Fotografia di Mitchell Sams

gucci a/w 20: qual è il vero significato di quelle maschere?

Per Alessandro Michele le maschere non nascondono chi siamo, ma lo portano esattamente in primo piano.

di Steve Salter
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21 febbraio 2019, 2:41pm

Fotografia di Mitchell Sams

Presentata con sullo sfondo un set composto da 120.000 luci al LED che hanno accecato quelli in first row e accompagnata da una colonna sonora remixata del Gabriel’s Message, Gucci ha portato in passerella una collezione autunno/inverno 20 spiccatamente sartoriale che esplorava il potere degli abiti in quanto maschere dell’identità.

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C’erano maschere veneziane borchiate perfette per catturare l’attenzione e uno styling perfetto per Halloween. Consegnato in scatole di legno anticate, l’invito era una maschera in cartapesta di Ermafrodito, figli* sia uomo che donna di Ermes e Afrodite diventato oggi simbolo dell’androginia. Fino a qui, tutto molto Gucci, vero?

Tra dinosauri, alieni, cartoni animati, paillettes, cuccioli di drago e fish’n’chips, tutti (e tutto) sono i benvenuti nel multiverso Gucci in cui Alessandro Michele unisce antico e austero, glamour e pop, trash e colore. Stagione dopo stagione, l’enciclopedia di referenze creata dal Direttore Creativo attraversa culture, secoli e continenti diversi. Dall’Antica Roma alla Londra degli anni ‘70, dalla Magna Grecia a Instagram, l’eccesso ha sempre generato stupore e ammirazione. Ma per l’autunno/inverno 20, c’è stato un cambio di programma.

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Come sempre, Michele ci ha dato molto su cui riflettere, fornendoci minuzie in cui perderci e abiti a cui ispirarsi, ma sotto uno styling teatrale si nascondeva una collezione quasi smorzata nei toni, che celebrava il potere dei completi giacca pantalone. “Le maschere erano una metafora per esplorare il significato degli abiti e ciò che questi dicono di noi nella vita reale,” ha spegato il designer dopo la sfilata. Lontano dalle luci e gli specchi che hanno inondato il Gucci Hub di Via Mecenate, Alessandro ci ha ricordato che tutto il mondo è un palcoscenico, e che gli abiti sono i costumi che scegliamo di indossare un giorno dopo l’altro.

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Dal suo arrivo, a ogni sfilata viene fornita una lista di letture approvata da Michele stesso; per l’autunno/inverno 19 si trattava della filosofa tedesca Hannah Arendt e del suo saggio Vita Activa.

“Ci ricorda che siamo persone nel momento in cui scegliamo la maschera attraverso cui ci mostriamo sul palcoscenico del mondo,” si legge nella elaborata nota introduttiva. A volte ne siamo consci, a volte no; a volte lo facciamo nel mondo virtuale, altre nel mondo reale, ma tutti indossiamo maschere, sempre e comunque. A volte per nascondere la nostra identità. Altre per mostrare chi siamo davvero. “È in questa scena condivisa di comparizione che definiamo la nostra soggettività e il nostro posizionamento etico e politico,” continuava il testo. “È in questo esporsi sulla scena pubblica che gli individui si rivelano gli uni agli altri nelle loro identità plurali. Lo spazio di visibilità costituisce dunque la condizione di possibilità dell’essere-insieme e al contempo diversi.”

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Questa è stata la prima sfilata di Gucci dopo lo scandalo del blackface, quando il brand ha messo in vendita un balaclava nero fatto a maglia con un foro sulla bocca e labbra rosso fuoco pronunciate (a/w 19) per poi ritirarlo dal commercio dopo le critiche ricevute sui social media. In una lettera condivisa con i dipendenti Gucci qualche settimana fa, Michele ha raccontato il suo dolore e “quello delle persone che hanno visto un mio progetto creativo come un insulto intollerabile,” spiegando poi che l’accessorio era un omaggio al compianto Leigh Bowery, performer, artista e designer degli anni ‘80 a cui si ispira da lungo tempo. Di fronte alla richiesta di un commento sull’accaduto dopo la sfilata, Michele ha spiegato che dal rimorso nascerà qualcosa di positivo. “Impareremo la lezione e questa azienda farà le cose in modo diverso,” ha ripetuto. La moda può, e deve, fare di meglio in materia di rappresentazione culturale. La diversity deve essere sempre maggiore, fino a diventare la prassi. Marco Bizzarri, CEO di Gucci, ha di recente annunciato una serie di iniziative volte a generare coscienza culturale e diversity all’interno del brand. E se a volte le scuse possono essere viste come ciniche mosse per limitare i danni, le parole del Direttore Creativo sembravano davvero piene di dolore.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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