uno sguardo alla vita interiore con l'artista alina vergnano

In occasione della mostra collettiva Puzzled, presso Ladodo design a Milano, abbiamo incontrato l'artista italiana per parlare delle sfumature dell'interiorità, dell'efficacia del bianco e nero e di come vivere in Svezia abbia plasmato il suo percorso...

di Giorgia Baschirotto
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27 giugno 2016, 8:57am

Che volto ha la vita interiore? Per Alina Vergnano, giovane artista italiana con base a Göteborg, ha l'aspetto di una donna dai lunghi capelli neri, dita affusolate e uno sguardo a tratti svagato. Nato come una sorta di alter ego dell'artista, il soggetto che ritroviamo in tutte le sue opere è finito per rappresentare l'interiorità umana in generale, e tutte quelle emozioni che spesso oggi cerchiamo di reprimere per nascondere, tra un post su Instagram e l'altro, le nostre vulnerabilità, paure e insicurezze. L'angoscia, il dubbio, la tristezza, sentimenti rilegati di norma alla sfera privata, trovano un loro spazio in queste creazioni, che si tratti di disegni, dipinti, ceramiche o murales, quattro dei mezzi espressivi che Alina utilizza per dare spazio alla sua immaginazione.
In occasione della mostra collettiva Puzzled, presso Ladodo design a Milano, dove i suoi lavori rimarranno in mostra tutta l'estate, abbiamo incontrato l'artista per parlare delle sfumature dell'interiorità, dell'efficacia del bianco e nero e di come vivere in Svezia abbia plasmato il suo percorso artistico. 

Come hai iniziato il tuo percorso creativo e perché ti sei trasferita in Svezia?
Ho iniziato il mio percorso nell'arte studiando all'Istituto Europeo di Design grazie a una borsa di studio, ma dopo qualche anno l'illustrazione ha iniziato a starmi stretta. Sentivo il bisogno di trovare nuovi stimoli, diversi da quelli che la mia città natale, Torino, poteva offrirmi. Scartando in partenza tutte le città europee più conosciute, ho deciso di optare per il Nord Europa. Ho trascorso così due anni a Copenhagen prima di trasferirmi in Svezia. Ora vivo a Göteborg, una città che offre molte opportunità agli artisti. Lì riesco ad avere uno studio mio, ho il mio spazio per lavorare alle mie illustrazioni e alle ceramiche, mi sento libera di sperimentare e di dare voce alla mia creatività.

Quali influenze hai assorbito in questi anni e in che modo la scena artistica svedese differisce dall'Italia?
Ciò che mi ha colpito di più della Svezia è che si dà molta importanza al disegno e che molte artiste donne usano questo mezzo espressivo. Poi c'è un immaginario dark in cui mi ritrovo molto. L'altra cosa interessante è che molte gallerie hanno contatti con l'America, perciò si sente molto l'influenza dell'arte americana, cosa che invece non accade in Italia.

In Svezia inoltre, a differenza dell'Italia che mostra ancora molta diffidenza verso la manualità nell'arte, molti artisti si esprimono con mezzi che appartengono all'artigianato, come ad esempio la ceramica a cui mi sono appassionata anche io.

I tuoi soggetti sono prettamente figure femminili. Cosa ne pensi della figura della donna nell'arte contemporanea?
Mi trovo d'accordo con la citazione con cui ha concluso il tuo articolo sulle artiste donne in Italia su i-D, "L'arte ha un sesso? L'arte forse no, ma gli artisti sì". Penso non si possa prescindere da questo, nonostante oggi si cerchi di andare oltre il binarismo di genere. In uno scenario come questo, forse uno degli errori dell'arte femminista è che spesso tende a ghettizzarsi, rifacendosi a temi sempre e solo inerenti alla femminilità. Quello che faccio io stessa è dare vita a figure femminili, ma il concetto che c'è dietro non si relaziona al genere. Si parla nel mio caso di emozioni, di interiorità. In Svezia molte artiste donne, soprattutto quelle che lavorano da più tempo e che non fanno parte della generazione dei millennial - che tende invece a concentrarsi su temi più specifici - realizzano soggetti femminili per dare vita ad un discorso molto più ampio attraverso le loro opere.

Parlando delle tue donne, come sono nate queste figure e a quali emozioni fanno riferimento in particolare?
Quando mi dedicavo esclusivamente all'illustrazione e ai miei progetti personali mi concentravo sull'esprimere me stessa, dando vita così a una specie di alter ego. Si tratta però di un alter ego molto astratto visivamente, di una figura stilizzata, che, partendo da me stessa, è diventata poi altro e ora abbraccia qualcosa di più ampio. Tendo a concentrami su una sfera determinata dell'interiorità, soprattutto il rapporto tra di essa e le problematiche generate dal mondo esterno e su quanto questo condizioni le persone. I sentimenti che generalmente vengo visti come negativi (tristezza, angoscia, paura e così via) spesso tendono ad essere rilegati alla sfera privata, mentre io ritengo che debbano trovare il loro spazio e che sia importante dare loro voce.

Se volessimo trovare un messaggio dietro alle tue opere, quindi, è di non avere timore di esprimere le nostre sensazioni?
Sì esatto, trovo non porti nulla di positivo dover reprimere ciò che si sente.

Secondo te come interiorizza le emozioni la nostra generazione? Abbiamo paura di esprimere ciò che sentiamo davvero?
Secondo la mia esperienza c'è la tendenza a sedare le proprio emozioni, e anche nella trasgressione - quel momento in cui una persona dovrebbe sentirsi totalmente libera di esprimere se stessa - c'è molta omologazione. Tutti adottiamo gli stessi modi di sfogarci, prestando eccessiva attenzione a quello che gli altri possono pensare, e questo blocca la nostra emotività.

C'è qualche artista a cui ti ispiri in particolare?
Ce ne sono sicuramente tanti: molti riferimenti visivi ricordano Picasso, Léger, Matisse, per citare alcuni nomi conosciuti che siamo soliti studiare in Storia dell'Arte. Ma proprio perché sentivo di dover ampliare il mio orizzonte in questo senso, all'inizio del mio percorso ho dato il via a una ricerca personale sulle figure femminili nell'arte, le quali purtroppo spesso restano nell'ombra. Ho scoperto che nell'arte femminile si ripetono di frequente gli stessi temi e ci sono pattern in cui io stessa mi ritrovo.

Tra le donne artiste a cui mi sono appassionata c'è ad esempio Louise Bourgeois, ma prima di tutto mi sono lasciata ispirare da Margaret Kilgallen, un'artista della Mission School di San Francisco. Questa scuola d'arte era composta da un gruppo di artisti che ha voluto andare oltre l'arte canonica, mescolando illustrazione, artigianalità, ready-made. Lei in particolare eseguiva murales di figure femminili enormi e bellissimi, ed utilizzava inoltre la tipografia. La sua influenza su di me è stata sicuramente enorme, ed è grazie a lei che ho deciso di dedicarmi anche ai murales.

A parte i tuoi murales, che talvolta sono a colori, perché il resto dei tuoi lavori sono prevalentemente in bianco e nero?
Il mio discorso artistico tende molto alla sintesi e per me il bianco e nero è un modo semplice per arrivare al dunque. Poi anche la scrittura per me ha un posto importante, nelle mie opere inserisco delle brevi frasi o anche solo una parola, ma è un qualcosa che avviene in maniera tempestiva e che eseguo di getto. Utilizzare i colori per me significherebbe passare molto tempo a riflettere sull'opera e si perderebbe quell'immediatezza che il bianco e nero mi permette di mantenere.

alinavergnano.eu

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto

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