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perché la vittoria agli oscar di 'una donna fantastica' è importante

Soprattutto oggi.

di Elena Viale
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05 marzo 2018, 2:00pm

Questa notte sono successe due cose che possono cambiare la realtà per tutti, e soprattutto per molte persone giovani e queer. Una è il risultato delle elezioni politiche nel nostro paese, che—anche se non è ancora totalmente delineato—ha dato la maggioranza al centrodestra guidato da quello stesso Salvini che solo giovedì ha pubblicamente criticato la Disney per aver anche solo preso in considerazione l’idea che Elsa possa essere lesbica nel prossimo episodio di Frozen.

L’altra è che, come da pronostico, il film cileno Una donna fantastica ha vinto l’Oscar come Miglior film straniero.

Eccomi così scaraventata al centro del dispiegarsi della storia: ieri—prima di dedicarmi alla maratona delle cattive notizie nota come #maratonamentana—al cinema Beltrade di Milano si è tenuta un’altra maratona, quella dedicata alle pellicole candidate all’Oscar, e io ho visto proprio il film di Sebastian Lelio.

La trama di Una donna fantastica è abbastanza semplice e si divide in due “epoche-mondo” narrative ed esistenziali. Nel corso della prima Marina, donna trans, cameriera e cantante, ha una relazione stabile con un uomo più grande, Orlando. Quando quest’uomo muore improvvisamente—e con lui viene a mancare su di lei, agli occhi della società, la sua protezione e la sua validazione—comincia la seconda “epoca-mondo” in cui Marina subisce tutta una gamma di accuse, violenze psicologiche, fisiche e verbali legate al suo non essere una donna biologica.

Campionandone solo alcune: correndo in ospedale con Orlando viene trattenuta dalla polizia (vuoi che non sia una prostituta?); il figlio del defunto la sfratta di casa (vuoi che non sia una parassita?); l’ex moglie le dà del mostro e le interdice la presenza al funerale di Orlando ("per lui eri solo una perversione", le dice); una poliziotta del nucleo Reati sessuali e su minori prima cerca di farle confessare di essere vittima di abusi (prostituta per forza, di nuovo), poi la regala alla mercé di un medico legale le cui intenzioni non sono limpide (mostro, di nuovo); infine il figlio di Orlando e i suoi amici la malmenano, le scotchano il volto e la abbandonano in un vicolo ("frocio truccato").

Inutile dire che il film suggerisce che la quotidianità di Marina sia questa seconda, e le interviste rilasciate dalla protagonista Daniela Vega confermano.

Vero, non si arriva mai allo stupro: ma non può essere una consolazione. In questi ultimi mesi, soprattutto dal caso Weinstein, si è cominciata a delineare una classificazione delle violenze—che ovviamente deve esistere secondo una prospettiva legale—che distingue chiaramente tra cosa è un reato e cosa no. E questo è un punto. Dall’altra parte esiste una prospettiva culturale che troppo spesso abbiamo fallito a mettere a fuoco e anzi, confondendola con quella penale, abbiamo solo reso più debole: esiste un problema oltre allo stupro, che è un reato punito dalla legge in Cile come negli Stati Uniti come in Italia, e questo problema è la cultura che permette di arrivare allo stupro.

Mi spiego: la cosa davvero grave nel film (nella realtà) è il fatto che la cultura diffusa consideri quel tipo di comportamento nei confronti di Marina (non di Marina in quanto individuo, ma di Marina in quanto donna transessuale) normale; che lo stupro o la violenza fisica siano continuamente allusi negli atteggiamenti delle persone intorno a lei—da Bruno che la attacca al muro minacciandola al loro primo incontro a quando la ‘preleva’ con l’aiuto dei suoi scagnozzi per darle una lezione; dai continui rimandi alla prostituzione come se fosse l’unico lavoro possibile per “una come lei”. Che le persone intorno a lei possano, nel senso di potere e legittimazione inconscia, agire in questo modo.

Ora, sicuramente la situazione cilena è particolare e la vittoria all’Oscar serve anche a premiare il coraggio di chi ha saputo portare sullo schermo una società conservatrice fondata su leggi anacronistiche, tanto il regista Sebastian Lelio quanto la protagonista Daniela Vega, che—ormai è noto—avrebbe dovuto fare da mera consulente ma è finita non solo nel film, ma pure a essere la prima donna trans a presentare sul palco degli Academy Awards.

Ma sarebbe ingenuo pensare che quello che abbiamo visto sia un film ‘geolocalizzato’: per fare solo un esempio, venerdì su them. è uscito un lungo articolo in cui donne e femme trans fanno notare che il movimento #metoo non ha dato spazio sufficiente (o non ne ha dato per nulla) alle loro voci. E penso che basti fermarsi un attimo a riflettere per rendersi conto che gli stereotipi sulle persone transessuali sono ben presenti anche in Italia.

Certo, ci sono un sacco di altre cose che fanno un film: la costruzione delle scene, le luci, la colonna sonora (tifavo anche The Square, la sua estetica e le sue domande sull’arte). Ma di estetica non sono la persona giusta per parlare, né penso che sia l’estetica il motivo per cui Una donna fantastica fosse dato favorito e alla fine abbia pure vinto. Il motivo per cui sono contenta che Una donna fantastica abbia vinto è, ed è questo ciò su cui dovremmo ragionare oggi, il contenuto.

Crediti


Testo Elena Viale

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