costruito la fattoria in cui vive mentre lavora all’idea di uno "Spiritual Awakening, un risveglio spirituale che porta al Nirvana, a una quiete ritrovata attraverso una crescita spirituale che nella nostra società purtroppo ancora manca. Oggi rischiamo di vivere una New Dark Age,” come ha spiegato lui stesso sempre ad Artribune.

1555406753472-DavidLaChapelle_03
After the Deluge: Statue. Los Angeles, 2007

All'interno di questo viaggio spirituale LaChapelle torna alla carta stampata e alla fotografia analogica, rifiutando di contribuire alla perdita totale del valore delle immagini causata dalle moderne tecnologie, catalizzatrici della nascita di una società costantemente iper e interconnessa in cui ogni immagine ha un’aspettativa di vita di qualche minuto al massimo, dopodiché viene consumata e gettata via, venendo meno a quello che, secondo LaChapelle, sarebbe il potere dell’arte, ovvero quello di "fermare il tempo"—come ha affermato.

A Roma, presso la Galleria Mucciaccia, arriva ora un’esposizione di 34 opere del fotografo statunitense che ripercorrono a ritroso la sua evoluzione artistica che vi abbiamo appena illustrato. Si parte con le atmosfere hawaiane e i paesaggi inaspettati degli ultimi lavori (New World, Lost and Found, Behold) intrisi di misticismo e spiritualità, e si arriva alle suggestioni oniriche e mitologiche dei primi scatti (Aristocracy, Showtime at the Apocalypse, Landscape, Earth Laughs in Flowers, Rape of Africa).

In mezzo, la serie cruciale After the Deluge (2006), ispirata dalla visione della Cappella Sistina, che mischia in un quadro apocalittico i riferimenti a Michelangelo alle riflessioni sulla società dei consumi. Si finisce poi con le fotografie realizzate tra il 1984 e il 2009, le più celebri, inerenti al mondo dello spettacolo e delle star di Hollywood. Un viaggio insomma che non indaga solo la pratica creativa di LaChapelle, ma anche la società all'interno della quale si è

1555406767761-DavidLaChapelle_04
Rebirth Of Venus. Hawaii 2009, Rebirth Of Venus, 2009
1555406798886-DavidLaChapelle_08
Showtime at the Apocalypse. Los Angeles 2013. Kardashian Christmas
1555406825650-DavidLaChapelle_07
Gas Shell. Hawaii, 10/08/2012 Gas station, 2012
1555406847279-DavidLaChapelle_10
Lost and found. Hawaii, New World, 2017

La mostra "David LaChapelle" è da visitabile fino al 18 giugno a Roma presso la Galleria Mucciaccia, Largo della Fontanella Borghese 89. Trovate qui tutte le informazioni necessarie.

Segui i-D su Instagram e Facebook

Altra mostra fotografica che vi consigliamo di non perdere in queste settimane, questa volta però a Milano, presso l'Osservatorio Prada:

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa