un giorno al mercato di resina, la piazza vintage più famosa d'italia

"Qui prima c'erano tutti i vestiti per terra e tu li dovevi scegliere, li dovevi acchiappare! Ora invece è una moda, ci vengono i giovani e sanno già cosa vogliono comprare."

di Geremia Trinchese
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30 settembre 2019, 5:00am

Sono anni che nell’immaginario collettivo il mercato è diventato pop, luogo in cui si può trovare quasi qualunque capo a prezzi ben inferiori ai negozi. Se fino agli anni ’90 al mercato ti ci portava la necessità, oggi può vantare intorno a sé un alone di sottocultura, moda, offerta, estetica e ambientalismo.

Comprare abiti usati (perché è questo quello che fai al mercato, compri abiti usati), oltre a far bene alla tua autostima, fa bene anche all’ambiente e di conseguenza anche alla tua coscienza ecologica, oltre che alla tua presenza alle manifestazioni. Insomma, non solo eviti l'imbarazzo di beccare un conoscente con il tuo stesso outfit made by Zara alla laurea del vostro amico in comune, ma puoi anche sentirti un po' meno impotente dopo aver manifestato ed esserti chiesto: "E ora cos'altro posso fare per salvare il pianeta?"

Ogni anno vengono prodotti circa 100 miliardi di capi d’abbigliamento per 7 miliardi di persone. Di questo mastodontico totale, una quantità che equivale a circa 70 milioni di tonnellate viene buttata via ogni anno. Di questo spaventoso numero, la metà circa sarebbe ancora perfettamente indossabile. Dall’acquisizione delle materie prime fino ad arrivare allo smaltimento del prodotto, l’impatto ambientale dell'industria della moda, e ancor più quando parliamo di fast-fashion, è alto.

Altissimo.

Secondo una ricerca condotta dal Ministero dell'Ambiente danese (il Danish Environmental Protection Agency) un quarto di tutte le sostanze chimiche prodotte nel mondo viene utilizzato nel settore tessile per la produzione di poliestere e altre fibre sintetiche. Alle conseguenze climatiche si aggiungono poi quelle puramente sociali: le grandi catene d'abbigliamento producono i loro abiti nei cosiddetti sweatshop situati in Cina, Cambogia, Bangladesh e in tutto il continente asiatico (ma non solo), dove i ritmi disumani del lavoro e i salari troppo bassi sono legittimati dall’assenza di tutele.

È proprio in Bangladesh, a Dacca, che il 24 aprile 2013 è avvenuto un cedimento strutturale con il crollo di un edificio a 8 piani. L’edificio conteneva alcune compagnie di abbigliamento, una banca, appartamenti ed altri negozi. Nel momento in cui sono state notate delle crepe sull’edificio, a continuare il proprio lavoro sono state soltanto le fabbriche tessili. Da quel giorno, che è in qualche modo diventato simbolo della lotta agli sweatshop, sempre più persone iniziano a ragionare su quanto costi la moda al di là del prezzo sul cartellino, preferendo invece abiti di seconda mano.

Sono stato quindi a Ercolano, in provincia di Napoli, sede di uno dei più antichi e famosi mercati internazionali, il Mercato di Resina. Nato nel 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, è stato nei primi tempi quasi una forma di resistenza: si smerciavano oggetti e vestiti rubati ai convogli americani e soprattutto si inventava la moda, creando, dai paracadute, nuovi jeans. Da allora, non ha mai smesso di essere attivo, superando anche il terremoto degli anni ’80 e confermandosi la piazza vintage più famosa d’Italia, dove poter trovare davvero di tutto, dagli abiti Chanel ai cappelli di lana dei combattenti Afghani. Oppure, come riassumono i nostri colleghi di VICE nella loro guida a Napoli, "il più grande mercato dell'usato del centro-sud, nato per smerciare oggetti e vestiti trafugati ai convogli americani nel dopoguerra e diventato il luogo in cui trovare camicie di Prada a pochi euro."

Volevo capire come funziona in realtà un mercato, farmi raccontare dai venditori la storia di questo luogo unico e, soprattutto, decidere una volta per tutte se è tra le bancarelle che dobbiamo imparare a vestirci per abbandonare la fast-fashion. In quest'ultimo compito, però, sono stato aiutato da Rossella, stylist e studentessa della Marangoni, che mi ha spiegato i trucchi del bello (e ha scattato le foto che accompagnano questo articolo).

Alfredo

Mercato di Resina, foto e interviste ai commercianti

Da quanto lavori in questo mercato?
Ho iniziato nel 2002, quasi per gioco: già da bambino, dopo la scuola andavo sempre con mio cugino e i nostri genitori a Caserta, dove restavo affascinato davanti a enormi quantità di vestiti tutti chiusi in enormi balle ricoperte di plastica trasparente. Uno dei nostri giochi preferiti era proprio quello di ricostruire la storia di ogni capo.

Perché proprio a Caserta? È lì che vi rifornite?
Sì, la maggior parte dei fornitori ormai si trova a Caserta. Loro fanno una raccolta generale degli indumenti in tutta Europa e in America, selezionano i migliori. Dopodiché noi venditori facciamo una seconda, personale selezione.

I vestiti quindi vengono comprati al kg o al dettaglio?
Noi i vestiti li compriamo al kg e li vendiamo al dettaglio al cliente del mercato. Tuttavia, in un certo modo siamo anche noi una sorta di ingrosso per i fornitori internazionali che vengono a rifornirsi qui, soprattutto da Germania, Inghilterra e Austria. È proprio l’ingrosso a tenere vivo il mercato, perché spesso tutta questa storia del Mercato di Resina funziona solo da vetrina.

Il venditore di pellicce

Mercato di Resina, foto e interviste ai commercianti

Negli ultimi anni ha notato un cambiamento nella clientela del mercato?
Sì, decisamente sì. Quando ero piccolo, io che ci sono nato nel mercato, era tutto diverso. Il mercato di Resina era un mercato pieno di gente. Alle 5 del mattino mica potevi stare seduto così, perché c’era già gente che veniva da tutta Italia e non solo dall'Italia. Ormai il mercato è diverso, vendiamo all’ingrosso, vendiamo su internet... Non c’è più bisogno di venire fin qui per acquistare. Prima per farsi tutta la discesa [cioè tutta la via in cui sono situati i banchetti e negozi, NdA] ci voleva una mattinata intera e dovevi dire continuamente: ‘’Permess, permess, permess!’’ Tutti i clienti cercavano di arrivare al più presto alla fine del mercato, soprattutto per venire da me! Oggi invece si può fare la corsa delle biciclette senza far male a nessuno qua in mezzo.

E il mercato stesso, secondo lei come si è evoluto?
Prima il mercato era più caratteristico, era vero. C’erano tutti i vestiti per terra e tu li dovevi scegliere, li dovevi acchiappare. C’era soprattutto la curiosità nello scegliere e nell’essere fortunato a trovare. Oggi invece tutto è organizzato, il cliente cerca il tipo di capo, ha già un’idea, non si lascia più sorprendere.

I clienti quindi si comportano quasi come se fosse un negozio?
Sì, adesso tutto è selezionato, diviso, catalogato. Ci sono gli stand, ci vengono a chiedere le marche, vogliono Gucci, Versace.. Prima chi la conosceva la Versace! Tu la roba di seconda mano Versace la trovavi e la compravi se ti piacevano i tessuti, i colori, mica perché c’era scritto Versace. Io poi vendo anche le pellicce... E le pellicce le vendo solo ai paesi dell’Est all’ingrosso ormai, al dettaglio non le compra più nessuno, ma continuo a tenerle perché a pellicc è semp a pellicc.

Sasà

Mercato di Resina, foto e interviste ai commercianti

Ti va bene se ti faccio qualche domanda?
Sì, va bene. Basta che sia una cosa buona e che lo facciamo svegliare subito questo mercato. Così non mi piace. La mia famiglia ci lavora da 60 anni e deve tornare pieno di persone com'era una volta.

Da cosa dipende secondo te il cambiamento?
Dalla gente. La gente compra ai centri commerciali, dove non c’è selezione, non c’è niente. Tutti vestono uguali e soltanto chi viene qua può prendersi il capo unico.

Ma qual è il capo che sei più fiero di aver selezionato e venduto?
Sicuramente un montone. Un montone Shirley!

Signora Titina

Mercato di Resina, foto e interviste ai commercianti

Tra una foto e l’altra la Signora Titina ci vede indaffarati e decide di invitarci a casa sua per una pausa caffè, come nella miglior tradizione. Non ce la siamo sentiti di dirle no, così per ringraziarla le scattiamo un ritratto nel suo salotto.

Gaetano

Mercato di Resina, foto e interviste ai commercianti

Lei come ha vissuto l’evoluzione del mercato degli ultimi anni?
Ormai sono una decina d’anni che ha smesso di funzionare come prima. Credo che le cause principali siano internet, le spedizioni a casa a poco prezzo, e soprattutto l’andarsene dei fornitori da Ercolano. Prima i clienti del mercato erano persone alla ricerca di un capo pregiato e di valore, qualcosa che avrebbero indossato per sempre e che non potevano permettersi, se non di seconda mano. Oggi i clienti del mercato invece sono giovani, non hanno necessità di comprare proprio qui e non cercano niente in particolare. Adesso il mercato va di moda, è bello, popolare. È completamente diverso da com’è nato. Lo sai com’è nato? Il mercato è nato nel secondo dopoguerra e abbiamo iniziato trasformando i paracadute dei militari in jeans... Era una necessità!

Lei cosa proporrebbe per cambiare le cose, e magari rendere il Mercato di Resina ancora più famoso?
Da anni propongo di far costruire una statua al centro del mercato, è una piccola cosa, ma è importante, perché dimostra il rispetto storico per questo luogo. Vorrei la statua raffigurasse a mball e o carruocc, cioè una carriola con sopra queste balle di vestiti che sono caratteristiche del mercato di Resina. Se cerchi bene, tra i banchi e i negozi qualcuno le ha ancora, ma ora non vengono più utilizzate! Prima era così che si faceva il mercato, con i vestiti a terra portati in carriola ed ognuno si sceglieva il suo… Era bello!

E i vestiti che alla selezione vengono scartati, che fine fanno? Vengono buttati?
No, molti dei vestiti che non vengono venduti qui vengono poi spediti nel continente africano e venduti nei mercati di questi paesi. Non si butta via niente!


Prima di tornare a casa, dico a Rossella: "Ora, però, mi aspetto una tua riflessione su questa giornata." Ed ecco qui la sua, di riflessione.

"Le ore passate qui a Ercolano sono state una rivincita delle estetiche, un turbinio di epoche che chiedevano a gran voce nuova vita. Tutto ciò che si vede nelle collezioni presentate sulle passerelle di New York, Londra, Milano e Parigi è quasi sempre decifrabile, scomponibile in concetti così vicini a noi da limitare (se non azzerare) l’effetto sorpresa. Al contrario, il potere che del vintage sta tutto nell'offrire qualcosa di così vecchio da essere nuovo, superando di misura le aspettative del consumatore attraverso l'imprevedibilità.

Quando è iniziata la mia ricerca nei piccoli 'shop' di Resina, a incuriosirmi è stata la moltitudine di capi appartenenti alla storia della moda italiana. Colorate e luccicanti clutch in perline rosa degli anni '20 in perfette condizioni mi circondavano e tutto ciò a cui riuscivo a pensare era: "Sai che bello avere lì, nel mio armadio, questo piccolo tesoro e pensare a quali party sia mai stato indossato, o magari su quali musiche aveva danzato chi portava al polso quella D’Orsay rossa. Perché, in fondo, quando si acquista un capo vintage ci si porta a casa non solo un pò di glam, ma anche un pezzo di vita passata. Insomma, facciamo del bene non solo all'ambiente, ma anche alla nostra fantasia e vanità."

Crediti

Testo di Geremia Trinchese
Fotografia di Rossella Natale

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