Fotografia di Seana Gavin,@seanagavin

per 10 anni ho fotografato la magia (e le retate) dei rave di mezza europa

"I soldi non ci interessavano, ci bastava sopravvivere. Dividevamo tutto. Volevamo solo sentirci liberi. L'unica cosa che ci preoccupava era trovare il modo di spostarci da un rave a quello dopo."

di Micha Barban Dangerfield
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16 luglio 2019, 3:35pm

Fotografia di Seana Gavin,@seanagavin

Si chiamano Spiral Baby. Sono i raver inglesi che viaggiavano con Spiral Tribe, un collettivo che fece dei party selvaggi, delle notti sotto le stelle e dei piedi scalzi nell'erba il proprio credo assoluto. Nel 1993 Seana Gavin era una di loro, un'adolescente incazzata per l'eccesso di liberalismo e conservatorismo. La cultura rave le appariva come uno strumento di lotta, una tela bianca su cui proiettare nuove, utopiche idee che rielaboravano in chiave contemporanea quelle sviluppate (in modo spesso fallimentare, va detto) dal punk nei decenni precedenti.

Le prime feste di Spiral Tribe nacquero in vecchi hangar dismessi nell'est di Londra, tra fabbriche che cadevano a pezzi e il grigio delle periferie inglesi. La repressione da parte delle forze dell'ordine, però, li costrinse in breve tempo a disperdersi per l'Europa. Da Narbonna ad Amsterdam, passando per Barcellona e la Repubblica Ceca, migliaia di raver portarono i loro sogni nei quattro angoli del Vecchio Continente. Lontano dai luoghi in cui nacque, Spiral Tribe si è fa nel corso del tempo nomade, affrancandosi da frontiere e nazioni, vivendo secondo le proprie regole. Per farne parte, devi essere pronto a tutto.

Seana è ancora molto giovane quando decide di partire al seguito del movimento, macchinetta fotografica mezza rotta alla mano. È una delle poche ad aver documentato quel periodo, che ancora manca d'archiviazione e fotografie che ne attestino l'evoluzione. Quando le chiediamo perché ha scelto come compagno di viaggio prediletto una 35mm, Seana ci spiega che è per "non vedere i ricordi scomparire nella nebbia del domani." Dai suo scatti emerge una sensazione di libertà che solo i più intransigenti di noi possono sperimentare sulla propria pelle. E in un momento in cui la devastazione del marketing rave minaccia di distruggere tutta la sua forza di protesta, il lavoro di Seana ci ricorda che è la volontà di non scendere a compromessi, e solo la volontà di non scendere a compromessi, ne garantirà sopravvivenza.

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Ti ricordi ancora delle prime foto che hai scattato?
Ho iniziato con un'usa e getta durante una serata. È stato un colpo di fulmine. Dopo pochissimo mi sono comprata una compatta, abbastanza piccola da poterla tenere in tasca. Ha viaggiato con me in tutta Europa, di rave in rave, ce l'avevo sempre dietro per fotografare la gente che mi circondava, le situazioni assurde in cui andavo a cacciarmi e l'atmosfera di quegli anni così liberi e spensierati. Avevo la sensazione che fosse importante documentare le mie esperienze nella cultura rave. Era un'urgenza fisica quasi. Avevo paura che, se non avessi fotografato tutto, i ricordi sarebbero svaniti nella nebbia del domani."

Come hai incontrato il collettivo di Spiral Tribe?
Ho scoperto l'esistenza di questo gruppo a 14 anni appena, grazie al loro video Foward the Revolution che continuavano a dare in tv. Ho capito immediatamente che volevo farne parte anche io, in un modo o nell'altro. Un anno dopo ho iniziato ad andare alle loro feste. È lì che ho capito quanto del mondo mi restava da scoprire: si può vivere ai margini di tutto ciò che è socialmente accettato, avere una vita davvero alternativa, occupare squat e lasciarsi guidare da regole diverse da quelle che ci vengono imposte fin dalla nascita.

E invece il tuo primo rave lo ricordi?
Certo che sì! Avevo iniziato a frequentare un club nell'est di Londra molto popolare all'epoca. Era super. Mi ricordo che ti dipingevano il viso prima all'entrata! I rave, invece, ho iniziato a bazzicarli quando quel club ha chiuso. Li organizzava Spiral Tribe e all'inizio erano piccoli raduni a West London. Era il 1993. La prima volta che andai, parlai con tutti e ballai tutta la notte. Mi sentivo come se fossimo tutti uniti da qualcosa di magico. Mi sono innamorata di questa atmosfera collettiva. Ho iniziato ad andarci ogni fine settimana. Senza eccezioni. I giorni della settimana sembravano non finire mai, erano tutti una lunga attesa del weekend. Non volevo andare a scuola e le persone della mia età mi sembravano tutto d'un tratto molto noiose. Avevano una vita normale, problemi adolescenziali. A me non fregava niente di essere un'adolescente, volevo solo divertirmi, andare ai rave. Con il passare del tempo mi sono legata sempre più ai collettivi di raver di Londra, tra cui Spiral Tribe, e ho finito per seguirli ovunque, viaggiando con loro in treno, vagoni merci e roulotte.

Qual era lo spirito di questi viaggi?
Siamo gli edonisti più edonisti della nostra generazione! L'unica preoccupazione che avevamo era trovare il modo di spostarci da un rave a quello dopo. Non ci interessavano i soldi, ci bastava avere il minimo necessario per sopravvivere. Dividevamo tutto. Volevamo solo sentirci liberi.

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Che mondo sognavate?
Eravamo schierati politicamente in modo piuttosto chiaro. Appartenere il movimento dei free party a quell'epoca significava esercitare concretamente il nostro diritto alla libertà. I rave erano rivendicazione sociale: negli anni '90 le autorità provavano in tutti i modi a soffocare sul nascere le nostre comunità, vietando ogni evento organizzato senza permessi. Fu una vera e propria repressione da parte delle forze dell'ordine. Noi, dall'altra parte, volevamo scappare da tali ordinanze, ci ribellavamo agli obblighi e non permettevamo a nessuno di incasellarci in un sistema a cui non riconoscevamo alcun valore. I margini ci andavano benissimo. Ci faceva schifo l'idea di aprirci un mutuo o lavorare in un ufficio. Rifiutavamo quel tipo di comodità. Il comfort, per noi, era nella comunità, non nella solitudine.

La tua serie, effettivamente, parla di una generazione che rifiuta frontiere e confini.
Sì, ci sentivamo completamente liberi. Non avevamo limiti. Avevamo un bel coraggio, a ripensarci. Fondamentalmente, ero profondamente convinta che niente e nessuno potesse farmi del male. Avevo fiducia in tutto e non avevo paura di nulla.

La scena raver dell'Europa continentale era molto diversa da quella di Londra?
Il modo dei rave in quel periodo diventò finalmente un gruppo internazionale di persone che si riconoscevano negli stessi valori. Sì, ufficialmente quel movimento era nato a Londra, ma nel giro di poco tempo erano spuntati gruppi un po' dappertutto. Alcuni si sono stabiliti in Francia, altri in Olanda e altri ancora in Germania. I membri di Spiral Tribe organizzavano feste ovunque. Nell'Europa continentale, inoltre, presero piede i rave all'aria aperta, non più nei club e nelle ex fabbriche, e lì il concetto di free party ha assunto la sua forma più completa: ci sentivamo ancora più liberi, ancora più in connessione con il mondo—niente a che vedere con le colate di cemento di cui ci circondavamo a Londra.

In che modo hanno reagito le autorità alla diffusione della cultura rave?
A Londra in quello stesso periodo la polizia esercitava una pressione incredibile sui raver e la repressione stava raggiungendo dimensioni incredibili: c'erano perquisizioni, arresti, confische e via dicendo. Le autorità europee, invece, ci hanno messo di più a reagire, anche perché cambiare spesso paese ci aiutava a passare sotto traccia. È per questo che i raver sono diventati tribù nomadi, adattando i loro ritmi di vita ai continui spostamenti ed evitando la polizia rimanendo sempre in grandi spazi aperti di campagna. Molti di noi hanno iniziato a vivere stabilmente in roulotte e carovane. Lì le cose sono cambiate: andare ai rave non era più una questione di svago del weekend, era diventata una scelta radicale.

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Che fine hanno fatto quelle persone? Sei rimasto in contatto con loro?
Alcune persone che conoscevo all'epoca hanno continuato a organizzare feste e a partecipare a festival il Mutoid Waste. Una parte di loro, invece, non è di loro non è sopravvissuta. Sono stato all’interno di quel mondo per quasi 10 anni prima che le cose prendessero una piega tragica. Ho perso anche il mio migliore amico. È stato allora che ho deciso di allontanarmi dal mondo del rave e di dare una nuova direzione alla mia vita. Sono rimasto in contatto con pochissime persone.

Qual è il miglior ricordo che conservi di quel periodo?
È difficile sceglierne uno in particolare, ma ricordo un'estate trascorsa in viaggio che si è conclusa con tre settimane a Berlino. Avevo solo 200 euro per mantenermi fino alla fine della stazione. Una volta a Berlino, me ne rimanevano 5 per tornare a Londra. Un’impresa impossibile ma soprattutto un'avventura indimenticabile. Siamo stati molto intraprendenti e alla fine sono riuscito a tornare in Inghilterra. Il viaggio è durato quattro giorni.

Come spieghi la recente rinascita del movimento rave?
Le nuove generazioni di raver condividono lo stesso slancio politico di quelle più anziane. Stanno diventando sempre più politicizzati e consapevoli delle disparità sociali. Il sogno capitalista non gli appartiene, anzi, li respinge. Manifestazioni, stili di vita alternativi, il rifiuto delle schematizzazioni sociali rivelano il loro disagio. Nelle nuove generazioni continua a esistere una sorta di nostalgia positiva nei confronti del mondo pre-social network. Gli anni '90 sembrano loro più "autentici" e "innocenti".

Gran parte dell'estetica e della cultura rave vengono oggi strumentalizzate dalla logica del marketing e i grandi brand si sono appropriati di quei codici. Qual è la tua opinione su questa dinamica?
È piuttosto comune vedere le grandi aziende rivolgersi a una cultura creata da giovani per i giovani, con l'obiettivo di entrare in contatto con queste comunità e renderle dei consumatori. Oggi è il rave, ma penso che passerà. Le feste gratuite torneranno a essere gratuite. Sai, gli anni '90 videro la nascita di molte contro-culture, come traveller, grunge, rave, acid, ecc. Il contesto sociale allora era molto diverso, non tanto politicamente quanto umanamente. Non avevamo smartphone né alcun tipo di collegamento tra di noi all'infuori di quello costituito dal mondo reale, e penso che questo vuoto tecnologico ci abbia permesso di preservare la natura discreta e di nicchia dei nostri incontri. Questi movimenti sotterranei hanno avuto il tempo di svilupparsi senza vincoli commerciali, competizioni o redditività. Fondamentalmente, il successo dei rave era molto organico.

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Attualmente stai esponendo alla galleria PCP di Parigi e alla Saatchi Gallery di Londra. È importante per te mostrare queste immagini 30 anni dopo?
Ho conservato per anni i negativi e non volevo farli vedere a nessuno. Nel 2003 la morte del mio amico ha messo fine a quel periodo della mia vita. Poco meno di un anno fa ho ritrovato tutte queste fotografie e ho sentito una voglia improvvisa di mostrarle. Ero andato oltre. Ho già esposto alcune foto alla Galleria PCP in occasione della mostra Funghi. Il gallerista era molto interessato alla scena rave anni ‘90 e mi ha incoraggiato a condividere di più di quell’esperienza. Devo ammettere che il suo modo di spronarmi è stato in un certo senso salvifico per me. Esporre quelle fotografie per la prima volta mi ha fatto sentire vulnerabile, perché si tratta immagini davvero molto personali, ma mi ha anche permesso di riesumare ricordi bellissimi che la mia memoria aveva quasi cancellato. Involontariamente, sono foto che risultano oggi piuttosto ironiche, con persone che dormono rannicchiate in angoli improbabili e momenti di delirio esilaranti.

Qual è la lezione più importante che hai appreso da quel periodo?
Che è fondamentale divertirsi, godersi il tempo che abbiamo su questa terra. Ho anche imparato che è importante sperimentare i propri limiti e, una volta individuati, saperli rispettare. Sono fortunato a essere ancora qui.

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Crediti


Fotografia di Seana Gavin

Questo articolo è originariamente apparso su i-D Francia

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