l'appropriazione culturale secondo la fondatrice del collettivo art hoe

Abbiamo incontrato la fondatrice di Art Hoe Collective, che ci ha spiegato dove si erge il confine tra omaggio e appropriazione culturale e perché gli artisti queer di colore hanno bisogno di più visibilità.

di i-D Staff
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25 luglio 2016, 1:53pm

Fin da bambina, Gabrielle Richardson si è sempre vista circondata dall'arte africana. Sono stati proprio questi oggetti a permetterle di mantenere vivo il legame con le sue radici culturali. "Sfortunatamente, non molti ragazzi di colore crescono circondati da opere d'arte che riflettono la propria cultura d'appartenenza," osserva la ventitreenne di Filadelfia. "Sono cresciuta in una famiglia in cui l'arte non rappresentava solamente una valvola di sfogo, ma una possibilità concreta." Sorprendentemente saggia per la sua giovane età, Gaby ha scelto di prendersi la responsabilità di parlare al mondo di appropiazione culturale, il tutto mentre cerca di dare visibilità e voce a chi ne ha più bisogno. Insieme alle curatrici Jam e Mars (conosciute su Tumblr, ovviamente) ha dato via alla Art Hoe Collective: una piattaforma online creata per dare spazio non solo agli artisti queer di colore, ma a tutti coloro che si trovano ad affrontare il rigido schema eteronormativo che sta alla base del mondo dell'arte. Mentre Gabrielle è intenta a espandere il sito e a tenere una serie di workshop a Brooklyn che permetteranno ai giovani di esplorare una varietà di mezzi d'espressione, ha trovato il tempo di parlarci dei rischi dell'appropriazione culturale e del perché "black lives matter".

Com'è nato il collettivo Art Hoe?
Abbiamo scelto di dare vita al progetto non appena abbiamo realizzato quanti artisti di colore di talento ci fossero e quanto si sentisse la mancanza di una piattaforma che li lasciasse esprimere. I luoghi fisici nei quali esporre sono dominati dalle persone bianche, mentre il mondo digitale pullula di nuovi artisti di colore interessanti. Sono creativi che non ricevono nessun riconoscimento (o retribuzione) per il loro contributo alla cultura e alla società. Avevamo bisogno di un luogo che fosse fatto da noi e per noi. Ecco com'è stato creato il nostro collettivo: abbiamo individuato un problema e abbiamo cercato di risolverlo nel modo che ci sembrava più giusto.

Come ci si sente a far parte di uno spazio riservato ad artisti queer e di colore?
Appena una persona di colore fa arte pensiamo subito che le sue opere debbano essere politicamente connotate. La nostra etnia definisce la nostra arte perché la nostra identità si riflette nel modo in cui camminiamo nel mondo. Questi spazi riservati agli emarginati diventano il nostro luogo sicuro, sia a livello fisico che creativo. Abbiamo avuto la prova che nel mondo in cui viviamo le vite delle persone di colore non valgono quanto quelle delle persone bianche. Se ci sono individui che credono che le nostre vite non contino, perché la nostra arte dovrebbe esssere rilevante? Vogliamo avere la possibilità di esprimerci sulle stesse piattaforme in cui lo fanno gli uomini bianchi di colore, ma allo stesso tempo non vogliamo essere spogliati della nostra identità. Di solito, quando veniamo accolte in questi spazi, le nostre narrative e poetiche vengono ridotte alla nostra sofferenza in una sorta di strano voyeurismo. L'esistenza di spazi riservati ad artisti queer e di colore è essenziale perché si tratta di piattaforme che, non solo ci permettono di sostenerci reciprocamente in tempi di necessità, ma anche di festeggiare insieme e celebrare la nostra identità collettiva. Creiamo questi spazi per avere un luogo nel quale sentirci liberi di esprimerci, un luogo in cui possiamo prenderci cura l'uno dell'altro e crescere individualmente.

Pensi ci sia il rischio di venir "ghettizzati"?
Non lo considero un pericolo quanto una realtà inevitabile. Molta gente vede l'esistenza stessa delle persone di colore e il loro operato come un'espressione di appartenenza al ghetto. Potrei limitarmi a respirare e ci sarebbero persone che considerano questo semplice gesto come una presa di posizione, un atto politicamente connotato. Sono consapevole del fatto che, per quanto io possa diventare celebre e per quanto io possa essere riconosciuta a livello artistico, non sarò mai in grado di dissociarmi completamente da quel mondo: è qualcosa che è imprescindibile dalla mia identità e nel mio essere di colore, che io lo voglia o meno.

La problematica dell'appropriazione culturale è al centro del dibattito pubblico come mai lo è stata in passato, perché credi sia così?
L'appropriazione culturale va ben oltre l'utilizzo che le persone bianche fanno del patrimonio culturale afroamericano, delle ragazze che indossano i dashiki o i bindi al festival musicale di turno. È opportuno parlare di appropriazione culturale ogni qualvolta le persone al potere sfruttano i gruppi emarginati e li mercificano per il consumo di massa e per il proprio profitto. Si tratta di un atto dalla profonda natura capitalista che ha effetti dannosi sulle vite delle persone di colore. Stiamo perdendo la vita per mano della polizia, mentre i bianchi se ne vanno in giro tranquillamente con le loro treccine afro ascoltando gli N.W.A.

Dove finisce l'omaggio, l'apprezzamento e dove inizia l'appropriazione?
Il potere traccia la linea di confine tra le due cose. Si apprezza una cosa quando si ha uno scambio equo di potere e cultura, quando c'è rispetto e riconoscimento da entrambe le parti. C'è una linea sottile tra omaggiare qualcosa e sfruttarlo per il proprio tornaconto. Si può parlare di appropriazione culturale quando una storia e uno stile di vita vengono ridotti ad una semplice estetica. È triste vedere che le stesse caratteristiche fisiche che la mia famiglia ha tramandato a me e che io tramanderò ai miei figli sono l'unico fattore alla base di atrocità come l'omicidio di Philandro Castile. 

Per chi o che cosa ti batti?
Mi batto affinché gli emarginati riescano a far valere la loro voce e vengano trattati in modo equo. Mi batto per la giustizia. Mi batto per l'empatia. Troppo spesso le persone riescono a comprendere, ma mancano di empatia. Sono stanca di venir compatita, di essere una spettatrice passiva del cambiamento attuato da altri. Rimanere neutrali di fronte alle ingiustizie significa prendere una posizione politica. Dobbiamo cercare di smantellare queste strutture di potere in ogni modo. Ora stiamo sulla difensiva, ma dobbiamo comprendere che anche solo dar voce a una problematica è un passo nella giusta direzione. 

Quali sono le tue speranze e i tuoi sogni per il futuro?
Personalmente sogno di continuare ad avere l'opportunità di esporre il lavoro di questi giovani artisti e investire nei loro sogni. Se potessi mi piacerebbe fare di questo una carriera. In termini più generali spero in un futuro più inclusivo, un futuro in cui non siano gli uomini bianchi ad essere gli unici padroni, un fururo in cui noi di colore non veniamo ammazzati per strada.

@arthoecollective

Crediti


Foto Amber Mahoney

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