perché non possiamo più permetterci di ignorare l'attualità

Lunedì scorso abbiamo assistito all'ennesimo episodio di razzismo politicizzato. A mente fredda, riflettiamo sul motivo per cui "far finta di niente" non è davvero più una strada praticabile.

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dic 6 2018, 10:37am

Fotografia di Harley Weir per il numero di i-D The Creativity Issue

Lunedì 3 dicembre 2018, le maggiori testate nazionali hanno riportato la notizia che il comune di Codroipo (in provincia di Udine, Friuli), ha messo al bando i bambolotti non-caucasici dagli asili nido comunali, nell’ambito di una delibera volta a cancellare dalle stesse istituzioni i riferimenti a culture diverse. Il Sindaco ha respinto le accuse, rendendo pubbliche le modifiche apportate all'emendamento, che non rendono obbligatorio l'uso di materiale educativo multietnico, senza però proibirne l'uso. Certo meno drastico, ma quanta differenza fa, in termini pratici?

Proviamo ad aprire gli occhi, ma non ci riusciamo. Tutto è offuscato. Cerchiamo lo specchio, lo afferriamo, senza però trovarvi il nostro riflesso. Sotto pelle, gelida intuizione, si infila il dubbio: forse non abbiamo diritto ad averne uno. Non ci dicono che siamo sbagliati, però è come se non esistessimo per davvero, quasi fossimo dei fantasmi, degli elefanti in un negozio di cristalli di cui tutti ignorano l’inevitabile presenza. Loro, struzzi con la testa sotto la sabbia. Che zoo! Eppure noi esistiamo. Sì, no? Più passa il tempo, più diventiamo consapevoli di quanto un corpo possa risultare ingombrante, un volume incerto nello spazio, da portare in giro quanto più discretamente possibile. Impossibile. Forse i nostri occhi sono rotti. Forse stiamo impazzendo. Ecco sì, sì, siamo malati e sbagliati e nessuno ce lo vuole dire, dobbiamo arrivarci da soli e adeguarci. Come? Difficile scoprire chi siamo con la memoria del mondo imboccata a quartini. Quando lo sguardo scivola sulla nostra pelle, quando ci pettiniamo... i pigmenti, la trama dei nostri capelli, tangibili, ci confermano che noi siamo, per forza di cose dobbiamo essere (altrimenti non esistiamo). E se fossimo noi gli alieni di cui parlano. Ma loro certamente esistono, mentre a noi rimane ancora il dubbio...

In Italia è sempre stagione di j’accuse. Girare la testa altrove, un sempreverde. E così succede, nel polverone sollevato dallo scandalo dell’asilo nido di Codroipo, che la difesa faccia diligentemente notare—previa consultazione di documenti ufficiali—come in realtà non sia stato proibito l’utilizzo di giocattoli che facciano riferimento alle diverse culture, ma semplicemente (semplicisticamente?) sia stato eliminato l’obbligo di inclusione di strumenti educativi multietnici. Il punto focale, chiarisce il Sindaco, è appianare le differenze sociali, non quelle culturali. Come se al giorno d’oggi, tra crisi economica, emergenza rifugiati e abbrutimento universale, la sfera culturale e quella socio-economica potessero essere separate l’una dall’altra a piacimento. Del resto, a seminare indolenza il risultato è certo: ci penserà qualcun altro. Nessuna spiacevole disputa interna, nessuna perdita di favore. Nessuno si sente più in dovere di salvare il mondo. I valori sono ballerini. Come a dire: se proprio volete un gioco alternativo all’asilo nido, se i vostri insegnanti non sono così illuminati da includerlo, mica è proibito averne uno… compratevelo da voi.

È ironico come l’ennesima di queste mille storie tristi (da leggersi: tragiche, raccapriccianti, avvilenti e aberranti), abbia come epicentro proprio il Friuli, terra di migranti e migrazioni sin dagli albori della civiltà occidentale. È drammatico come l’attenzione ancora una volta si sposti dal problema effettivo alle diatribe italiane, sempre quelle da quasi due secoli ormai. Che soddisfazione poter additare un colpevole, circoscrivere un’area geografica e decretare chiunque ci viva fascista, senza rendersi conto che l’ignoranza, il razzismo e l’odio, paradossalmente, non hanno confini. Ma del resto, si sa, divide et impera. Ci accapigliamo sul dito puntato, e intanto la luna va a fuoco.

Nel 1977, Tito Maniacco—poeta, attivista, storico e scrittore di scuola neorealista friulana amico e collega di Pasolini—scrisse I Senzastoria. Il Friuli dalle origini a noi, narrando di un microcosmo unico e mutaforma. Ma anche e soprattutto di migrazioni, giochi di potere, inclusione ed esclusione, diversità e accettazione, interdipendenza. Il Friuli che Maniacco racconta è da sempre terra di confine, passaggio, calpestamento, invasione e contesa. Fu dei Romani, degli Unni, dei Longobardi, di imprinting cattolico ma sfumato di rituali celtici e pagani, annesso all’Impero Bizantino e poi ancora occupato dai Francesi, diventò Austria-Ungheria, i tedeschi lo invasero e Caporetto lo stravolse. In tempi più recenti, vicino alle guerre nei Balcani e in Kosovo. Lo saprà il Sindaco di Codroipo, che nell’Ottocento la regione era tra le più povere d’Europa, che forse i Friulani sono stati i migranti più migranti di tutti, tra le miniere del Belgio e il sogno americano?

Perché poi prendersi la briga di mettere all’ordine del giorno un emendamento sostitutivo rispetto a una diversità che si dichiara di voler tutelare? Sappiamo tutti come gli affari politici vadano per le lunghe, come ci sia già così tanto da fare. Perché votare verso l’omologazione alla triste situazione della maggior parte degli asili nidi in Italia? Perché concentrarsi sulle differenze economiche che da sempre esistono, continuando implicitamente a porre nell’ottica di ‘subalterna’ qualsiasi cultura diversa da quella ‘dominante’?

Quello che è successo in una sala comunale nel Nord-Est di questa Italia sbrandellata, divisa, così rapita in quel suo perpetuo moto di autosabotaggio, riconoscibile solo nel volersi tagliare le gambe, succederà ancora. Magari è già successo oggi. Eliminare l’obbligo di lavorare attivamente verso l’integrazione culturale equivale a non fare niente per cambiare una realtà profondamente complessa, a non volersi evolvere.

2.000 anni fa il genere umano era daltonico. Nelle civiltà primitive indoeuropee non esistevano parole atte a descrivere i colori. Aristotele parlava di arcobaleni a tre sfumature, e Omero pensava che il mare fosse dello stesso colore del vino. Ma l’antica incapacità di distinguerli non significa che blu e verde non esistessero. L’evoluzione è semplicemente presa di coscienza collettiva del significato di qualcosa che già esiste, di un qualcosa che davvero, non possiamo più permetterci di ignorare.

Yes, ’n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ’n’ how many times can a man turn his head
Pretending he just doesn’t see?

Bob Dylan, Blowing in the Wind, 1962

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Contro il razzismo non si lotta solo ai tavoli della politica. Anche la moda, ad esempio, può e deve fare la sua parte: