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stefano seletti e la logica del divano

Intervistiamo l'eclettico imprenditore per scoprire cosa vuol dire fare design senza essere un designer ed innamorarsi di uno scolapiatti in 3D con il profilo di Manhattan.

di Gloria Maria Cappelletti
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03 aprile 2017, 1:04pm

Ph. Meschina

Abbiamo incontrato Stefano Seletti per inaugurare la Design Week milanese e rendervi partecipi del suo slancio creativo ed ironico. Troviamo in lui lampi di genio, la disponibilità a mettersi in gioco e il desiderio di sorprendere; nel suo mondo fatto di giustapposizioni e intuizioni globali si espande un universo in perenne mutazione e la straordinaria capacità di innescare la creatività altrui, perché Stefano ama lavorare in team scatenando sistemi energetici e reinventando il vivere contemporaneo, popolandolo di oggetti che hanno qualcosa da dire. (R)EVOLUTION IS THE ONLY SOLUTION è il motto con cui conferma il suo spirito democratico, inclusivo e altamente sperimentale. 

Cosa si intende per design innovativo?
Innovazione per me vuol dire cambiare le regole di mercato, scombussola logiche immutabili e vedere i prodotti in modo alternativo. La nostra collaborazione con Toilet Paper ad esempio è una delle più innovative che si possono trovare sul mercato, perché crea l'unione di oggetti popolari, come una tazza di metallo o altri oggetti da cucina che abbiamo visto tutti nelle case delle nostre nonne, applicati però a un'immagine iper-contemporanea, che vengono venduti in contenitori molto interessanti quali sono i concept store. Quindi l'esclusività non è più legata a un fattore economico ma a valori contemporanei. Il nostro design è piuttosto spiazzante, sorprendente. Non è facile come il design scandinavo che lavora sull'equilibrio. Ogni oggetto per noi ha una sua identità forte e inaspettata, e queste estetiche diverse, messe insieme, dialogano tra di loro in modo nuovo e innovativo.

Come spiegheresti il design a un alieno?
Spiegherei che è necessario pensare bene prima di fare una cosa. Non so se un alieno questo lo capirebbe, onestamente. Voglio precisare comunque che non sono un designer, non ho studiato design, quindi faccio fatica a trovare una definizione giusta. Normalmente non lavoro con designer perché le mie collaborazioni sono con artisti e studi creativi, ad esempio Toilet Paper, Marcantonio Raimondi Malerba, un artista scultore. La prossima collaborazione è con Studio Job, anche loro sono considerati più artisti che designer. Quello che stiamo creando è una specie di movimento che ha una nuova visione Pop. È interessante che un'artista così importante come Maurizio Cattelan sia interessato alla progettazione di prodotti dedicati al largo consumo, oppure Studio Job che ha sempre lavorato su pezzi altamente esclusivi ora si stia avvicinando a prodotti di grande distribuzione. Non vorrei spiegare ad un alieno cosa è il design perché non è veramente quello che sto facendo neanche io. La Monkey Lamp di Marcantonio ad esempio non è un oggetto di design, perché è un oggetto in sé molto primitivo, una scimmia che semplicemente tiene in mano una lampadina.

Qual è l'insegnamento più grande che ti ha dato tuo padre, fondatore della vostra azienda?
Ringrazio mio padre per avermi fatto viaggiare molto, sono andato con lui la prima volta in Oriente quando avevo 17 anni, negli anni '80. È stato come fare un viaggio indietro nel tempo e vedere com'era l'Italia molti anni prima. Un altro grande insegnamento è stato il confronto con il 'prodotto massa'. Ho imparato a capire la grande distribuzione e il gusto di molte persone, non quello di un'élite. Non ho mai pensato all'esclusività, cercando di focalizzare la mia attenzione sul dialogo con un pubblico allargato. Di solito chi lavora con l'élite non conosce cosa piace alla maggior parte delle persone. È invece possibile il contrario. Maurizio Cattelan è secondo me uno dei più grandi artisti perché la sua arte è immediata, può dialogare con un pubblico molto vasto. Basta andare in Piazza Affari e vedere L.O.V.E. un'opera pubblica a cui ognuno può dare un'interpretazione ed è sicuramente un'opera iconica.

Rispetto al prototipo d'azienda di tuo padre, qual è stato il tuo approccio innovativo, e che consiglio daresti ad un under 30 che vuole diventare imprenditore?
La nostra azienda è cambiata moltissimo negli anni, lasciando però invariata la struttura di base. Siamo in 25 in azienda, dal magazziniere a chi lavora in ufficio, ed è così da 30 anni. Ho iniziato a lavorare nel contesto della grande distribuzione. Poi 10 anni fa abbiamo iniziato una nuova avventura nel retail con Estetico Quotidiano, la gamma di prodotti usa e getta reinventati con materiali duraturi. Adesso oltre al retail c'è l'e-commerce. Ho sempre fatto degli esperimenti, mettendomi in gioco per capire cosa funzionasse di più. Questo me l'ha insegnato mio padre, sin dal primo viaggio che abbiamo fatto insieme, mi ha trasmesso il valore di esprimere liberamente le mie idee e fare dei tentativi, senza aver paura di sbagliare. Cosi non ho mai pensato a meravigliosi piatti di ceramica bianca perché in giro c'erano già. Ho dovuto inventarmi qualcosa di radicalmente diverso. Stessa cosa ho fatto per l'illuminazione con Monkey Lamp o le lettere al neon, non potevo proporre un sistema di illuminazione classico o qualcosa che fosse già in commercio. È quindi sempre necessario rinnovarsi per poter sopravvivere.

Design Pride è stato un grande successo l'anno scorso. Cosa ci puoi raccontare di questa imminente nuova edizione?
Design Pride è stato una vera celebrazione per i designer che hanno collaborato con noi e il pubblico che si è unito alla parata. Quest'anno abbiamo deciso di collaborare con Yoox e l'associazione non-profit Wunderkammer. Abbiamo pensato ad un progetto che crea un dialogo tra designer, studenti, università e imprese. Invitiamo i designer, una settantina di studenti universitari in tutto il mondo, a trovare un'azienda artigiana con cui progettare e poi poter produrre in serie un oggetto di uso comune, popolare. Gli oggetti che seguiranno queste caratteristiche e vinceranno, verranno acquistati direttamente all'artigiano, dando una percentuale allo studente che l'ha scoperto, e poi distribuiti a livello globale. È anche un modo per dare una chiave di lettura contemporanea e inaspettata ad oggetti d'uso comune di tutto il mondo. Quest'anno a Design Pride non parteciperò come azienda, ma come designer, anche se non lo sono, in team con un ragazzo con cui ho fatto una linea che si chiama Heritage. Siamo andati in un'azienda che produce sedie, e con la tornitura abbiamo realizzato dei manici da scopa, di martelli, di palette ecc. tutti oggetti molto popolari ma con una nuova chiave di lettura, perché non si possono fare solo sedie con la tornitura. Bisogna sempre reinventarsi. Pensare in modo diverso.

Qual è l'oggetto di Seletti che nel tempo è rimasto il tuo preferito e di quale invece ti penti?
Tendenzialmente mi innamoro di tutti gli oggetti che produco, ma Inception è un progetto bellissimo che mi è rimasto nel cuore. Circa 7-8 anni fa ho trovato uno dei primi laboratori che stampava in 3D. Ho chiesto così di farmi un profilo con i grattacieli di New York da tenere sulla scrivania. Un giorno venne a trovarmi in studio Luca Nichetto, con cui ci stavamo confrontando per avviare una collaborazione. A un certo punto vide lo scan 3D che avevo sulla scrivania e gli venne l'idea di farci uno scolapiatti. Però non è mai andato bene come prodotto, non è stato capito dal pubblico, forse è diventato troppo design e poco Seletti. Inception è un prodotto bellissimo che mi è rimasto davvero nel cuore.

Come ti immagini le nostre case nel 3017?
Credo che tutta la casa e i suoi oggetti si interfacceranno con la tecnologia. Basta pensare alla logica del divano. I divani dei nostri nonni e genitori erano comodi, servivano per fare conversazione. Oggi sono molto più profondi, in modo da poterci sdraiare per guardare la tv o lavorare con il computer sulle ginocchia. Il divano oggi è progettato in funzione degli schermi con cui interagiamo. Credo che la profondità del divano aumenterà sempre di più. Forse la casa diventerà un grande divano, un nido cosmico.

Grazie Stefano, ci vediamo al Design Pride 2017

Crediti


Testo Gloria Maria Cappelletti
Foto Meschina