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abbiamo incontrato l'artista multidisciplinare scarlett rouge

L'artista ci ha parlato della sua ultima installazione, Beyond the Walls of Eden, del rapporto con la madre Michèle Lamy e del suo amore per Torino.

di Fabrizio Meris
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17 novembre 2016, 2:55pm

Torino si conferma uno dei centri culturali più affascinanti in Italia, in grado di attrarre creativi anche dall'estero. Durante la settimana torinese dedicata all'arte contemporanea noi di i-D abbiamo avuto modo di incontrare Scarlett Rouge, una di queste artiste che hanno fatto della città che ha visto nascere l'Arte Povera, la propria casa. Incontriamo Scarlett nella medioevale Casa del Pingone, un palazzo quanto austero e freddo all'esterno quando confortevole e accogliente all'interno. È infatti la sede di IQOS Embassy che ha invitato il duo artistico Scarlett Rouge e Saulo Madrid a mostrare durante i giorni della fiera ARTISSIMA il loro ultimo progetto composto da due video ed un gruppo di nuove sculture. Scendendo nelle cantine di questo affasciante luogo la luce si affievolisce e l'occhio si prepara alla proiezione di Beyond the Walls of Eden, il lavoro centrale della mostra che vede recitare fianco a fianco la stessa Scarlett e sua madre Michèle Lamy, l'icona internazionale di stile, moglie e musa del designer Rick Owens.

Hai completato il tuo BFA nel 2002 al prestigioso CalArts (California Institute of the Arts). In un primo momento laureandoti in fotografia, ma poi "sentendo troppo la mancanza della luce del sole nella camera oscura", sei passata ad altri medium, pittura ed installazione. Quale è la tua definizione di "oscurità" e di 'luce"?
La mia mostra qui a Torino ha proprio a che vedere con l'idea sia di oscurità sia di luce: ho cercato di andare in profondità, nei diversi livelli del subconscio, portando le impressioni alla luce. La luce però è anche un paradosso. Associamo infatti automaticamente l'oscurità con il nostro subconscio ma quello è anche la sede del nostro mondo onirico e i sogni possiedono una loro luce propria. Il mondo dei sogni forse è il vero mondo di luce mentre è questo in cui ci troviamo il luogo dell'oscurità.

Che tipo di adolescenza hai avuto ?
Sono cresciuta a Los Angeles ma ho passato la mia adolescenza a Lione, in Francia. Era un momento complesso per i miei genitori a LA e per questo mia madre e mio padre hanno deciso che avrei avuto un'educazione migliore in Francia con i miei zii materni e mia nonna. Penso di essere stata fortunata in questo. Los Angeles non è un posto in cui è facile essere adolescenti. Senti il desiderio di libertà ed indipendenza ma non puoi andare da nessuna parte senza una macchina e questo può generare un senso di frustrazione.

Cosa ricordi di quegli anni a Lione ?
Ho frequentano una scuola internazionale ed essendo raggruppati in classi per area geografica alla fine molti dei amici erano ironicamente proprio originari della California come me. Quello che ricordo maggiormente è che avevo molta libertà e che la vita era assolutamente sicura al contrario di Los Angeles dove negli anni '90 potevi tranquillamente essere in macchina e all'improvviso doverti abbassare perché qualcuno sparava in mezzo alla strada. Penso che la mia identità si sia plasmata maggiormente a Lione piuttosto che a Los Angeles.

Quali erano i valori in cui credevi e cosa ti indignava?
Molte cose. Quando ero piccola Michèle (Lamy) ha sempre gestito ristoranti e per questo penso il tema del cibo abbia avuto un posto speciale mentre crescevo. Durante una lezione di scienze a scuola ricordo come ci abbiamo mostrato le brutale condizioni di vita del bestiame. È stato uno shock e da quel giorno non ho più mangiato una bistecca per almeno dieci anni.

Sei vegetariana tutt'oggi?
Ho avuto una fase vegetariana ma oggi cerco di essere più elastica, ero troppo magra e per me non era salutare. Continuo però ad essere profondamente a disagio con le abitudini alimentari diffuse in America e l'industrializzazione del cibo. È molto triste pensare che tutto arrivi impacchettato e standardizzato e che la gente non si fermi a riflettere né sulle condizione di vita degli animali né su quanto la terra sia inquinata e impoverita per sostenere questo tipo di cultura legata allo spreco ed al profitto.

Ho letto che hai lavorato a Les Deux Café - l'iconico ristorante creato a Los Angeles da tua madre Michèle Lamy - passando da tutti i gradi di carriera, dal più umile aiuto cameriere fino a capo chef.
Nella mia famiglia si dice che sia stata una cosa molto positiva che Michèle mi abbia cresciuta nel rispetto del lavoro, ed io sono d'accordo. Da un lato mi fa piacere pensare che mia madre consciamente mi abbia offerto un punto di vista sulla realtà per bilanciare quando - per certi versi - ero protetta e viziata, ma dall'altro è vero che per me è stato un modo pratico per condividere tempo con mia madre. Michèle è completamente devota al suo lavoro - qualunque esso sia in quel momento - così quando tornavo a Los Angeles a trovare i miei genitori, lavorare per lei era un modo per conoscerla meglio e per passare assieme. È stata un'esperienza intensa per una ragazzina relazionarsi con la propria madre in maniera adulta. Non sapevo mai esattamente come rivolgermi a lei in quel contesto lavorativo, chiamarla "mamma" o per nome, alla fine ho preso l'abitudine di chiamarla Michèle, un'abitudine che ancora oggi faccio fatica a scrollarmi di dosso.

Il vostro video "Beyound the walls of Eden" in mostra qui nella Casa del Pingone è girato nell'ultimo appartamento disegnato da grande Tony Duquette, al numero 1 di Place du Palais Bourbon a Parigi: il set perfetto per la pratica interdisciplinare tua e di Saulo…
Mi sono appassionata al lavoro di Duquette quando ho iniziato a vivere in quell'appartamento ma è come se lo avessi sempre conosciuto. Duquette era un genio a tutto campo - nell'arredamento, nel design - e ha lavorato alle scenografie di molti film della Hollywood degli anni '40 quando l'industria cinematografica era più simile alla nostra idea di teatro. Mio padre ha sempre preferito farmi guardare film in videocassetta e non la televisione, così ho avuto modo di vedere tutti quei vecchi film. Ho amato il lavoro di Duquette, pur senza sapere fosse suo, fin da piccola. Adoravo quei musical, hanno lasciato una traccia dentro di me in qualche modo.

Ho avuto la possibilità di visitare la villa di Duquette sulle colline di Bel Air a Los Angeles. I suoi giardini ricordavano veramente un piccolo Eden: quale è la tua idea Eden?
In certe città come qui a Torino ci sono bellissimi parchi in cui il razionalismo del giardino all'Italiana lascia lo spazio ad un qualcosa di più sauvage. Lì è dove la natura si esprime al suo meglio. Ma penso di essere ancora alla ricerca del mio Eden sulla terra.

Come è nato questo progetto?
Il video vuole cercare di toccare i propri traumi passati attraverso l'inconscio. È incentrato su Michèle e su di me, sulla nostra esperienza di madre e di figlia. Di quanto all'inizio mi sentivo oppressa dalla sua "grandeur" e del mio ricercare una mia voce, una mia strada... E nel contempo è un opera che aspira a riflettere sull'ineluttabilità della vita e sulla morte. E una storia personale che abbiamo cercato di rendere universale. Durante il video si possono distinguere due momenti, un primo momento in cui cerchiamo un confronto senza trovarlo ed un secondo in cui sedute ad un tavolo da pranzo ci mettiamo letteralmente l'una nei vestiti dell'altra affrontando un processo catartico, per lei e per me ma anche per lo stesso Saulo.

Come la presenza di Saulo entra nel vostro rapporto madre-figlia ?
Uno dei motivi che hanno portato alla realizzazione di questo lavoro è stata la morte della madre di Saulo a cui era molto legato. Per lui è stata un'esperienza molto dura e subito dopo gli ho chiesto di raggiungermi a Parigi per passare del tempo assieme. Un'esperienza che ho rivissuto nelle storie di altri due amici che sono venuti da me per essere consolati: ciò mi ha portato a chiedermi come io avrei reagito alla perdita di mia madre. Ero entrata in uno stato mentale un cui mi sembrava di stare già elaborando il lutto per la perdita di Michèle anche se lei era ancora in vita. Quando ho avuto la possibilità di sviluppare questa storia il tema è emerso spontaneamente perché era quello che stava succedendo nelle vite di Saulo e mia. Ci siamo aperti e abbiamo lascito che le paure ed i sentimenti emergessero.

L'arte quindi è stata terapeutica?
Desideravo lasciarmi alle spalle tutti i traumi del passato e lavorare a questo video mi aiutata in questo, riallacciando i legami con mia madre.

Il tema del giardino dell'Eden è molto affasciante ma nella cultura occidentale è inevitabilmente legato all'idea di peccato originale: cosa è per te il peccato?
Penso sia il rimanere ancorati a tradizioni che non hanno più alcun senso nella nostra società e cercare di spingere la gente a vivere nel passato. Sicuramente la ricerca del profitto ad ogni costo senza considerare i costi umani ed ambientali, questo è un altro "peccato".

Cosa rappresenta per te l'arte?
Penso sempre all'insegnamento di mio padre (Richard Newton n.d.r) che è lui stesso un artista, mi ripeteva che l'arte ha a che fare con la vulnerabilità. Ed è cosi che si entra in sintonia con le persone. Mostrando se stessi nudi e vulnerabili al pubblico si crea un dialogo che permette di aiutarci gli uni con gli altri.

E qual è l'essenza della bellezza femminile ?
Un volto sospeso tra una perfetta simmetria e un qualcosa di brutto e grafico come una cicatrice. L'esperienza della vita a volte porta con sé un po' di bruttezza ma dà carattere.

Un regista che è stata fonte di ispirazione per il vostro lavoro?
Più di uno: David Lynch, Peter Greenaway e Andrzej Żuławski per l'uso della simbologia e dei codici alchemici, che è la stessa cosa che fa Matthew Barney ma in maniera più aggressiva.

E nell'arte?
Penso a Louise Bourgeois che nella sua vita di artista ha sempre esplorato il trauma infantile. Sicuramente un artista a cui inspirarsi e Carol Rama che ora è in mostra qui a Torino.

Ho scoperto che vivi proprio qui a Torino…
Ho passato tutta la mia vita fra Los Angeles e Lione prima e fra LA e Parigi più tardi. Adoro LA ma è veramente molto molto lontana e Parigi fatica invece ad offrire una prospettiva sulla natura. La prima volta che sono venuta a Torino quattro anni fa ho pensato che avesse molto verde, che la qualità della vita fosse alta e che la gente rispondesse al mio lavoro e alla mia ricerca. Sono tornata più volte ed alla fine mi sono trasferita.

E come ti trovi?
Mi sento veramente a casa. Mi piace passeggiare con il mio cane sulle colline della città dove vivo ed essere circonda dal verde senza dover rinunciare ad una notevole offerta culturale. È una città complessa, aristocratica e antica da un lato ma anche industriale. Ci sono spazi incredibili, liberi come oggi si trovano a Berlino, il che mi permette di avere una casa ed uno studio molto grande cosa che sarebbe stata difficile a Parigi.

Nessun difetto ?
Forse che non tutti parlano inglese ma non è un problema perché la maggior parte delle persone adulte parla francese, che per me è perfetto.

Immagino che tu sappia che Torino è una città un po' magica, credi nell'esistenza di universi paralleli?
Quando si sente parlare di universi paralleli può sembrare che si parli di film di fantascienza, ma oggi la scienza sta facendo incredibili scoperte che rendono questo tema terribilmente affascinante. Sono convinta esistano dimensioni parallele e la fisica quantica ha ridefinito - se vogliamo - certi concetti creazionisti, dimostrando come tutto l'universo abbia ancora molto da svelarci.

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Immagini su gentile concessione dell'Artista Scarlett Rouge

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