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massimo torrigiani, il pac-man

Se sei in cerca del giallo dell'estate per le tue vacanze ma sfortunatamente non abbandonerai la città (sì, sono tempi duri), non devi fare alto che andare al PAC, il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano. Qui ti potrai immergere nel perfetto...

di Fabrizio Meris
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14 novembre 2014, 1:40pm

Foto Gloria Maria Cappelletti

Wonder boy dell'editoria indipendente italiana, co-fondatore di Boiler Corporation e del trimestrale di fotografia Fantom, Massimo è stato inoltre il direttore artistico per tre anni di SH Contemporary, la dinamica fiera d'arte contemporanea di Shanghai. Qui da i-D lo abbiamo già soprannominato "The PAC-man": con lui abbiamo parlato di fotografia anni Ottanta, censura e video-games.

Come nasce la tua passione per l'editoria indipendente?
Non ero ancora arrivato al Ginnasio e i miei amici più grandi mi avevano introdotto a Il Male, la rivista anarchico-satirica, e allo spirito grottesco e insubordinato italiano, adesso inaridito. C'erano le riviste musicali inglesi: Melody Maker, NME, Sounds; poi Frigidaire e Rockerilla, le prime copie di i-D e The Face da Londra, Alfabeta, Flash Art, Leggere, Artforum da New York... Ma c'erano anche le case discografiche e le case editrici indipendenti, le radio (il mio primo lavoro e primo amore), i club, le micro librerie, i piccoli negozi di dischi. La mia prima rivista, di arte e letteratura, aperiodica e di vita breve, l'ho fondata con tre amici a vent'anni, nel 1986.

Quale lavoro fotografico ti ha colpito di più in quegli anni?
Qualli di Andy Warhol, Gilbert & George, Jean-Paul Goude con Grace Jones, Lazlo Moholy-Nagy e Linder Sterling, che riprendeva il lavoro dei surrealisti e di Hannah Höch e lo portava nel mio mondo. Ma anche Ted Serios che fotografava con la mente, Ugo Mulas, il lavoro grafico di Peter Saville, le idee di Brion Gysin e William Burroughs... Non tutti sanno che Viaggio in Italia - uno dei progetti più importanti della fotografia - ha preso forma per la prima volta nel 1984 a Bari, la città nella quale sono nato e cresciuto, con una mostra alla Pinacoteca Provinciale. Ha avuto un impatto fortissimo sul mio modo di vivere e guardare le cose.

A che età l'hai vista per la prima volta?
Nel 1982, a 16 anni, avevo seguito un corso di teoria e storia della fotografia guidato da Carlo Garzia, un fotografo e intellettuale di Bari, uno dei venti fotografi del "Viaggio" - insieme a Barbieri, Castella, Ghirri, Guidi - che aveva fomentato quella mostra e introdotto me al postmoderno. A Susan Sontag, Roland Barthes, Raymond Queneau, e a una riflessione su naturalismo e rappresentazione che mi aveva portato a leggere Flaubert e Maupassant, Martin du Gard e Robbe-Grillet. Molte delle mie passioni passano, e partono, da quel corso di fotografia e da quella mostra.

Pensi sia ancora attuale?
L'attualità delle cose dipende dal nostro sguardo, ma direi di sì: adesso sembra che tutti siano interessati alla fotografia italiana di quegli anni, tanto che il lavoro di quei fotografi (dai più "analitici" alla Guido Guidi, ai più "politici" alla Uliano Lucas) sono in fase di riedizione dalle case editrici internazionali più attente. Per lo studio della fotografia, Sontag e Barthes sono ancora "il" riferimento. Lo stesso vale per Warhol e Moholy-Nagy, le cui intuizioni ci disorientano ancora. Il che dimostra anche che la fotografia è tutta e sempre contemporanea.

Usi Instagram?
È diventato uno dei miei canali di informazione preferito. Posto ma soprattutto seguo, ad esclusione dei selfisti: non ne ho trovato uno che stia facendo un buon lavoro, al di là del narcisismo e della più banale auto-promozione. Il self è apparentemente vivo e vegeto invece che morto e sepolto come dovrebbe. La persistenza dei livelli più bassi di vita bilancia probabilmente l'astrazione del digitale. Di fronte all'ignoto ci si aggrappa a costruzioni arcaiche come il sé. Siamo animali abitudinari e pieni di paure. Tutti quei selfie sono una generalizzazione della cultura delle celebrità, e il modo di dire "ci sono, guardate: sono bello interessante simpatico, esisto, sono io" di chi si sente sparire nell'immensità di un mondo percepito come irreale. Grazie al cielo proprio quel gesto fa scomparire tutti: un miliardo di self si riducono a niente.

Preferisci l'analogico o il digitale?
Tutti e due: libri e Kindle, riviste e iPad, vinile e Spotify, Guido Guidi e Steven Meisel.

Pensi che i social abbiano modificato il concetto di street style?
Penso che lo abbia fatto prima la moda, al punto che lo street style non esiste più. Esiste solo la moda, diventata onnivora e onnicomprensiva. Il che è tutto sommato un bene, perchè ogni cosa che non ha un fuori prima o poi muore d'asfissia e rinasce sotto altra forma. E francamente della moda così com'è diventata non se ne può più: essenzialmente una cosa così Ancien Régime, per donne annoiate e cicisbei.

Cosa indossano oggi i punk?
Quello che gli pare, come John Lydon-Johnny Rotten fin dal principio. L'autonomia è darsi le proprie regole. Il punk è un'attitudine: tutt'al più una posa, non uno stile.

Cosa c'era nel tuo bagaglio di ritorno dall'esperienza in Cina come direttore di Shanghai Contemporary?
Tante miglia, la benedizione di un po' di nuovi amici, la voglia di Shanghai, ma anche di Taipei, Tokyo e piccole dosi di Pechino, la riconsiderazione dell'idea di ambiguità, tante boccate di aria fresca (anche se non sempre pulita), uno sguardo diverso sul nostro mondo, il senso di vertigine e lo strano piacere nel percepire lo spostamento dell'asse che ha tenuto in sesto la terra negli ultimi secoli.

Pensi che Shanghai sia la Londra del futuro?
Non direi proprio. Grazie al cielo è una città come non ne abbiamo ancora viste. Per capire quel mondo, o anche per arrendersi felicemente all'impossiblità di capirlo, un buon punto di partenza è evitare di fare paragoni impropri. È un multiverso, un'alterità culturale vera, che sfugge anche a chi la osserva a lungo e con attenzione.

Cosa pensi della censura?
Che va combattuta sempre e in ogni modo, ma come tante cose brutte e negative ha anche dei paradossali effetti collaterali positivi. Il ribaltamento è una delle mie figure preferite, amo l'ironia della sorte. Per esempio, gli artisti cinesi sono critici del loro mondo quanto e più dei nostri, ma il contesto li porta a farlo in modo più sottile ed ellittico; in maniera meno didascalica, senza slogan. Forse con più ironia e disincanto. Qui la cultura è diventata così puritana e conformista che nei musei e nelle fiere - con rarissime eccezioni - non c'è nulla da censurare nemmeno a volerlo. Dovendo occuparmi di censura - un problema sociologico più che artistico - mi preoccuperei più di questo che della censura in Cina. La cultura ha tra le sue funzioni principali e più efficaci quella di insegnarci ad autocensurarci. E non dimenticherei che il Folkwang Museum di Essen in Germania ha appena censurato una mostra di Balthus. Come non dimenticherei le censure di Mapplethorpe, Serrano, Wojnarowicz, e nel nostro misero, a Milano, la fantomatica mostra su arte e omosessualità, organizzata e mai aperta per un ancor più fantomatico timore della curia o del comune senso del pudore.

Qual è l'uomo cinese più carismatico?
Nel bene e nel male, il Presidente Mao.

E la donna?
Shanghai.

Cosa ne pensi dell'Italia?
Paghiamo caro il privilegio della nostra componente anarchica e anticonformista, che si riflette inevitabilmente sullo Stato, ma l'insofferenza alle regole ha i suoi lati positivi. E preferisco guardare a quelli. "Nella lotta tra te e il mondo, asseconda il mondo," ha detto Kafka, e io ho sempre provato a seguirlo. Un antidoto contro il misantropismo. Tutto sommato, a pensarci bene, nonostante nell'arte contemporanea internazionale l'Italia sia diventata periferica e poco influente, rispetto ad altri posti burocratizzati fino alle vette più alte dello spirito, è ancora una strana boccata d'aria fresca.

Parlaci del corso nel nuovo PAC.
Il mandato dell'Assessore Del Corno e della giunta è dare al PAC una direzione, strappandolo al destino di "location", di luogo di "eventi", di farne un luogo attivo e vivo per Milano, di testimoniare le nuove energie creative che attraversano il mondo e la vita delle nuove generazioni. Il resto si vedrà: la cultura dell'anticipazione e dei proclami mi annoia. Meglio mantenere che promettere. Il nostro lavoro verrà giudicato dai risultati, volta per volta.

Ti piacciono i video games?
No, mi son fermato a Pac-Man, quando marinavo scuola e mi nascondevo nelle sale giochi. E al primo Tetris, quando dovevo distrarmi dalla scrittura della tesi. Mi secca star davanti a un monitor e provo a stare poco davanti al computer. Ovviamente senza riuscirci.

L'ultimo giocattolo che hai regalato a tuo figlio?
Una chitarra. Gli piacciono gli strumenti a corda e i tamburi.

pacmilano.it

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Foto Gloria Maria Cappelletti