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andreas angelidakis e gli abitanti della supersuperficie

​Incontriamo l’architetto greco Andreas Angelidakis mentre sta ultimando l’allestimento, al Pac di Milano, della mostra Super Superstudio, curata assieme a Vittorio Pizzigoni e Valter Scelsi.

di Fabrizio Meris
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12 ottobre 2015, 10:08am

Sorridente e affabile Angelidakis - appena arrivato in città da Chiacago, dove partecipa alla Biennale di Architetettura - ci scorta nel piccolo giardino segreto fuori dall'edificio di Ignazio Gardella, seguito dal suo inseparabile e festoso cagnolino Lupo. Architetto, artista, intellettuale Angelidakis ha sviluppato negli anni un suo linguaggio unico. Internet è il fulcro ideologico su cui si bilanciano i suoi progetti curatoriali quanto le sue opere video, le maquette-sculture stampate 3D e le installazione ambientali. Il suo punto di vista sulla cultura contemporanea è illuminante, ecco cosa ci siamo detti…

Super Mario, Superenalotto, Supercoppa ... nel corso degli anni il prefisso super è stato banalizzato dal marketing ed ha perso un po' della sua forza evocativa. Cos'è ancora davvero super?
Con Superstudio l'uso di super era originariamente ironico e critico, ma anche un riferimento alla cultura Pop. Così fin dall'inizio il ruolo del prefisso era doppio. Credo che quello che oggi sia davvero "super" è il mercato, il che ci porta ad interagire con un "supermercato" globale che non è forse esattamente il luogo dove vorremmo spendere tutto il nostro tempo.

Negli anni '60 e '70 i gruppi radicali hanno messo in discussione il confine tra arte e architettura: qual è stato il risultato di quella sperimentazione che sopravvive ancora oggi?
L'eredità del movimento radicale non risiede solo nell'aver messo in discussione l'impermeabilità dei confini tra arte e architettura, ma anche l'architettura e la vita stesse. Le loro idee erano socio-politiche, quanto antropologiche, così come architettoniche. Quello che rimane vivo oggi di quello spirito è sicuramente un ampliamento delle responsabilità dei campi creativi.

Monumento Continuo è probabilmente la più famosa opera di Superstudio: cos'è sopravvissuto oggi di quella idea utopica e qual è il significato di un monumento nell'era digitale?
Ogni volta che leggo del Monumento Continuo e di come è stato proposto come "un' architettura tutta egualmente emergente in un unico ambiente continuo: la terra resa omogenea dalla tecnica, dalla cultura, e da tutti gli altri imperialismi", penso sempre ad Internet. Questo è il nostro continuo monumento oggi ed è questa la ragione per cui Superstudio è ancora così rilevante. Per come poi il nostro mondo si è sviluppato, la loro profezia può apparire egualmente stimolante quanto inquietante.

Hai selezionato per questa mostra 19 opere di 19 artisti cercando un dialogo con l'archivio di Superstudio. Qual è il tuo obiettivo?
L'elenco degli artisti ispirati da Superstudio è infinita, per cui questa scelta è solo una una piccola parte di quella che un curatore potrebbe immaginare. In questo caso ero interessato a opere che potessero essere posizionate all'interno della narrativa di Superstudio e funzionare come potenziali risposte alle domande ed enigmi inseriti nel loro lavoro. Le opere sono quindi in un certo senso gli abitanti immaginari della Supersuperficie.

Chi sono i protagonisti italiani di questa mostra?
Paola Pivi, Riccardo Previdi, Patrick Tuttofuoco, Priscilla Tea, Stefano Graziani, Ila Beka & Louise Lemoine un duo francese ed italiano e Angelo Plessas che è un greco-italiano. Onestamente non ho mai pensato alla nazionalità come ad un modo per classificare l'arte.

Abbiamo sentito che Atene sta diventando un hub per la cultura grazie ad affitti economici ed all'arrivo nel 2017 di parte di dOCUMENTA(14), forse la più importante manifestazione dedicata all'arte contemporanea al mondo. Cosa ne pensi?
Atene è sempre stata la mia principale fonte di ispirazione per fare qualsiasi cosa e ovunque, ma credo che questo sia normale per il luogo in cui si cresce. Il clima per l'arte ad Atene è sempre stato pessimo, non c'era mai stato alcun sostegno statale o una qualsiasi delle altre agevolazione di cui gli artisti usufruiscono in Europa. Ma quando il sistema non ti offre nessun mezzo, osare e prendere dei rischi è in un certo qual modo più facile, perché non sia ha nulla da perdere. Così, mentre il paese va a rotoli, la scena artistica continua come sempre, con il suo caratteristico stile guerriglia. Forse questo è ciò che è veramente interessante. L'arrivo di dOCUMENTA è una benedizione, naturalmente, non perché fornirà assistenza materiale o qualcosa di simile, ma perché porta l'energia necessaria in un momento cruciale. Da quando sono arrivati, il numero di spazi no-profit è fiorito, e anche le fondazioni private hanno alzato la posta in gioco, perché si rendono conto che Atene sarà la città che tutti visiteranno nel 2017. Naturalmente vi è una lunga tradizione d'iniziativa privata ad Atene, che è iniziata e continua con la Deste Foundation. Ora, finalmente vediamo anche altre fondazioni più recente come NEON e ONASSIS scendere in campo.

La grande recessione ha contribuito a stimolare la creatività in Europa?
Forse siamo sorpresi di constatare che la creatività continua a fiorire pur in mezzo alla recessione, ma non sono convinto che questa sia una sorta di aiuto. Forse la recessione fornisce un argomento di ricerca? Non lo so, ma in generale i problemi creati dall'austerità in Grecia vanno ben oltre il campo creativo, le persone stanno perdendo il posto di lavoro e tutto ciò che intere generazioni hanno contribuito a costruire. E' questo solo un segno di quanto poco programmato sia l'intero esperimento europeo.

Il numero corrente di i-D celebra la cultura LGBTQI: esiste qualcosa di simile ad un'architettura o un design gay?
Non mi viene in mente nessun esempio in particolare. Sono contento invece che la tematica gay sia progressivamente in via di normalizzazione e faccia sempre più parte della culla cultura di massa, in modo che possiamo continuare a lavorare sulle altre aree che sono state marginalizzate. I diritti dei transgender per esempio sono un tema molto più urgente, e in questo ambito siamo decenni in ritardo. La stigmatizzazione dell'HIV è un altro tema importante, perché anche se la malattia è ormai quasi del tutto gestibile, vediamo ancora che le persone provano vergogna e scelgono di tenere segreto il loro status, come se essere HIV positivo sia il risultato di un comportamento sbagliato. Negli Stati Uniti c'è qualche progresso in entrambi questi campi, speriamo quindi che questa visione possa filtrare nelle parti meno socialmente sviluppate del mondo, fra cui non dimentichiamo l'Europa dove il matrimonio gay è ancora un problema irrisolto.

In un'altra vita chi vorresti essere?
Lupo, il mio cane.

Crediti


Testo Fabrizio Meris