ecco come i social ci fanno rivalutare il nostro corpo

Dallo sfidare Topshop per i suoi manichini troppo magri alle campagne per il ritorno di #curvy, l’ascesa dell’attivismo online ci fa riflettere sui problemi relativi al nostro corpo in modo più intraprendente. Ma è davvero così nella vita reale, o le...

di Tish Weinstock
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27 agosto 2015, 8:21am

Nelle scorse settimane internet è stato sommerso da storie su Topshop, e i loro manichini davvero magrissimi. Infastidita dalle loro gambe scheletriche e dallo spazio tra le cosce così ampio che ci potevi passare con un camion, Laura Berry ha scelto Facebook per sfidare il popolare marchio. "Le giovani donne aspirano all'immagine cult che viene offerta dal vostro negozio…" ha scritto. "Tuttavia neppure un manichino del vostro negozio mostra qualcosa di più grande di una 38." Tutto il mondo di internet l'ha supportata, hashtag alla mano e sete del sangue del famoso marchio. Quello che era nato come un singolo post online è presto diventato una rivoluzione su Twitter, con donne di tutto il mondo che hanno iniziato a partecipare al dibattito. Anche i media hanno contribuito al massacro del brand. Mossi dalla protesta pubblica (o motivati dal fatto di ottenere più visite online) numerose riviste hanno parlato della vicenda sul loro sito, diffondendo ulteriormente il messaggio sulla visione positiva del corpo.

Si potrebbe controbattere in primo luogo che i giornali sono imputati per promuovere ideali irreali di bellezza.

Ora, molti di noi sono intelligenti abbastanza da capire che non saremo mai allungati o simili ad alieni come i manichini che vediamo davanti a noi - come proporzioni non funzionerebbe proprio - ma per ragazzine impressionabili, questi pupazzi di plastica sono visti come #lifegoals.

Il che è il motivo per cui parlarne male è così importante.

Non è nemmeno la prima volta che un grosso brand viene bombardato per i suoi manichini #thinspirational. Lo stesso grido di protesta si era levato contro i cartelloni pubblicitari profondamente sessisti e discriminanti delle taglie per una nuova collezione di prodotti per perdere peso, di un brand di cui nessuno aveva sentito parlare. Messi in quasi tutte le stazioni della metro di Londra, si trattava di poster gialli che mostravano una modella vestita in modo succinto con lo slogan "Hai già un corpo da spiaggia?" La campagna pubblicitaria di Protein World era un affronto alle donne di tutto il mondo, e loro non avevano paura a mostrarlo. Ribellandosi alla campagna che umiliava il corpo, orde di donne di tutte le forme e taglie postarono online foto di se stesse, indossando bikini e stando in piedi di fianco al poster con atteggiamento di sfida, mentre tutta la Central Line della metropolitana tremò per la furia di molte donne sdegnate: "Hai proprio ragione siamo pronte per la spiaggia". Più di 50,000 donne firmarono una petizione online, mentre altre fecero una protesta a Hyde Park, organizzata su Facebook. "La reazione per la campagna Beach Body Ready mi ha quasi commossa," ha detto l'orgogliosa modella "plus size" Barbara Ferreira, "Sono felice e orgogliosa che le donne prendano posizione contro una pubblicità così disgustosa che è stata messa lì per cercare di far sentire le ragazze insicure abbastanza da sborsare soldi per i loro stupidi prodotti."

Ma non sono solo i grandi marchi e quelli destinati al largo consumo a discriminare le taglie, anche le piattaforme social che ci hanno dato modo di esprimerci sono colpevoli di cercare di zittirci. Il noto censuratore di capezzoli, Instagram, ha causato delle controversie lo scorso mese quando ha bloccato l'hashtag #curvy, mentre cose come #thin e #vagina erano ancora in libertà. Il che è abbastanza shoccante: non solo perché il bando ha impedito alle donne di cercare immagini dei loro esempi con le forme, o solo di quel tipo di donna con una taglia nella media che - shock, orrore, passami i sali contro gli svenimenti - si sente a suo agio nel proprio corpo, la censura di un hastag del genere è una metafora di come la società escluda le donne che non si adeguano a un certo tipo di corpo. Naturalmente il mondo intero si è affidato ai social media per esprimere la propria rabbia, firmando petizioni online di sinistra, destra o centro per far ripristinare l'hashtag. Ma, certo, non tutte le etichette riguardanti le taglie sono legate a un'immagine positiva del corpo come il termine "curvy", il che è il motivo per cui alcune donne hanno scelto internet per protestare.

Fondata dalla modella australiana Stefania Ferrario, #droptheplus è una campagna online che ha l'obiettivo di ridefinire il modo di pensare alle modelle con taglie forti, celebrandole per quello che sono, qualsiasi sia la loro forma o taglia. Mentre la campagna si è guadagnata parecchia attenzione online, è stato quando Stefania ha postato una foto di se stessa, in topless con la scritta "SONO UNA MODELLA" stampata sullo stomaco che la gente ha iniziato davvero a farci caso. "Purtroppo nell'industria della moda se sei più di una taglia 40 sei considerata taglia forte…" Ha detto, "Non trovo che questa cosa ti dia un potere…NON sono fiera di essere chiamata "plus size", ma SONO fiera di essere chiamata "modella", che è la mia professione!" Dai 4000 post su Instagram ai centinaia di retweet su Twitter, sempre più donne mostravano la loro solidarietà prendendo una posizione e schierandosi contro la categorizzazione dispregiativa delle modelle del mondo della moda.

Tess Holliday, con la sua taglia 58, è la modella più pingue che abbia mai firmato con un'agenzia di modelle importante. Nel 2013 Tess usò Instragram per lanciare #effyourbeautystandards, una campagna digitale che punta due dita paffute contro gli standard di bellezza comuni. "Ero stanca di essere presa in giro online dalla gente e sentirmi dire cosa dovrei indossare e come mi dovrei presentare a causa della mia taglia. #effyourbeautystandards ha quasi raggiunto un milione di condivisioni ora, con donne di tutte le forme, taglie e colori che utilizzano l'hashtag per foto non ritoccate di se stesse in tutta la loro magnifica gloria."

Sempre di più le donne utilizzano i social media in reazione al body shaming della società. Ma che effetto hanno davvero sulla vita reale questi esempi di attivismo online? Sono solo esche per ottenere più click per gente terribilmente annoiata? Le persone si interessano solo ai #mipiace? Spesso criticato come simbolo di una gioventù indifferente, pigra o apatica, uno potrebbe facilmente dedurre che l'attivismo dei click ha la stessa importanza di un articolo di Buzzfeed sui gattini. Ma pensare questo, vorrebbe dire sottovalutare di molto il potere dei social come strumento utile al cambiamento. Perché, che si tratti di mettere mi piace a uno stato, firmare una petizione o ritwittare un post reazionario, grazie all'ampia rete dei social media, un singolo click può diventare una rivoluzione globale, mentre donne di tutto il mondo si possono unire contro le stupidaggini patriarcali.

Infatti, tutto quello che ci vuole è una persona che sfidi il concetto dominante del corpo femminile, prima che tutto il mondo digitale si aggreghi. In più, i brand principali stanno finalmente iniziando ad ascoltare.

La scorsa settimana, Topshop ha rilasciato una dichiarazione promettendo di liberarsi dei manichini magrissimi. "Abbiamo preso in considerazione il feedback e le opinioni tue e degli altri consumatori," hanno scritto in un post, visibile a tutto il mondo, "in futuro non ordineremo più questo tipo di manichini." Ripristinando #curvy, anche Instagram ha ammesso la sconfitta, quindi ora potete cercare l'hastag che promuove l'immagine positiva del corpo quanto volete.

Nel frattempo, campagne online come #droptheplus e #effyourbeautystandards continuano a sfidare il modo in cui la moda si relaziona alle forme femminili, lastricando la strada per un futuro di immagini positive del corpo. Quindi la prossima volta che incontrate qualcosa che vi fa sentire come se doveste cambiare qualcosa del vostro corpo, twittatelo, postatelo o fate una petizione online, in ogni caso è il momento di fare gruppo con persone con idee affini hastaggandovi nella rivoluzione dell'immagine del corpo.

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