Adelita Husni-Bey, dalla serie “The Council”,  Duomo di Vetro 2018. C-print, 142 × 177 cm Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea, Modica.

questa artista italiana ci parla dell’importanza dei costumi nelle sue performance

Dopo MoMa e Biennale di Venezia, Adelita Husni-Bey espone ora nella sua prima personale italiana le sue opere d'arte multipiattaforma. L'abbiamo intervistata per scoprire come l'arte e moda si incontrano.

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giu 15 2018, 1:40pm

Adelita Husni-Bey, dalla serie “The Council”,  Duomo di Vetro 2018. C-print, 142 × 177 cm Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea, Modica.

Adunanza è la prima personale in un’istituzione italiana dell'artista Adelita Husni-Bey. La mostra ha inaugurato venerdì scorso alla Galleria Civica di Modena, è curata da Diana Baldon e Serena Goldoni e riunisce in un'unica sede l’eterogenea produzione che Husni-Bey ha sviluppato negli ultimi dieci anni tra video, installazioni, opere pittoriche, serie fotografiche, disegni e lavori su carta. Italianissima ma oggi di base a New York, questa artista si è distinta nell'ultimo periodo nel panorama dell'arte contemporanea internazionale e ha partecipato a manifestazioni di rilievo come la Biennale d’Arte di Venezia (2017) e la mostra Being: New Photography al MoMA di New York (2018).

Fin da giovane s’interessa a temi politici e sociali complessi, indagandoli attraverso studi di sociologia, teorie educative anarco-collettiviste e pratiche d’insegnamento sperimentali. Le sue opere si fondano su e nascono da processi collettivi, prendendo di volta in volta la forma di workshop e giochi di ruolo a cui partecipano varie tipologie di comunità, tra cui studenti, atleti, giuristi e attivisti politici. L’opera finale, i cui proventi vengono sempre contrattualmente condivisi con i partecipanti, restituisce solo una piccola parte dell’atto pedagogico che si realizza durante i laboratori. Così, dopo l'inaugurazione di Adunanza, ne ho approfittato per fare due chiacchiere con Adelita e approfondire meglio la complessità del processo che si cela sotto la superficie dei suoi lavori.

Adelita Husni-Bey, dalla serie “The Council”, Duomo di Vetro 2018. C-print, 142 × 177 cm Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea, Modica.

Che tipo di reazioni hanno i partecipanti al workshop? E in che modo li cambia la partecipazione?
I partecipanti al workshop possono decidere se prestare o meno la propria immagine per l’opera finale, che restituisce solo una piccola parte dell’atto pedagogico che si realizza durante le giornate del laboratorio. A fine workshop c'è sempre una sezione di feedback, dopodiché raccolgo le immagini e faccio l’editing: il lavoro finito è la mia visione di quel che succede, e anche questo è molto chiaro fin dall’inizio ai partecipanti.

Inoltre, uno dei passaggi del processo di creazione dell’opera è dato dai commenti che ricevo dopo aver mostrato il film ai partecipanti. Lavorando anche con adolescenti si va dal classico "wow, ma come sembro bella in questo frame!” a pensieri più profondi, come quelli formulati dai giovani atleti di After The Finish Line, progetto dal quale sono scaturite reazioni molto forti.

La domanda mi è venuta in mente proprio guardando After The Finish Line, video del 2015 in cui vengono raccontate le vicende personali di giovanissimi atleti vittime di infortuni. Si tratta di un frangente molto toccante e personale per un atleta, sei d'accordo?
Sì, è qualcosa di delicato e molto intimo, perché parliamo di traumi e vicende personali difficili da traslare sul piano della conversazione pubblica. Cercare di farlo con sensibilità e tatto non è facile. All’opening della mostra, quando ho presentato il film per la prima volta, i genitori di una delle ragazze mi hanno detto di non essere mai entrati in un museo o galleria d'arte in vita loro, ma la figlia aveva riferito loro che il workshop era stato molto intenso. Lei non aveva mai avuto l’opportunità di fare un percorso simile a quello che abbiamo sviluppato in After The Finish Line, in precedenza aveva fatto solo counseling individuale e non immaginava che la sua situazione fosse la stessa di altri ragazzi. Inoltre, non aveva mai fatto del teatro attorno a questo. Ecco, quella scena mi ha colpito.

Nel film ripetono alcuni gesti ispirati al Teatro degli oppressi: quello di supporto alla schiena, di coprire il ginocchio, le ferite, le cicatrici. Si tratta di movenze che solitamente non facciamo e che ho usato come metodo per comprendere e riattivare il senso di identità, di cura verso sé stessi e verso gli altri che il trauma cancella. La ferita, infatti, spesso isola i ragazzi, perché si sentono dei falliti nonostante la giovane età. Il workshop è un modo per dire loro non solo "questo non è un fallimento," ma anche "la ragione per la quale ti senti fallito è che la società è costruita in questo modo e il fallimento è una costruzione sociale, non è la tua identità."

Entrando nello specifico di After The Finish Line, i ragazzi che hanno partecipato a questo progetto li abbiamo reclutati tramite il dipartimento di riabilitazione del Children’s Hospital di Oakland, in California. Aver lavorato con un ospedale ha suscitato reazioni forti non solo nei ragazzi, ma anche nei genitori, che mi hanno dato numerosi feedback. All'opening sono venuti tutti: dottori, genitori e terapeuti. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di persone non interessate all’arte e che si sono quindi trovate all'interno di un luogo insolito. Allo stesso modo, per il mondo dell’arte, solitamente così distante dagli altri ambienti, è stato interessante vedere un pubblico diverso dal solito, ma che cercava comunque di apprezzare le opere esposte e che ne veniva toccato.

Resti in contatto con i partecipanti una volta finito il workshop?
Sì, anche se rimane un'esperienza altamente individuale. Dopo il workshop rimango in contatto con loro, ad esempio con i ragazzi di Agency abbiamo un gruppo Facebook e ogni volta che mostro il lavoro ne parliamo e lo commentiamo. Lo stesso vale per i ragazzi di After the Finish Line, quando l'anno scorso abbiamo esibito il lavoro al Whitney Museum di New York ho scritto a tutti per avvertirli, inviandogli poi un assegno con la loro parte di guadagno. Insomma, il rapporto continua anche terminato il workshop.

Adelita Husni-Bey, Agency (still) 2014. HD video - 40' Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea, Modica.

Come decidi attraverso quale media avviene la restituzione dell’opera? Quasi sempre c’è un video, a volte foto, a volte disegni.
Dipende da più fattori, come il momento in cui mi trovo e i media che ritengo più consoni per un determinato lavoro. Chiaramente, per realizzare una struttura narrativa è importante utilizzare il film, così da costruire una storia che si sviluppa nel tempo, mostrare alcuni degli esercizi fatti con i ragazzi e allo stesso tempo mantenere una poetica. La foto ha una funzione molto diversa, perché immortala un momento specifico e ti permette di osservare i dettagli, come le pose dei ragazzi e il modo in cui le eseguono.

Scelgono loro, quindi?
Sì, assolutamente. Sia in The Council (2017, lavoro realizzato al MoMa), sia in Agency (2014) è andata così. Durante Agency ho chiesto: "Se voi foste dei politici, come vi vestireste? Sapete come si vestono i politici, come posano? E i banchieri come posano?" Per l'occasione avevo realizzato delle banconote decostruite dell’Euro per darle ai banchieri, perché all’interno del gioco di ruolo c’erano anche dei soldi da scambiare; era uno spunto per parlare di economia. I banchieri hanno tenuto questa banconota con l’Euro che cade a pezzi davanti al volto. Gli attivisti, invece di fare la solita posa con il pugno rivolto verso la camera un po’ alla Bobby Seale, hanno deciso di girarsi e di creare un’ambiguità.

Nel film i ragazzi si dividono in due gruppi, diventano di estrema destra, poi di estrema sinistra, poi un gruppo prende il potere politico, cerca di far diventare la società fascista per avere in pugno tutti quanti e di conseguenza si innesca un discorso su come il potere, se inteso attraverso un’ideologia fascista riesca a insediarsi e consolidarsi attraverso la paura. Adducendo come causa alcune pericolosità sociali, i ragazzi stabiliscono una specie di comitato per la sicurezza e così facendo potere si solidifica molto in fretta. Abbiamo discusso molto di queste dinamiche.

Adelita Husni-Bey, After the Finish Line (still) 2015 4K video, 12'39'' Courtesy l’artista, Whitney Museum of American Art e Laveronica arte contemporanea, Modica.

Quindi si tratta di veri e propri esperimenti sociali?
Sì, in un certo senso lo sono. C’è sempre una vena di tristezza nei miei lavori, perché sono tutti rappresentativi e giocano su un immaginario preciso. È un aspetto fondamentale della mia pratica artistica; non farei l’artista se non pensassi che cambiare o dare la possibilità di spendere il proprio immaginario non sia uno strumento fortissimo, forse lo strumento più forte che si possa avere in mano. Per me la cultura è questo.

La cultura ti rende più consapevole e ti permette di poter cambiare il punto di vista, non credi?
Assolutamente sì, ti mette nelle condizioni di sapere che c’è qualcosa di diverso e ti dà una libertà interpretativa. La cultura è pedagogica, non didattica, perché non ti dice mai "questo è così e questo è colà." Una definizione di pedagogia molto belle l'ha data Alex Alberro, storico d’arte newyorkese: "c’è una differenza forte tra pedagogia e didattica, se io ti dovessi dare dei cubetti di legno e ti dicessi come metterli per fare una casa, lì ti sto dando un’istruzione didattica; se ti do dei cubetti di legno e ti chiedo 'come si costruisce una casa? Pensiamo a cosa fa una casa? Cosa vuol dire per te una casa in senso sociale più ampio?' Ecco, questo è un lavoro di pedagogia.”

Credi che lavorerai anche con adulti o ti concentrerai sempre su adolescenti e bambini?
Ho lavorato tanto con gli adulti, l'ultimo progetto è Incontri sul dolore (2015). Poi c'è Ard, che non è in mostra e che ho realizzato in Egitto lavorando con persone che stavano perdendo la casa per colpa di un enorme progetto di sviluppo urbano, Cairo2050. In quel caso avevo prodotto una maquette della città futura, mostrando come effettivamente le loro case sarebbero scomparse. Dopo lunghissime settimane di conversazioni sulla collocazione dei nuovi palazzi, provando a guardare questa nuova avveniristica città dove però loro non esistevano più, i partecipanti hanno deciso di riutilizzare gli edifici presenti e creare una nuova città. Nel film si vedono le loro mani mentre prendono pezzi di città e la ridefiniscono. Alla fine la maquette era completamente rinnovata, ricostruita.

Adelita Husni-Bey, dalla serie “The Council”, Duomo di Vetro 2018. C-print, 142 × 177 cm Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea, Modica.

Come racconteresti The Council, il tuo lavoro più recente? Mi ha colpito molto vedere che tu dai delle direttive ai ragazzi, ma non sai mai davvero cosa succederà.
No, infatti. Io so che voglio investigare una cosa con un fine pedagogico, così che non sia fine a sé stessa ma porti tutti, me compresa, ad accrescere la nostra coscienza e la nostra capacità di comprensione, di vivibilità. A questo proposito la teorica e filosofa americana Judith Butler ha detto una cosa molto bella, secondo lei bisognerebbe concentrarsi non più sulla rivoluzione e sul cambiamento, ma sulla vivibilità. È una cosa molto più piccola, certo, ma fondamentale se vuoi rendere il mondo degli altri vivibile.

Ma torniamo al lavoro del MoMa, The Council.
Lì non so mai cosa accadrà alla fine; la possibilità che, nel caso in cui la struttura che io metto in piedi non funzioni, tutto possa cadere e crollare è contemplata. Cresco anche io nel processo, nell’interfacciarmi con gli altri, perché le cose si evolvono continuamente. Magari lavoriamo per tre settimane, abbiamo una vaga idea di cosa e come filmare, poi alla fine del laboratorio cambia tutto. C'è un grande e costante dialogo tra me e i partecipanti, che trasforma quindi il lavoro in un processo in divenire.

Allacciandoci all’auto-rappresentazione, sempre in The Council tu hai fornito ai ragazzi una sorta di divisa composta da semplici felpe bianche. Come sei riuscita a trasformare una semplice felpa bianca in strumento identitario dai vari gruppi?
L'abbigliamento, e in particolare i dettagli, sono rappresentativi del modo di essere di un persona e di un gruppo. Ho dato a tutti una felpa bianca, e i ragazzi l’hanno tagliata in cinquemila modi diversi. La felpa bianca è diventata l’abito dell’agricoltore di marijuana nell’esperimento di educazione radicale. Per un altro gruppo è diventata la mise dei comunardi che erano governati da un’intelligenza artificiale. Questa immagine non fa parte della mostra, ma uno dei gruppi aveva immaginato che ci fosse un’intelligenza artificiale più capace dell’uomo a livello etico e morale che governava e diceva loro cosa dovevano fare e che scelte assumersi.

La parte più interessante è arrivata quando nel Consiglio tutti i gruppi si sono riuniti, perché questo team insisteva che l’intelligenza artificiale divenisse la testa di tutto il MoMa, l’entità gerarchica più alta che decidesse cosa fare per tutti. Questo naturalmente ha scatenato ore di conversazioni in cui ci siamo chiesti se un’intelligenza artificiale creata dall’uomo con un algoritmo possa effettivamente essere superiore all'uomo a livello etico e morale. Lì siamo entrati all’interno di una situazione kantiana lunghissima e attraverso le scelte che loro hanno fatto ho cercato di creare delle domande e delle strutture che rispondessero ai bisogni che avevano trovato. Ecco, quando dico che le mie opere vanno oltre i video, le immagini e quello che lo spettatore osserva all'interno di una galleria d'arte, intendo esattamente questo.

Adelita Husni-Bey, Postcards from the Desert island (still) 2010-2011 SD video, 22’23” Courtesy l’artista e Kadist Art Foundation.

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Crediti


Testo di Federica Tattoli
Immagini su gentile concessione dell'artista