il tennis si fa arte nell'universo dell'artista asad raza

L'ex chiesa San Paolo Converso trasformata in un campo da tennis. Abbiamo incontrato l'artista dietro quest'opera per capire come arte cinquecentesca e sport contemporaneo possano andare d'accordo.

di Fabrizio Meris
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13 novembre 2017, 10:18am

Installation view, Asad Raza, Untitled (plot for dialogue), CONVERSO, Milano. Foto: Andrea Rossetti

Entrando allo spazio Converso presso la ex chiesa di San Paolo Converso a Milano, il visitatore viene letteralmente catapultato dall’artista americano Asad Raza in una realtà alternativa piena di fascino. Superando la soglia del multiverso, si arriva in una chiesa cinquecentesca milanese in perfetta simbiosi con un campo da tennis dell’US Open.

Classe 1974, Raza, dopo la sua partecipazione alla Biennale del Whitney a New York e la mostra Mondialité presso Villa Empaina a Bruxelles, continua con l’installazione Untitled (plot for dialogue) l’esplorazione dei modi di abitare uno spazio ricorrendo a pratiche d’interazione tra esseri umani, esseri non-umani e oggetti. Nell'edificio sacro milanese, l’artista si relaziona all’architettura della chiesa introducendovi rivestimenti, linee, reti, racchette, delizioso tè freddo al gelsomino e allenatori a disposizione del pubblico per un gioco simile al tennis; sport di cui è assiduo giocatore e di cui ha ampiamente scritto.

Ritratto dell'artista Asad Raza

Noi di abbiamo incontrato questo sofisticato intellettuale tra un colpo di racchetta e l'altro. Ed ecco cosa ci siamo detti.

Cosa ne pensi di Milano?
È un luogo molto interessante perché riflette un livello di gusto molto alto. Allo stesso tempo, tuttavia, si può notare fra le persone un importante grado di discriminazione estetica, specialmente nella moda, nel design e nell’architettura. Proprio per questo penso sia stato interessante portare qui un progetto che è estetico e visuale, certamente, ma che dà al contempo al visitatore la possibilità d’interagire con l’istallazione. Svolgere un’azione ben definita può essere un contrappunto interessante all’atmosfera quasi voyeuristica di Milano.

È stata la tua prima visita in città?
Milano è un luogo che amo ma non avevo mai passato così tanto tempo qui prima d’ora. Alex [Alexander May, Direttore di Converso ndr] ha creato uno spazio fantastico per lavorare, principalmente perché lui stesso è un artista, per cui capisce in profondità che cosa serve ad un altro artista per sentirsi a suo agio e sentirsi supportato nel raggiungere il suo obiettivo. È stata un'esperienza fantastica sviluppare insieme questo progetto.

Cosa trovi seducente di Milano?
Trovo seducente il fatto che sia la città più aperta alla sperimentazione in Italia. È aperta al nuovo, alle influenze provenienti da altri luoghi e da altre culture. Trovo che a Milano ci sia una grande attenzione al dettaglio e mi seduce la sua capacità di cogliere la bellezza dei sui abitanti, che riescono a vivere in una maniera molto internazionale e globale, pur non perdendo la loro italianità e le loro radici.

Il tuo piatto preferito della cucina italiana?
Ne ho moltissimi, ma adesso ho un debole per la polenta!

Quali sono al contrario i punti deboli della città?
Può essere fredda e nebbiosa. E venendo da Buffalo, negli Stati Uniti, ne so qualcosa di città fredde!

Installation view, Asad Raza, Untitled (plot for dialogue), CONVERSO, Milano. Foto: Andrea Rossetti

Pensi che l’arte contemporanea sia incentrata sulla seduzione?
No, decisamente no! Penso che l’arte si serva della seduzione per portare il visitatore su un altro livello d’esperienza, ma che questa non ne sia il punto d’arrivo.

Cosa è allora l’arte contemporanea?
Potrei risponderti usando le parole di Marcel Duchamp, il quale si domandava se potessero esistere opere che non fossero opere d’arte. Questa è la domanda cruciale su cui ruota la ricerca dell’arte contemporanea. Lui affermava poi che il fine dell’arte fosse quello della produzione di non cliché. Questi limiti si applicano ancora alla fase di ricerca artistica in cui ci troviamo. Per me l’arte si trova in una fase d’espansione, di profonda trasformazione al di là della mera produzione di oggetti e l’esibizione sterile di una moltitudine di questi, in una pratica o più che possa spaziare in un numero sempre crescente di campi del sapere. Ciò rende l’arte contemporanea un linguaggio che diverse persone provenienti da diversi ambiti e culture possono condividere. L’arte contemporanea oggi è una delle principali forme di comunicazione globale.

Qualche settimana fa, all'interno del Museo Egizio di Torino si sono tenute lezioni di Yoga, Pilates e Zumba. Cosa ne pensi: ha senso per te portare lo sport nei templi della cultura?
Come in tutte le cose, anche in questo caso si possono trovare soluzione interessanti o meno interessanti. I grandi musei ormai hanno dipartimenti educativi dedicati ai bambini e a ogni sorta di altro indirizzo, è un modo per avvicinare il pubblico alla cultura. Non credo ci sia nulla di male nel voler unire lo sport alla cultura, è il come questo connubio viene realizzato che diventa rilevante.

Quale è l'obiettivo di questa installazione?
Il motivo per cui ho scelto di ricreare un campo da tennis in una chiesa sconsacrata non è legato primariamente all’idea di fondere sport e cultura. Sono partito da una mia riflessione personale sulla dinamica della palla da tennis e del suo essere fatta rimbalzare avanti ed indietro attraverso un campo. Questo movimento produce una sospensione, direi quasi uno stato meditativo. Chiunque può raggiungere questo stato: il mio obiettivo era esattamente quello di portare questo stato meditativo all'interno di San Paolo Converso.

Quindi il tennis in sé è solo un mezzo per raggiungere questo stato?
Esattamente. In una chiesa esiste sempre una chiara direzione di comunicazione dall’alto verso il basso. Come accadeva tipicamente nella cultura alta, qui ho cercato di ricostruire il senso di uno scambio diretto, di un dialogo fra le parti. Il che si trasforma in un una sorta di circolo energetico che fluisce in maniera armoniosa nello spazio, invece che avere un solo punto focale da cui l’energia viene emanata e diffusa, come appunto era tipico degli edifici religiosi.

Installation view, Asad Raza, Untitled (plot for dialogue), CONVERSO, Milano. Foto: Andrea Rossetti

Cosa rappresenta per te il gioco o il giocare?
L’esperienza del gioco è qualcosa che gli tutti gli esseri viventi condividono: tutti gli animali giocano. Spesso giocano maggiormente quando sono giovani, perché attraverso il gioco imparano a utilizzare il proprio corpo e a coordinarlo. Ricordare al pubblico questi due aspetti, di utilizzo e coordinazione del proprio corpo, è oggi sempre più importante.

Perché?
L’intera storia umana è caratterizzata da una sorta di allontanamento dall’esperienza originaria dell’uso del proprio corpo nello spazio in maniera armonica e coordinata. Ci siamo ritrovati a riprodurre sempre più frequentemente una sola attività, fino allo spossamento; come durante la schiavitù antica o nelle catene di montaggio degli inizi del secolo scorso o anche oggi nella società informatizzata, in cui rimaniamo seduti a fissare uno schermo e premere tasti per un tempo indefinito. Il corpo è molto di più di una serie di muscoli atti a svolgere un lavoro. E qui ritorna il tema del gioco, che diviene un categoria quanto mai importante che ci permette di uscire da alcuni dei problemi propri della contemporaneità. Ritornando invece alla mostra, la presenza tangibile del gioco è molto più di un semplice compiacimento visivo.

In questa installazione si percepisce un forte legame con il tema della fede, della religione e delle devozione. In una partita c'è sempre un vincitore, la stessa cosa vale per le varie religioni?
Le religioni organizzate si basavano su un’autorità che veniva imposta dall’alto e che portava la verità assoluta. Le radici di questa pratica religiosa sono antichissime e connesse con il passaggio da una fase matriarcale a una patriarcale. Da una religiosità naturale femminile ed olistica si passò a una razionale proclamazione del vero e ciò, a mio avviso, ha segnato la nascita delle religioni organizzate in Occidente. Oggi non abbiamo bisogno di tutte queste strutture, quello di cui abbiamo bisogno è di un dialogo tra noi stessi e gli altri. In questo lavoro non ho voluto enfatizzare la dimensione della sfida. L’obiettivo non è di vincere l’avversario. Al contrario, lo spettatore è portato a confrontarsi con degli allenatori per lunghi momenti in cui potersi rilassare e riscoprire il dialogo non solo fra due giocatori, ma fra l’installazione e la chiesa che la contiene, fra sport e arte, fra arte del passato e arte contemporanea.

Parliamo un po’ di te invece: quali sono i tre capi che sono sempre nel tuo bagaglio quando viaggi?
Su questo non ho dubbi: una maglietta bianca con scollo a V, che come vedi è proprio quello che sto indossando anche adesso. Scarpe da ginnastica—le mie preferite sono le Air Jordan—e un paio di semplici jeans neri.

Cos'è per te quindi lo stile maschile?
La chiave dello stile maschile per me è la tendenza a indossare con costanza gli stessi capi, senza preoccuparsi troppo ogni giorno di essere diverso. Creare insomma una propria divisa che rimanga costante. In passato era più difficile per un uomo essere a suo agio con il proprio corpo, perché i completi lo nascondevano. Oggi, è possibile anche per gli uomini avere una silhouette più rilassata che evidenzia la forma del corpo e ciò sicuramente ci rende tutti più umani.

Installation view, Asad Raza, Untitled (plot for dialogue), CONVERSO, Milano. Foto: Andrea Rossetti

È possibile visitare la mostra 'Untitled: Plot For Dialogue' fino a Sabato 16 Dicembre presso l'ex chiesa San Paolo Converso. Qui trovate tutte le informazioni necessarie.

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Immagini per gentile concessione dell'Ufficio Stampa

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